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La morte nera, così veniva chiamata, è stata causa di numerose vittime e di grandi epidemie, nel passato. Un viaggio alla scoperta della malattia e di come ha influito a Venezia nel terribile periodo delle pestilenze, i rimedi, le prevenzioni e i Lazzaretti: un modello di efficienza ed efficacia esportato poi in tutto il mediterraneo fino ai nostri giorni.

Durante il medioevo di peste "ci si ammalava senza una ragione e ugualmente si guariva in maniera casuale".

Che cos'è la peste?

Il vocabolo “peste” ha origini dalla parola indoeuropea pes, soffio mortale, che non nasce per caso dato che la diffusione della malattia è rapidissima, così come l’esito della stessa. La persona contagiata muore nel giro di due, massimo sei giorni e la sua diffusione è altrettanto fulminea. In brevissimo tempo, tutta la popolazione viene, o può venir colpita con una mortalità che raggiunge addirittura il 70% dei contagiati.

Scientificamente, la peste è una malattia infettiva causata dal batterio Yersinia pestis o cocco-bacillo di Alexander Yersin, dal nome del ricercatore svizzero francese che lo scoprì a Hong Kong, nel 1894, e lo isolò. Prima del 1894 il morbo era chiamato morte nera, nessuno sapeva cosa la procurasse ma tutti conoscevano le fatali conseguenze.  

La peste è una patologia che colpisce i roditori, i ratti, alcune specie di scoiattoli, i cani della prateria e il veicolo di trasmissione è la pulce, parassita che normalmente ospita questi animali. Di norma, il batterio di peste circola tra questi animali che rappresentano riserve infettive a lungo termine. In ogni focolaio della malattia si trova almeno un roditore morto di peste. Quando le pulci si infettano, per riprodursi e sopravvivere succhiano il sangue del proprio ospite, immettendo così il batterio nel corpo e procurando la morte dell'animale. Una volta morto il proprio ospite, la pulce comincia a ricercare un nuovo essere vivente, aumentando il grado di contagio di "vittima in vittima". Le condizioni climatiche ottimali per la sopravvivenza del parassita sono la primavera e l'estate, con temperature di almeno 22-24 gradi e un'umidità di minimo il 60%. Quando la pulce riesce a contagiare l'essere umano, la malattia si manifesta inizialmente con una banale febbriciattola per poi tramutarsi, in base alla tipologia, in bubbone, stato comatoso, delirio, insufficienza cardiaca, infiammazione della milza e dei reni, emorragia interna.

Trattandosi di batterio, il contagio aumenta in modo esponenziale anche attraverso il tocco delle parti infette: parenti e amici che danno conforto al malato, o persone addette al trasporto dei malati nelle fosse comuni senza la dovuta protezione.

Tre i tipi di peste diffusi nel passato, che iniziavano allo stesso modo e poi tramutavano durante la degenza:

  • peste bubbonica che presentava una protuberanza localizzata sui linfonodi delle ascelle, dell'inguine o del collo, in base al posto in cui la pulce si era insediata, procurando spesso una cancrena nel punto del morso, con dolori molto forti;
  • peste polmonare che portava difficoltà respiratorie da polmonite primaria e possibile soffocamento da "sbocco di sangue";
  • peste setticemica che invece infettava il sangue, la più rara ma letale.

Le ultime due tipologie erano quelle più facili da contrarre in quanto trasmesse attraverso la tosse o il respiro.

Per fortuna, se nei tempi più remoti la guarigione o la morte della persona era lasciata al caso, lo studio della malattia si è nel tempo perfezionato e oggi la prognosi è notevolmente migliorata, grazie ai farmaci antibiotici. L'isolamento continua ad essere necessario per evitare la diffusione del contagio a cui si associano anche misure atte alla derattizzazione e alla lotta contro le pulci.

La peste a Venezia

La prima manifestazione della peste viene fatta risalire al 542 a Bisanzio, mentre a Venezia giunse nel 1348 dalla Dalmazia, via mare attraverso le imbarcazioni mercantili, trasportate da marinai contagiati fuggiti da Caffa, dove iniziò la pandemia, che si mescolarono incoscienti tra la popolazione. Dei 110.000 abitanti, alcuni ritengono che infettò e portò alla morte 37.000 persone mentre altri sostengono che il totale arrivi perfino alle 70.000 unità. Si può immaginare come il fenomeno abbia completamente destabilizzato i rapporti sociali ed economici, bloccando quasi completamente le relazioni tra persone, anche tra i parenti più stretti.

Il Maggior Consiglio decise di fronteggiare l'emergenza nominando tre esperti, Nicola Venier, Marco Querini e Paolo Bellegni, a difendere la salute dei veneziani. Come prima cosa, fecero spostare i cadaveri in città su due isole abbandonate: San Leonardo di Fossamala e San Marco in Boccalama e, quando queste furono insufficienti, i malati deceduti furono spostati nelle isole di San Martino di Strada e di Sant'Erasmo. I defunti nei campisanti in città, normalmente riservati ai nobili, vennero seppelliti sotto grandi quantità di terra.

Successivamente, il Maggior Consiglio avviò una serie di misure per rilanciare l'economia, con sgravi fiscali per i commercianti, intimando i pubblici ufficiali a riprendere servizio regolarmente, incoraggiò l'immigrazione, ripristinò le processioni e le feste prima abolite per il rischio contagio. 


Autorizzazione di entrata in città (grazia), nel periodo della peste (Wellcome Library, London)

Tuttavia le misure precauzionali attive — come murare le case dei contagiati e chiudere intere zone di Venezia — non riuscirono ad essere sufficienti ed efficaci per fronteggiare la malattia. La città lagunare non poteva rinunciare al commercio, tantomeno le famiglie patrizie che del commercio gestivano ambiziosi affari e possedevano conoscenze geografiche, di mercato, di finanza, di usi e costumi delle popolazioni dove si giungeva, forme di comunicazioni adeguate e fiuto per gli affari.

Questa necessità rendeva gli stessi nobili tra le persone più esposte e portatori di contagio — e forse un po' più imprudenti di quanto fosse necessario — portando all'estinzione di più di 50 famiglie patrizie veneziane dopo la pandemia del 1348.

Dopo un susseguirsi di successivi focolai annuali, la seconda ondata pestilenziale a Venezia si presentò nel 1423 e per tre mesi quotidianamente il numero dei morti era alto, fino a 40 decessi al giorno. Anche in questo caso il morbo veniva portato in città da forestieri che provenivano da luoghi contagiati, con il risultato che la manovra sanitaria messa in atto fu quella di proibire l'accesso a coloro che giungevano da un luogo ammorbato. Tanta era la rigorosità della manovra che a coloro i quali decidessero comunque di ospitare persone contagiate nonostante il veto, sarebbero incappati in una pena di 6 mesi di reclusione e il pagamento di una multa.

Fu con il provvedimento del Senato della Repubblica del 28 agosto 1423 che venne per la prima volta previsto un ospedale speciale permanente, che divenne poi denominato Lazzaretto. In aggiunta a questo ospedale, nel 1468, ne venne istituto un secondo, chiamato Lazzaretto Nuovo.

Successivamente, furono due le grandi ondate di peste: quella del 1576 e del 1630. 

Tra il primo luglio 1575 e il 28 febbraio 1577, su un numero di 180.000 persone circa, ne morirono circa 50.000: gli ammalati stazionavano, fino alla fine dei loro giorni o alla guarigione, nel Lazzaretto Vecchio mentre tutti coloro che erano sopravvissuti e quelli che erano entrati in contatto con persone contagiate dovevano, a livello precauzionale, soggiornare nel Lazzaretto Nuovo per un periodo di quarantena. Tra questi ultimi, ci fu anche Francesco Sansovino che, a causa della malattia, perse la figlioletta Aurora di soli 11 anni e la moglie Benedetta. 

L'epidemia del Seicento che iniziò nel luglio 1630 e terminò nell'ottobre dello stesso anno, portò anch'essa morte e disperazione: in centro storico, su poco più di 142.000 persone, ne morirono più di 46.400, senza contare i 46.000 circa deceduti solo nelle isole di Malamocco, Murano e Chioggia.

In questa circostanza, confronto alle altre, si possono sicuramente imputare delle responsabilità di mala gestione della sanità della Serenissima, o comunque di una falla in essa: l'ambasciatore del duca di Mantova, marchese De Strigis, proveniva dal mantovano dove erano stati individuati dei focolai di peste il quale, contrariamente ad ogni norma, non venne messo in quarantena nel Lazzaretto Nuovo ma nell'isola di San Clemente. Il destino volle che durante un intervento di manutenzione a San Clemente il falegname venne contagiato e portando con sè in città il terribile morbo. L'aggravante fu il tener nascosta la nuova epidemia — per evitare l'isolamento commerciale di Venezia — causando così un contagio decisamente maggiore, che già con le conoscenze dell'epoca poteva essere evitato.

Fortunatamente la pandemia del 1630 fu l'ultima della Serenissima, grazie forse alla dura lezione impartita dall'ultimo contagio e senza dubbi grazie all'efficiente gestione sanitaria. Purtroppo ciò non avvenne in diverse città e porti europei.

I lazzaretti veneziani

Con il provvedimento del Senato della Repubblica del 28 agosto 1423, venne per la prima volta previsto un ospedale speciale permanente, una struttura statale sempre aperta che dava lavoro a un direttore (priore o priora), a uno o due medici e tre donne che aiutavano i dottori e che rappresentavano una forma intermedia tra inserviente e infermiera.

Visto il redditizio mercato del sale, il governo caricò l'Ufficio del Sal, la Magistratura deputata a raccogliere le tasse sul sale, dell'onere finanziario di realizzare il primo ospedale dei veneziani e venne scelta l'Isola di Santa Maria di Nazareth, che al tempo ospitava il convento degli Eremitani, come luogo fisico dove erigerlo. Il termine Lazzaretto, utilizzato poi in tutto l'Occidente, sembra essere frutto della volgarizzazione del termine Nazaretum. Il primo gennaio 1424 il sanatorio venne ufficialmente reso operativo e, poiché non era semplice reperire personale durante i picchi di morbosità, spesso venivano utilizzati religiosi spinti dalla pietà e dalla compassione accettando di assistere i malati.

Questa soluzione consentì di impiegare anche personale non pagato, cosa non da poco soprattutto nei momenti di maggior criticità. Nel 1429 vennero allestite 80 camere destinate al ricovero degli appestati e, dopo soli 60 anni, un inventario di robe di Nazareto redatto nel 1484 dimostra che i posti letto censiti erano ben 209. Per questioni di spazio, inizialmente, venivano ospitati principalmente i veneziani ammalati che non avevano domicilio, per evitare che potessero vagare pericolosamente per la città, ma quando le dotazioni lo consentirono, il Lazzaretto ricevette appestati di ogni condizione sociale, con o senza domicilio.


Autorizzazione di entrata in città (grazia), nel periodo della peste (Wellcome Library, London)

Nel 1468, per rafforzare maggiormente la prevenzione della peste, si decise di istituire un secondo lazzaretto utilizzando gli spazi dell'isola della Vigna Murata, posizionata di fronte a Sant'Erasmo, che venne ribattezzata Lazzaretto Novo per distinguerlo dal primo. La realizzazione di questa opera sanitaria venne accolta dalla popolazione con maggiore soddisfazione del Vecchio in quanto questo nuovo nosocomio dava una speranza in più a chi vi entrava di poter tornare nella comunità dei sani e dei sopravvissuti. Sull'isola, oltre che trovare "rifugio" coloro che erano entrati in contatto con ammalati ma non presentavano sintomi, giungevano anche le navi, provenienti dal mediterraneo e sospettate di esser portatrici dell'epidemia. Queste ultime venivano messe in quarantena sull'isola e un adeguato impianto sanitario consentiva l'igienizzazione delle merci e delle stesse imbarcazioni attraverso l'uso di erbe aromatiche mentre in particolari celle (camere) si ospitavano le persone dell'equipaggio. 

Alla fine del 1700, il Governo della Serenissima, non potendo utilizzare i Lazzaretti Vecchio e Nuovo a causa del loro deperimento causato dall'interramento delle acque circostanti, nel 1782 stabilì che si sarebbe istituito il Lazzaretto Nuovissimo nell'isola di Poveglia. Successivamente, per mancanza di fondi, non se ne fece più niente. Si cominciò a riparlarne solo nel 1793, quanto giunse a Venezia un'imbarcazione a vela infettata dalla peste, denominata tartana. Rapidamente venne attrezzata l'Isola di Poveglia per rispondere all'emergenza, erigendo due caselli in legno, uno per gli ammalati e uno per i guardiani e l'intera isola venne recintata con imbarcazioni armate, contenendo il contagio (morirono in tutto 12 persone dell'equipaggio). Successivamente, il territorio venne utilizzato numerose volte per contumacie di equipaggi contagiati e per arginare focolai di peste, febbre gialla e colera. A partire dal 12 ottobre 1814, Poveglia venne ceduta dai militari al Magistrato della Sanità, divenendo stazione di sanità marittima.

I lazzaretti italiani

Furono tantissime le città italiane ed estere che seguirono l'esempio di Venezia.

In primis Milano comincia a preoccuparsi di trovare una soluzione efficace per far fronte alle epidemie, prendendo spunto dall'opera realizzata a Venezia. Fu così che, tra il 1489 e il 1509, venne realizzato il secondo lazzaretto italiano nell'area di Porta Orientale, prevedendo fin da subito 280 stanze per gli ammalati. La costruzione del Lazzaretto fu provvidenziale a fronte delle tre grandi epidemie di peste che colpirono Milano nel 1524, nel 1576 e nel 1629.

Sempre in Lombardia, anche a Bergamo il lazzaretto venne scelto come forma di prevenzione della malattia e deliberato nel 1503 per volontà della Repubblica di Venezia sotto la quale la città bergamasca sottostava, a partire dalla Pace di Ferrara del 1428. Venne costruito non in città ma nel mezzo della campagna, al di fuori della cerchia delle Muraine, al cui interno era presente un luogo di culto. 

Terzo, in ordine di costruzione, è il Lazzaretto di Verona caratterizzato da una qualità architetturale e un'eleganza particolari, oltre ad una "modernità" inusuale per certi ambienti (all'interno delle stanze, ogni paziente poteva cucinarsi un piatto caldo e pensare alla propria igiene personale). Venne eretto su una vasta ansa dell'Adige per ospitare i malati e i "convalescenti", suddivisi per sesso, riducendo al massima il rischio contagio. L'opera viene attribuita all'architetto Michele Sanmicheli anche se venne ultimata successivamente alla sua morte, esattamente due anni prima della terribile peste del 1630. 

Per quanto riguarda Trieste, furono tre i lazzaretti che vennero costruiti in difesa della città, a partire dal Settecento che fu il momento storico in cui in ogni porto principale del Mediterraneo europeo, a partire da Marsiglia fino a Trieste, era previsto almeno un lazzaretto marittimo. La consapevolezza delle potenzialità marittime della città di Trieste fu sicuramente legata a Carlo VI, salito al trono d’Austria nel 1711, trasformando in soli 8 anni la città in porto franco e incrementando il commercio con l'Oriente. Questa apertura portò quindi alla realizzazione del primo lazzaretto triestino nel 1730, denominato “San Carlo”. Dieci anni dopo venne inaugurato il nuovo Lazzaretto “Santa Teresa” nel 1769 per far fronte alla insufficienza gestionale del primo. Per lasciare posto alla stazione ferroviaria e al nuovo porto, nella Valle San Bartolomeo di Muggia, venne costruito il nuovo Lazzaretto, in uso fino alla prima guerra mondiale.

Vennero costruiti Lazzaretti anche ad Ancona, La Spezia, Livorno Porto Venere. Uscendo dal territorio italiano i lazzaretti si ritroveranno anche nel mediterraneo e dove l'influenza della loro efficacia fu compresa e attuata. In alcuni luoghi i resti di questi lazzaretti sono ancora presenti come, ad esempio, a Corfù.

Una delle maschere che ancora oggi viene utilizzata a Carnevale — il medico della peste — è uno dei testimoni di quelle terribili epidemie.

(sf)

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Pubblicato: Lunedì, 21 Novembre 2016 — Aggiornato: Sabato, 19 Agosto 2017

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