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Dopo un mese di smarrimento, l’esercito veneziano si ricomponeva e sotto la guida di Andrea Gritti, che diventerà in seguito uno dei più importanti dogi veneziani, riconquistava Padova il 17 luglio 1509, grazie anche al favore dei popolari. Purtroppo gli occupanti si davano al saccheggio della città, per punirla di essersi ribellata a Venezia, e una parte attiva in questa razzia la giocavano gli Arsenalotti. Ma il loro contributo non si limitava al danno, bensì al comando del Gritti si impegnavano a fortificare le mura, modificando le difese trecentesche: un lavoro straordinario a cui si applicarono migliaia di uomini, anche patrizi. Si temeva infatti che l’imperatore, che stava intanto inondando di lettere la città lagunare per spronare i cittadini a sollevarsi contro il regime aristocratico, intendesse riprendersi la città. E infatti Massimiliano I iniziava a invadere i territori circostanti: metteva a sacco Este, tentava la conquista di Abano, Monselice, Bovolenta e il 31 agosto era alle porte di Padova. La città si preparava all’assedio mentre ai primi di settembre cominciava il bombardamento nemico. Le temibili palle di pietra provocavano botti che si udivano perfino a Venezia, spargendo terrore.

Ma mentre l’esercito veneziano era impegnato a resistere, nella città lagunare avveniva qualcosa che andava a intaccare l’indifferenza e l’estraneità che aveva caratterizzato, come si è visto, l’atteggiamento verso gli abitanti della Terraferma. Tra agosto e settembre Venezia si riempiva infatti di un mare di gente fuggita dal padovano, dal mestrino e dal trevigiano. Era un esodo di massa, persone che trasportavano i pochi averi, contadini che offrivano «oche, anare, galine»; sfilavano donne stremate con i bambini in braccio che chiedevano elemosina e soccorso e tutto questo suscitò un profondo moto di compassione e una pronta accoglienza. In Piazza san Marco si potevano vedere transitare porci e pecore, registrava Sanudo, mentre in campo santa Margherita procedeva «uno caro cargo de fien con bovi che ‘l tirava per il campo» o ancora si osservava un asino salire il ponte di Rialto trasportando sacchi di farine.

Si “materializzava” così sotto gli occhi dei veneziani una parte rilevante del popolo delle terre che erano state sottomesse a Venezia e che si mostrava nella sua realtà concreta e drammatica, suscitando il ricordo delle origini della città veneziana, quella fuga verso il riparo offerto dalle isole dalle “crudeltà barbariche”, creando un coinvolgente nesso emotivo. Ogni casa offrì riparo, ogni sestiere fu attrezzato per alloggiare e sfamare e a tutti venne dato riparo e conforto.

Contemporaneamente al di là dell’acqua, le truppe di Massimiliano I concentravano i loro sforzi in due poderosi attacchi sferrati al “Bastione della Gatta”, simbolo della difesa padovana (qui vedete la xilografia dell’opuscolo di Bartolomeo Cordo, La obsidione di Padua, stampato a Venezia da Simone da Lovere nel 1510), il 20 e il 29 settembre ma senza riuscire a sfondare. Il primo ottobre Massimiliano decideva pertanto di ritirarsi da Padova. Venezia era salva. Ma oltre alla lontananza del nemico, qualcosa si era prodotto di nuovo sia nella sensibilità popolare che nella compagine di governo: si apriva, dopo la crisi, una nuova fase che suggeriva di raggiungere una migliore integrazione e conoscenza degli abitanti della Terraferma e delle loro culture, di dotarsi di nuovi strumenti istituzionali per affrontare il governo dei territori con una maggiore consapevolezza, imparando dalla lezione della storia.

Una sostanziale estraneità verso la Terraferma forse permase, pur tuttavia i sentimenti di terra e di mare dei veneziani si fecero più complessi e intersecati, ma questa è già un’altra storia.

(tp)

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Bartolomeo Cordo, La obsidione di Padua, Venezia, Simone da Lovere, 1510

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