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Marin Faliero fu il 55° doge della Serenissima (1354-1355).

Aveva 74 anni (era nato nel 1280).

Al momento dell’elezione si trovava ad Avignone come ambasciatore presso papa Innocenzo VI (1352-1362).

Il suo dogado iniziò in modo infausto e finì peggio: il 5 ottobre, al suo arrivo a Venezia, il Bucintoro, che andò a prenderlo per condurlo a Palazzo Ducale, a causa della nebbia fu costretto ad attraccare al centro del Molo e il doge passò tra le due colonne di Marco e Todaro, dove solitamente erano eseguite le sentenze capitali (segno di grande sventura, tanto che i veneziani evitano di passarvi in mezzo, non si sa mai).

Marin Falier era ricchissimo e la sua famiglia aveva già dato 2 dogi: Vitale (1085-1096) e Ordelaf (1102-1118), figlio di Vitale. In aggiunta era un duro: di lui si ricorda che come podestà a Treviso schiaffeggiò il vescovo giunto in ritardo a una cerimonia.

Il momento politico era delicato: la Repubblica si trovava in guerra con Genova dal 1350 e le gravi difficoltà economiche stavano ribaltando l’entusiasmante boom economico della prima parte del secolo. Il commercio appariva stagnante, la circolazione monetaria scarsa, il numero dei poveri in forte aumento, i tassi d’interesse lievitati enormemente. Per colmo di sventura, la sconfitta alla Sapienza (3 novembre 1354) contro i genovesi ingigantì tutto.

Dopo pochi mesi dalla sua elezione il Consiglio dei X scoprì una congiura (15 aprile 1355), o se la inventò, per liberarsi di un uomo scomodo: nessun documento è rimasto, ma due giorni dopo il doge venne decapitato, mentre neanche 24 ore dopo la scoperta della supposta congiura i complici furono giustiziati. Altre volte, altri dogi avevano tentato il colpo di Stato, in maniera più o meno conclamata, ma nessuno era stato privato della vita dalla Repubblica. Quella di Falier fu una condanna esemplare, severa, dettata forse per contrasto dal carattere e dall’atteggiamento duro, cinico e dispotico del doge. Si trattò forse di una congiura contro Marin Falier? Non lo sappiamo. Sappiamo che per lo scampato pericolo, il giorno in cui fu scoperta la congiura, per decreto del Consiglio dei X, divenne festa nazionale e il luogo della parete della Sala del M.C., dove si sarebbe dovuto porre la sua immagine, venne dipinto di azzurro con la scritta a lettere bianche: hic fuit locus ser marini faletri decapitati pro crimine proditionis.

Dopo l’incendio di Palazzo Ducale del 1577 si mise invece un drappo nero con la scritta: hic est locus marini faletri decapitati pro criminibus (Questo è il posto di Marin Falier, decapitato per crimini). Interessato e stupito da questa storia, Lord Byron scrisse un dramma intitolato Marin Faliero (1820). Ecco come sono stati ricostruiti i fatti. Il doge era in collera con l’aristocrazia per la mite condanna inflitta l’anno precedente a Michele Steno, futuro doge, che lo aveva offeso. Così, quando implorante giustizia gli si era presentato l’ammiraglio dell’Arsenale, Stefano Giazza, detto Gisello, per lamentarsi dell’alterigia dei patrizi, uno dei quali, Marco Badoer, lo aveva schiaffeggiato in pubblico, e un altro, Giovanni Dandolo, aveva maltrattato il ricco armatore Bertuccio Israello (o Isarello), l’ira del doge era esplosa: Come vuoi che ti renda giustizia, se non riesco ad ottenerla nemmeno io? E la sera stessa il doge maturava il suo piano.

Faceva chiamare segretamente il nipote Bertuccio Falier, l’armatore Bertuccio Israello e il suocero di costui, Filippo Calendario (ritenuto l’architetto di Palazzo Ducale assieme a Pietro Baseggio), un certo Bertrando (o Vendrame) Bergamoso, ricco pellicciaio bergamasco, e pochi altri. Tutti insieme concertarono di scegliere 16 caporioni, ognuno al comando di 60 uomini ben armati e appostati nei quartieri della città pronti a entrare in azione al suono della campana che chiama i nobili in riunione. Si era così ipotizzata e preparata una strategia, che prevedeva di spargere il panico in città gridando che la flotta genovese era entrata in laguna, di impadronirsi del Palazzo Ducale, di appostare gruppi di congiurati in zone di confluenza, di intercettare i nobili che accorrevano a Palazzo Ducale e passarli per le armi, di sopprimere il M.C. e nominare il doge signore di Venezia. Poi si era fissata anche la data: 15 aprile. Ma la sera del 14 uno dei congiurati, il pellicciaio, aveva consigliato a un suo amico patrizio, Nicolò Lion, di non uscire di casa il giorno dopo. Il patrizio, insospettito dal fare misterioso di Bertrando, lo aveva fatto rinchiudere ed era corso ad avvisare il doge, che si era turbato e contraddetto.

Lion allora aveva consultato altri patrizi e infine si decise di far torturare Bertrando che così spifferò tutto. Altra versione: Vendrame si confida con il patrizio Lion e gli dice che nella notte ci sarà una sommossa per abbattere il governo. Lion si reca dal doge, che lo tranquillizza, gli dice che sa, ma che sono solo chiacchiere. Lion pretende che il doge informi il Minor Consiglio. Viene ascoltato Vendrame, che tira fuori i nomi dei congiurati. Il nobile Giacomo Contarini e suo nipote Giovanni confermano, hanno sentito la stessa storia da un informatore, Marco Negro il quale, interrogato, dice che a capo della congiura c’è il doge: sulle dichiarazioni non provate di ipotetici pentiti, il doge ci rimise la testa e tutti gli altri il collo. I principali congiurati furono impiccati il 16 aprile: Bertuccio e Filippo tra le colonne rosse di Palazzo Ducale, gli altri tra le due colonne di Marco e Todaro.  

Il 17 aprile, venerdì, Marin Falier fu decapitato sul primo pianerottolo della scala principale del Palazzo Ducale (che si trovava all’altra estremità dell’attuale Scala dei Giganti), dove i dogi solevano giurare la loro Promissione. Il corpo di Falier rimase esposto nella Sala del Piovego per un giorno su una stuoia con accanto la testa tagliata. La sera del 18 aprile, il cadavere venne adagiato su una gondola e portato senza alcuna pompa alla sepoltura, costituita da un cassone di pietra, messo dapprima nella Chiesa di S. Giovanni e Paolo, in seguito, svuotato e rimosso (1812), quindi utilizzato come serbatoio d’acqua nella farmacia dell’Ospedale Civile, trovando infine la sua collocazione, privo di stemmi e iscrizioni, nella loggia esterna del Fontego dei Turchi. Il pellicciaio ricevette una grossa somma di denaro per le sue rivelazioni, ma non sembrandogli adeguata protestò e mal gliene incolse: fu esiliato per dieci anni e trovò la morte in Ungheria per mano di alcuni amici di Marin Falier. Del suo compare Negro si sa che ricevette una piccola somma di denaro e la licenza di andare in giro armato.

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Prima pubblicazione: Giovedì, 04 Aprile 2013 — Ultimo aggiornamento: Giovedì, 16 Marzo 2017

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