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La Vergine che legge è un tema che mi è molto caro, su cui ho ricercato e scritto molto, stupefatta dalla disattenzione riservata alla rappresentazione dell’Annunciata come straordinario documento della storia del libro e della lettura. Eppure l’immagine di Maria sorpresa in lettura dall’arcangelo Gabriele è uno dei temi più ricorrenti all’interno dei cicli iconografici della cultura cristiana e, a ben vedere, anche l’immagine di lettura più diffusa, tanto che potremmo definirla come la scena per eccellenza della lettura, capace di condensare su di sé un patrimonio espressivo e narrativo ricchissimo, sia per dettagli, descrizioni e trasformazioni d’ambiente. Ma segnala anche un peculiare passaggio storico perché solo a un certo punto tra le mani di Maria compare un libro.

L’iconografia della Vergine, prima del IX secolo, in genere non la mostra indaffarata in attività, talvolta, specie nell’arte bizantina, trasporta o riempie una brocca d’acqua. Del resto, le sacre scritture narrano assai poco della vita della Vergine: solo Luca tra gli evangelisti fa parola della scena dell’Annunciazione; ne parlano di più i Vangeli apocrifi, e specialmente il Protoevangelo di Giacomo che racconta che Maria filava la porpora scarlatta per il Tempio. A partire dal Duecento entra stabilmente in scena il libro a caratterizzare l’iconografia dell’Annunciazione. Perché?

Quel volume tra le mani di Maria è di fatto il testimone della reale emersione di un pubblico di lettrici e del processo di alfabetizzazione femminile, è il riflesso dell’esistenza di un pubblico femminile che chiedeva strumenti di devozione, istruzione o di diletto. E il libro di piccole dimensioni che ha tra le mani sottolinea quanto la lettura sia un piacere solitario ricavato dalla sottrazione del tempo al lavoro domestico.

Se le immagini della lettura maschile hanno evocato per lo più il mondo dell’erudizione e della cultura più istituzionale, la lettura femminile della Vergine espressa in posture sciolte e non affaticate, tende invece a collegare il testo al corpo, ai sentimenti, alla voce interiore, in altre parole alla vita. E talvolta è seduta in uno studiolo, con più libri, e la penna le sta accanto come in questo affresco del Maestro di Castrocaro (c. 1450), Cesena, Pinacoteca Comunale. 

Ci penserà soprattutto la Controriforma a inserire il cesto di lavoro accanto alla Vergine.

Per saperne di più, su Academia.edu trovate il mio saggio La vergine lettrice, che potete leggere interamente.

(tp)

Fa parte della serie: Storia delle scritture delle donne in Europa di Tiziana Plebani
Pillole di storia scritte da Tiziana Plebani, provenienti dalla sua ricerca confluita nel libro Le scritture delle donne in Europa (Carocci editore) e un omaggio all’8 marzo.

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