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Fino al 1500 è argomento sconosciuto sul territorio europeo, ma a Venezia il caffè trova la sua seconda patria dopo Costantinopoli e il suo trampolino di lancio per la diffusione in tutta Europa, grazie alla Serenissima.

Sembrerà strano, ma tra i molti primati annoverati da Venezia ne spicca uno che non ci si aspetterebbe proprio: il caffè.

I Veneziani, che avevano i più importanti contatti commerciali con il Medio Oriente, furono infatti verosimilmente i primi in Europa a conoscere e a diffondere l’esistenza di questa bevanda. E Venezia divenne il tramite attraverso il quale si diffuse in Italia e nel “mondo civile” la moda, il gusto e i luoghi del caffè, con un importante impatto nel quotidiano e nel sociale.

Considerando che fino alla fine del 1500 il caffè era ancora sconosciuto in tutta l’Europa, diventa interessante conoscere come è diventato una delle bevande più diffuse, nonché una vera tradizione in Italia.

Si ritiene che il primo europeo a nominare il caffè sia stato molto probabilmente un veneziano: il senatore della Serenissima Costantino Garzoni. Garzoni accompagnò a Costantinopoli Andrea Badoaro, inviato come ambasciatore della Repubblica di Venezia. Nel resoconto del suo viaggio, scritto nel 1573, Garzoni descrisse la vita dei Turchi, del loro sultano, dei loro soldati e di una strana bevanda:

Consumano anco molti, per poter vivere allegri, di bere ogni giorno una certa acqua negra fatta con l’oppio, la quale suole levarli da ogni pensiero, ed insieme dal buon sentimento; e se quelli che sono assuefatti a pigliarla la volessero lasciare, morirebbero subito, essendo già la natura loro avvezza a tal bevanda.

Una decina di anni dopo un altro europeo parla del caffè: Leonhard Rauwolf, medico, botanico e viaggiatore tedesco. Rauwolf, al ritorno da un suo viaggio in Medio Oriente, pubblica nel 1582 il suo: Aigentliche Beschreibung der Raiß inn die Morgenländerin (Viaggi del dottor Leonhard Rauwolf nei paesi dell’Est). Rauwolf descrive così la strana bevanda:

Un’ottima bevanda che chiamano chaube, che è quasi nero come l'inchiostro e molto buono nella malattia, specialmente nello stomaco. Lo bevono la mattina presto nei luoghi aperti davanti a tutti, senza alcun timore o riguardo, con delle coppe della Cina, il più caldo possibile, sorseggiandolo un po’ alla volta.

Ma la più famosa tra le prime citazioni sul caffè è quella di Francesco Morosini, Bàilo della Serenissima a Costantinopoli (il Bàilo era il rappresentante diplomatico della Serenissima, una specie di governatore; coordinava i commerci e la vita dei Veneziani in loco e amministrava la giustizia). Nella sua relazione letta al Senato veneziano il 1585, descrivendo gli usi e costumi dei Turchi, Morosini afferma:

Quasi di continuo stanno a sedere, e per trattenimento usano di bevere pubblicamente cosi nelle botteghe, come ance per le strade, non sono huomini bassi, ma ancora de’ più principali, un’ acqua negra bollente, quanto posson sofferire, che si cava d'una semente che chiaman caveé, la quale dicono c’ha virtù di far star l’huomo svegliato.

Il caffè era stato introdotto a Costantinopoli e in tutto l’impero ottomano nella seconda metà del 1500 da due lungimiranti uomini d’affari siriani e molto presto era diventato un elemento importante ed essenziale della vita di tutta la popolazione. Dopo Costantinopoli il caffè trovò in Venezia una seconda patria. Non è forse un caso che proprio a Venezia Prospero Alpini (o Alpino), medico e botanico, pubblicò in latino nel 1591 il suo De medicina Aegyptiorum (La medicina degli Egiziani), nel quale cita:

…In frequentissimo usu ibi est decoctum, chaova appellatum, …
(… Qui è molto frequente l’uso di un decotto, chiamato chaova, …)

The Woman Taking Coffee, Louis Marin Bonnet, 1774 (Metropolitan Museum, New York)

E nel 1592 Alpini pubblica, sempre a Venezia, il De plantis Aegypti (Le piante dell’Egitto), nel quale descrive le piante viste nel suo viaggio al Cairo assieme al console della Serenissima del 1580, tra cui la pianta del caffè e la sua preparazione:

Ho visto questo albero al Cairo, … Gli arabi e gli egiziani ne fanno una sorta di decotto,
che bevono invece del vino; ed è venduto in tutte le loro case pubbliche, come il vino è da noi. Lo chiamano bibita caova. Il frutto da cui lo producono proviene dall’Arabia e l'albero che ho visto sembra un albero fusiforme, ma le foglie sono più spesse, più tenaci e più verdi. L'albero non è mai senza le foglie.

Sembra inoltre che Alpini abbia portato nella città lagunare dei sacchi di caffè, facendolo così sperimentare dal vivo, e iniziando quell’uso quotidiano della bevanda che tutti noi conosciamo.

Un altro scrittore al quale si deve la conoscenza dell’uso del caffè è stato Pietro Dalla Valle, famoso viaggiatore orientalista, all’epoca importante punto di riferimento per quanto riguarda l’esotico e il “lontano”. In sua lettera da Costantinopoli del 7 febbraio 1615 riguardante il suo soggiorno in Turchia, descrive modo in cui il caffè era preparato e bevuto dai Turchi:

Hanno i Turchi un’altra bevanda di color nero; e la state si fa rinfrescativa e l’inverno al contrario: però è sempre la stessa e si bee calda, che scotti, succhiandola a poco, a poco, non a pasto ma fuor di pasto per delitie, e per trattenimento, quando si sta in conversazione; ne mai si fa tra di loro ragunanza alcuna dove non se ne beva, stando sempre perciò preparato un buon fuoco, con molte scodelline di porcellana piene di questa robba: e quando è scaldata bene ci sono huomini diputati, che non fanno altro, che portare scodelline a tutti i circostanti, e dare a ciascuno ogni hora delle più calde e dare anco semi di melloni da passare il tempo.

E così con semi di melloni e con questa bevanda, che chiamano chavè, si va passando il tempo in conversatione, o che sia in feste publiche, o in trastulli privati, le sette, e le otto hore alla volta. Io ne bevvi questa state della rinfrescativa cò i semi de’ melloni e mi piacque assai…

Da Venezia, il caffè arrivò poi in tutta l’Italia; da Nord a Sud si imparò a conoscere ed usare il nero infuso. La Serenissima iniziò ad importare grosse quantità di caffè e a distribuirle in tutta la penisola italica e nei maggiori centri europei, grazie anche ai Fondaci stranieri presenti nella città che favorivano gli scambi mercantili. Venezia divenne così il centro mondiale del caffè, fino alla caduta della Repubblica, nel 1797.

Molti sono i nomi con i quali è stato chiamato il caffè: caova, bon, chaoua, cahoa, chaube, chavè, cahve, kahvè, kavè, kafe, e molti altri similari, sino ad arrivare all'odierno caffè.

Fin dagli inizi del 1600 nella città lagunare i chicchi di caffè, torrefatti e polverizzati, erano carissimi e venivano usati come medicinale stimolante, venduti dagli speziali. Si sapeva (o si favoleggiava) infatti che la nera bevanda usata dai Turchi avesse molte proprietà, tra le quali il poter rimanere svegli e attenti. Infine, con il passare degli anni, si diffuse un uso normalizzato dell’infuso, fuori dagli ambiti medicinali.

La richiesta di questa nuova sostanza aumentò a Venezia in modo esponenziale, evidenziando il nuovo ruolo che il caffè aveva all’interno dell’economia veneziana. La cosa era molto palese, tanto che nel 1676 il Senato incaricò i Cinque Savi alla Mercanzia di studiare le modalità per regolamentare e tassare i commerci di tale merce, creando nuove entrate nelle casse dello Stato. E fece bene, perché di caffè ne arrivò sempre di più; basti pensare che tra il 1660 e il 1693 arrivarono a Venezia circa 6 tonnellate di chicchi. Ovviamente c’era anche molto contrabbando, combattuto però con delle leggi severe.

Mentre nel resto dell’Europa il caffè venne adottato come alternativa all’abuso di alcool (birra e vino), a Venezia il caffè si affiancò semplicemente al commercio e all’uso del vino, grazie alla secolare e radicata tradizione di viticultura nei possedimenti veneti. Nei primi tempi questa bevanda era cara, ed era usata soltanto dalle classi più agiate della popolazione; il popolino rimaneva legato al vino e alle osterie. Ma piano piano tutti i cittadini, di ogni estrazione sociale, iniziarono ad amarla. I chioschi che vendevano limonate fornirono così la nuova bevanda e sorsero i primi luoghi adibiti a questo, inizialmente chiamati Botteghe da acque.

Nel 1683 venne aperta, sotto le Procuratie Nuove, la prima Bottega da caffè, chiamata All'Arabo.

Da quel momento i Caffè si moltiplicarono e divennero il luogo ideale per passare il tempo, socializzare, giocare, amoreggiare, tessere trame, in quel grande rito collettivo dal nome Andare al caffè.

(mv)

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