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Daniele Manin è stato senza dubbio una delle figure chiave dei moti risorgimentali del 1848-49 a Venezia.

Più di tutto, uno dei tratti distintivi della sua persona è il suo rapporto con la città e ancor più con i veneziani, che si sentivano legati a lui talmente da considerarlo quasi un padre. Ed è proprio in questo rapporto speciale che risiede la sua influenza più caratteristica verso i movimenti del Risorgimento a Venezia.

Il carattere di Manin si mostra subito nel suo temperamento fin quando viene eletto socio dell'Ateneo Veneto, giovanissimo, scegliendo per la sua prima conferenza un tema attuale e scomodo per i suoi tempi: la pena di morte. Nel 1827 — durante un'altra conferenza, questa volta sulla lingua veneta — conosce un altro socio dell'Ateneo Veneto accademico della Crusca e padre del Dizionario della Lingua Italiana, Niccolò Tommaseo, con cui stringerà un solido rapporto che contribuirà al successo della liberazione verso la dominazione asburgica.

Manin è l'uomo dei due mondi, capace di parlare alla borghesia grazie alla sua ampia preparazione culturale e alla sua partecipazione attiva nella cultura, nella politica e nella diplomazia della città e non solo — è lui infatti l'editore che pubblica il Dizionario del dialetto veneto del Boerio, che tutt'oggi costituisce fonte di riferimento sul tema — e intimamente in sintonia con gli animi più popolari, con cui riesce a costruire un rapporto solido e di estrema fiducia.

Così forte è la sua indubbia capacità di scrutarne i sentimenti e i desideri che ad uno scettico Tommaseo, in risposta al suo dubbio su cosa si attendesse da questo popolo incapace di sacrificio, Manin risponde:

 Credetemi, nè voi nè alcuno conosce il popolo di Venezia. Esso è sempre stato giudicato molto male. Io mi vanto di conoscerlo, e questo è il mio solo merito.

Tratto da "Daniele Manin e la rivoluzione veneziana del 1848-49" 

Se da una parte, quindi, il dialogo con la borghesia era costruito su un linguaggio appropriato e adatto alle conferenze di alto livello, con il suo popolo Manin parlava in dialetto, usando parole semplici e comprensibili anche dalle persone meno colte, rivolgendo alla folla acclamante domande a cui essa poteva facilmente gridare con orgoglio una risposta:

Ho scoverto che vualtri no me amè (mille voci: si si si) ... Vu altri disè de sí cola boca, ma no col cuor ... (mille voci: si, si, si col cuor, col cuor, moltis­simi battevansi le mani al petto) ... Questa xe la terza volta che ve digo de an­dar via dalla piazza, e vu altri ghe sè ancora... Chi no ,va via, no xe mio amigo, e xe nemigo dell'Italia...

Tratto da "Daniele Manin e la rivoluzione veneziana del 1848-49" 

Il popolo apparteneva a Manin, il popolo affermava che Manin gli apparteneva.

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