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Cambiamento climatico, emergenza climatica, clima e meteo sono argomenti entrati definitivamente nella quotidianità di tutti noi, tuttavia non su tutto c'è ancora chiarezza. Così abbiamo deciso di intervistare Luca Mercalli e fare due chiacchiere con lui per capire meglio i vari argomenti, e quali soluzioni possiamo mettere in pratica per dare il nostro contributo alla risoluzione dell'emergenza climatica attuale.

Luca, qual è la differenza tra meteo e clima? Come si fa a sapere qual è il clima tra 5-10-20 anni se si fa già fatica a sapere che tempo farà la prossima settimana?

La risposta è semplice perché sono due previsioni di tipo diverso: la previsione meteorologica è una previsione di dettaglio: riesce a dire a Venezia, a Padova, a Belluno, dove vuoi, cosa succederà alle ore 17 di dopodomani. Quindi con una precisione che riesce ad essere elevata nel tempo e nello spazio, ma paga il prezzo di questa precisione con la scarsa durata: oltre 7-10 giorni non ha più significato.

Lo scenario climatico non dice il tempo che farà a Venezia o a Belluno il 18 ottobre del 2074, ma mira semplicemente a dirci quale sarà lo stato fisico e medio del pianeta, che è un’altra cosa. Non c’è, quindi, il dettaglio del tipo di tempo che ha una sua dinamica con un’alta variabilità, ma in base alle caratteristiche dell’atmosfera che avremo, modificata dalla nostra attività, possiamo prevedere molto bene quale sarà lo stato fisico finale del pianeta, cioè che si riscalderà tra i 2 e i 5 gradi centigradi a seconda delle nostre azioni.

Vogliamo un esempio pratico? Se accendiamo una sigaretta in una stanza si leva un filo di fumo. Prevedere dove sarà il fumo nel primo minuto è molto facile, perché lo vedi e vedi i primi 50 centimetri di fumo che si alzano sopra la sigaretta e fa la nuvoletta: questa potremmo dire che è la previsione meteorologica.

Prevedere cosa succede al fumo nel quarto d’ora o nella mezz’ora successiva è molto difficile, perché la nuvoletta comincerà a diluirsi nella stanza ma con delle diffusioni molto diverse, non vedi più il fumo, ci sarà una zona della stanza con più puzza di fumo e un’altra che puzzerà meno.

Dopo due ore è facilissimo: tutta la stanza avrà una puzza media, omogenea di fumo. Quindi, è vero che io non posso prevedere nel medio periodo i dati meteorologici e posso prevederli solo per una decina di giorni, ma il risultato finale di un cambiamento delle condizioni le posso prevedere, perché alla fine so che tutta la stanza puzzerà di fumo, su questo non ci sono dubbi.

Per il clima è la stessa cosa: noi sappiamo che fra 100 anni, se aumentiamo la concentrazione di gas ad effetto serra la stanza sarà più calda di 2 o di 5 gradi. A livello locale non posso dire come ci arriverò ma sicuramente saprò che il risultato finale sarà quello.

L’emergenza climatica, il cambiamento climatico in corso, incide anche sulla forte variabilità degli eventi atmosferici, quindi in questo caso anche sulle previsioni meteo?

Le previsioni meteo, sostanzialmente proprio per la loro breve durata, si adeguano ai dati che leggono via-via come input dei modelli. Ogni modello parte da uno stato iniziale che sono i dati misurati dai satelliti e dalle stazioni meteorologiche e semplicemente prendono il dato che c’è. Se poi il clima si è modificato partiremo sempre da uno stato iniziale: ad esempio, partiremo da 2 gradi in più perciò la previsione meteorologica non risente del cambiamento climatico perché viene modellata sulla base di quello che già si è verificato.

Perfetto. Molto chiaro. Un altro argomento che viene affrontato, legato anche ai report dell’IPCC e di altri report che si stanno pubblicando su varie fonti scientifiche…

…che sono centinaia. Ricordiamo che oltre a quelli dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) ce ne sono molti altri e, almeno nei paesi occidentali, quasi tutti i governi hanno fatto il loro. Esiste un report sul cambiamento climatico del governo francese, del governo svizzero, di quello tedesco, quasi ogni paese evoluto ha un preciso rapporto sulle conseguenze del cambiamento climatico sulla propria regione. Ce l'hanno perfino gli Stati Uniti, nonostante abbiano un presidente negazionista, un rapporto interno nazionale sulle conseguenze del cambiamento climatico, così come l’Australia, il Giappone. Quasi tutti i paesi ce l’hanno.

Nel nostro piccolo ce l’ha anche l’Italia, sebbene gli sia stato dato poco rilievo, poca pubblicità e non sia molto accessibile al pubblico comune. Lo chiamiamo “Strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici” (documento in PDF) ed è già depositato da parecchi anni al Ministero dell’Ambiente.

Questo è interessante.

È importante, perché aumenta il carico di autorevolezza, non c’è solo l’IPCC.

L’IPCC è un ottimo e importante organismo internazionale, ma poi ogni paese si è fatto i calcoli a casa sua perché le problematiche locali sono comunque diverse per ogni Paese. Questo dà la dimensione della consapevolezza e anche, direi, del consenso. Non è che un paese come la Francia o la Gran Bretagna si mette a studiare un non-problema — se dovessimo ascoltare i negazionisti —. Qui c’è della ricerca e dell’autorevolezza istituzionale di prim’ordine.

Certo, anche da più discipline… ovvero il consenso non deriva solo da una sola disciplina come, per esempio, il solo climatologo.

Certo, ci sono praticamente decine di saperi che confluiscono nella problematica.

C’è un argomento importante per le conseguenze e per la previsione sul cambiamento climatico, che oggi passa un po’ “in sordina” rispetto all’attenzione mediatica degli altri argomenti: il feedback nel sistema climatico. Ci può dire cos’è?

Il feedback — o, meglio, chiamiamoli fattori di amplificazione interna — purtroppo nei sistemi naturali ce ne sono tantissimi e complicano ulteriormente lo scenario. Di solito i feedback possono accelerare un processo, lo possono addirittura precipitare.

Gli scenari che vengono sviluppati lo prevedono senza che ci siano trabocchetti o trappole che lo accelerano, tuttavia sappiamo che questi trabocchetti ci sono. Non sappiamo se si svilupperanno, come e quando, però il fatto che esistano ci deve rendere ancora più attenti.

Uno di questi feedback è il permafrost, ad esempio, ovvero il terreno gelato in permanenza in Siberia e Canada che contiene una quantità enorme di metano e di altra CO2: riscaldando noi il clima cominciamo a farlo scongelare. Poi questo processo va avanti da solo, libera ulteriori gas ad effetto serra e a quel punto non lo fermiamo più.

Quindi possono verificarsi eventi a catena che possiamo prevedere solo fino ad un certo punto?

Esatto. Potrebbe essere il distacco di grandi porzioni di ghiaccio della Groenlandia che invece di far salire i mari a pochi millimetri all’anno, che è già un problema, potrebbero farlo salire di metri, potenzialmente. Però non possiamo dire se il ghiacciaio si stacca con un iceberg piccolo ogni mese, oppure collassa e se ne distaccano 10 chilometri in un minuto.

Ecco, proprio relativamente all’innalzamento medio marino annuo, di circa 3-4 millimetri, in un recente suo intervento a Villa Pisani in occasione dell’evento “Architettura e cambiamento climatico. Adattamento, Mitigazione” diceva che è un dato di cui preoccuparsi. Tuttavia per la percezione pubblica non lo è: perché invece va tenuto in forte considerazione?

Bisogna preoccuparsi perché, come tutte le quantità che crescono, non ti preoccupano oggi ma ti devono preoccupare una volta che le sommiamo negli anni e, inoltre, aggiungiamo che questo passo di aumento è variabile. Adesso è 3,5 mm all’anno, ma continuando ad aumentare la temperatura e quindi fondendo più ghiaccio nella Groenlandia, poi diventeranno 4, poi 5, poi 7 millimetri. Perciò anche la velocità di aumento è destinata ad aumentare essa stessa, avendo così un’accelerazione.

E infatti gli scenari ci dicono: se l’Accordo di Parigi viene rispettato a fine secolo il mare sarà aumentato di circa mezzo metro, se non viene rispettato e quindi si verifica lo scenario più caldo, il mare aumenterà anche di un metro, un metro e mezzo. A questo punto è ovvio che per un’area come il Veneto, con la laguna e il delta del Po significa poter perdere le zone costiere che vanno da Lignano Sabbiadoro a Rimini, solo per fare un esempio.

Questo nel caso del metro, nel caso di mezzo metro significa avere comunque una serie di problemi: dal cuneo salino, quindi la falda idrica che diventa salmastra — non è più utile per l’agricoltura e l’acqua potabile — alle problematiche durante le mareggiate, perché non dimentichiamo che il mare sale lentamente ma quando è un po’ più alto, nel caso di una mareggiata, invade le zone costiere in modo molto più aggressivo.

Certo, e in questo incidono infatti gli eventi atmosferici che abbiamo visto di recente.

Sì a Rimini, ai Lidi Ferraresi, ci sono state delle mareggiate negli ultimi anni che hanno creato già una quantità enorme di danni. Certe volte basta 1 centimetro o 5 centimetri in più di mare per avere danni che riescono ad entrare centinaia di metri in più nel territorio: significa erodere una strada litoranea, una ferrovia, le spiagge, gli stabilimenti balneari.

E adesso, non nel 2100.

Quindi possiamo dire che sono in termini esponenziali: un centimetro può fare danni su una proporzione ben più ampia.

Sì, dal punto di vista di danni, sì.

Da questo punto di vista la nuova tecnologia (Internet of Things — Internet delle cose —, sensoristica, Intelligenza Artificiale, Machine Learning e Big Data) quanto può essere utile nella battaglia per il cambiamento climatico e quanto utile è investire su di esse?

È utile, ma alla fine il paragone è: quanto è utile che un malato abbia una bella sala operatoria con tanti strumenti? Cioè, è utile ma è molto più utile non ammalarsi. Certamente questi oggetti ci faciliteranno i controlli, il monitoraggio, ma tanto non tolgono il problema: se ho l’acqua che è aumentata... ho l’acqua che è aumentata, questo è il dato di fatto.

Non diamogli un’importanza salvifica, saranno un aiuto per riuscire ad affrontare meglio i danni, ma tanto i danni sempre ci saranno.

E dal punto di vista della mitigazione? Una maggiore capillarità di sensori può aiutare, anche nei confronti dei decisori politici o comunque la situazione è conosciuta e più di tanto non cambierebbe?

In termini di dettagli sì, certo che avere una rete sensoristica può essere d’aiuto, anziché andare personalmente con il metro a misurare il mare avrò dei sensori o dei satelliti che me lo dicono ma, ripeto, non attribuiamogli un valore salvifico. Non è che il problema sparisce, semplicemente avremo qualche mezzo per gestirlo meglio, per un po’ meno danno, ma tanto il problema è sempre lì: il mare se si alza, si alza, e il caldo se c’è, c’è.

Contestualizzando la situazione in una proiezione di alcuni anni qui nel Veneto, quali sono i cambiamenti che potrebbero verificarsi o intensificarsi?

Tutti gli eventi atmosferici che conosciamo e che già fanno parte della casistica del passato sono destinati ad aumentare di frequenza ed intensità, e quindi sono destinati a generare maggiori danni. Alcuni sono eventi del tutto nuovi, come la temperatura sopra i 40 gradi che in Pianura Padana, a Venezia o a Padova non ci sono mai stati nella nostra storia meteorologica di svariati secoli — e i dati della Pianura Padana ce li abbiamo già dalla metà del Settecento.

Tornado, trombe d’aria, tempeste invece ne abbiamo avute anche in passato. Ora si tratta di capire di quanto diventino un po’ più frequenti e un po’ più intense, e questo non può che generare maggiori danni sulle nostre infrastrutture, siamo comunque vulnerabili. Anzi, negli ultimi 50 anni abbiamo costruito così tanto che c’è un maggior capitale esposto: lo stesso temporale di 100 anni fa danneggiava al limite una campagna, oggi quel temporale danneggia automobili preziose, capannoni, attività industriali, abitazioni, residenziale, commercio, traffico… c’è un’enorme quantità d’infrastruttura per cui qualsiasi evento atmosferico intenso produce un danno più grande rispetto al passato e se è destinato ad aumentare è ovvio che genererà più danni.

Anche perché abbiamo visto che eventi più intensi hanno contribuito a creare maggiori blackout, quindi qualcosa su una scala molto ampia anche dal punto di vista di fornitura energetica.

Sì, vanno ad incidere ovviamente sull’equilibrio di tutta la società. Questo è un problema che c’è in tutto il mondo, ma in più c’è l'aumento del livello del mare, che è qualcosa di più lento, ma che va in ogni caso ad aumentare l’intensità di eventi estremi, perché una mareggiata o un’acqua alta come quella di Venezia del 1966, determinata da un fenomeno meteorologico, è ovvio che con il mare più alto di 10 cm il danno sarà a quel punto molto più grande a Venezia rispetto al passato.

Proviamo allora a dare una boccata di ossigeno, nonostante sia personalente d’accordo con il concetto delle “lacrime e sangue” (espresso da lei sempre durante l’evento di Villa Pisani)…

…le "lacrime e sangue", io ho ripreso questa citazione da Winston Churchill, non lo dice mica Luca Mercalli… lo dice un grande uomo politico, un carismatico motivatore di cittadini di fronte ad un pericolo che allora era più esplicito e che oggi è semplicemente più difficile da vedere ma che non è meno grave di quello delle bombe del Nazismo.

Abbiamo davanti a noi un tale scenario di stravolgimento della geografia sociopolitica del pianeta — perché se il mare o la siccità aumentano si verificano migrazioni di popoli, quindi problematiche di scala geopolitica — che bisogna oggi fare di tutto per ridurre il rischio e visto che sappiamo che c’è questa forchetta tra un cambiamento moderato, che quindi sappiamo affrontare meglio — quello dei 2 gradi e del mezzo metro di mare — , e quello invece catastrofico — quello dei 5 gradi e del metro di mare — cerchiamo di fare di tutto per stare in quello inferiore. Il cambiamento più moderato ci permette di essere meno colpiti dagli eventi estremi e di destabilizzare meno la nostra società, soprattutto quella che vivranno i nostri giovani, i nostri nipoti.

Questa è la sfida che abbiamo davanti.

Non tutto è perduto, questo spazio di manovra ci permette di scegliere il male minore, che è poi l’Accordo di Parigi, che sceglie il male minore. Non sceglie la guarigione, perché quella non si può più fare, ormai è persa a causa dei 40 anni di tentennamenti precedenti, così come lo stesso Churchill disse ormai è persa la possibilità di evitare la guerra, l’avete voluto voi con i 10 anni (persi) degli anni ’30 che non hanno fermato Hitler quando si poteva.

Quindi ormai il danno c’è, però cerchiamo di renderlo più piccolo possibile.

Certo, anche perché se non ricordo male, una cosa importante e davvero terribile da considerare è che nel caso non si faccia niente, la classificazione della gravità del problema è “sconosciuta”.

Certo, andremo a creare delle condizioni del pianeta che la nostra specie non ha mai sperimentato prima, è veramente qualcosa di ignoto nei 200.000 anni di presenza dell’essere umano perché un clima con 5 gradi in più non l’abbiamo mai vissuto, meno che mai con una società così organizzata considerando che 7 miliardi e 700.000 persone la Terra non le ha mai avute. L’impatto su una società di nomadi e cacciatori — ovvero il passato — rispetto a quella odierna è ovviamente molto diversa.

Parlando di possibili soluzioni — premettendo che la vera soluzione deve essere corale, dove ognuno di noi partecipa al cambiamento, e considerando che le azioni da mettere in campo sono davvero tante e tutte urgenti — c’è una sorta di disorientamento su cosa fare, soprattutto su cosa fare prima e cosa fare dopo. Dal suo punto di vista, provando a dare una scala di priorità e considerandole comunque tutte urgenti, quale potrebbe essere una piccola classifica a cui riferirsi?

Anzitutto mettiamo un cappello che vale per tutto e che è il comandamento generale, ovvero non sprecare.

Sotto a questo articoliamo le azioni nei 4 macro settori della nostra vita quotidiana, almeno noi che siamo nei paesi occidentali:

  • la casa, che è una grande fetta di utilizzo dell’energia — e quasi sempre di utilizzo dell’energia fossile — partendo dal risanamento energetico, su cui intervenire pesantemente: diminuire i consumi, passare alle energie rinnovabili, installare i pannelli solari sul tetto, applicare un cappotto termico, tutte cose già ampiamente possibili con l’edilizia sostenibile e grazie anche all’eco bonus che fortunatamente in Italia ci permette di scaricare fiscalmente una bella fetta di questo investimento e ottenere al tempo stesso un buon comfort di casa nostra risparmiando sulle bollette. Insomma, è una cosa intelligente, dove si guadagna in qualsiasi maniera: ci guadagna la società e ci guadagna il singolo a casa propria;
  • i trasporti, bisogna imparare a fare qualche rinuncia, per esempio volare di meno, o almeno non usare l’aereo per futili motivi, usare meno macchine di grandi dimensioni — meno SUV e più utilitarie, possibilmente poi iniziando a migrare verso l’auto elettrica —, usare di più i mezzi pubblici, andare a piedi o in bicicletta, e dove possibile sostituire il viaggio con il telelavoro, visto che la moderna tecnologia almeno ci dà questo alternativa (evito di andare alla riunione, uso la sessione Skype e risparmio anche del tempo, del denaro e delle emissioni);
  • il cibo, il settore alimentare pesa per oltre il 25% nelle emissioni mondiali, quindi dieta con poca carne, cibo locale e cercare di evitare questo grande commercio di cibo internazionale che arriva dai 4 angoli del pianeta. Facendo un esempio, il prodotto simbolo della follia odierna è l’acqua: pensare che dell’acqua varchi l’oceano perché una certa marca arrivi a New York dall’Italia solo perché è di moda bere una certa etichetta, un brand. È sempre composta dalla solita formula, ovvero H2O. Non c’è bisogno di spostare una bottiglia, c’è l’acqua del rubinetto, l’acqua delle Alpi. Quella bottiglia è come se avesse uno strato di petrolio sopra l’acqua equivalente al petrolio che abbiamo usato per trasportarla;
  • i consumi, meno mode e più durevolezza: prodotti che durino e che si possano riparare, e comunque prodotti che non siano più dettati dalla moda, dalla necessità di avere a tutti i costi l’ultimo modello di qualsiasi prodotto se quello che hai già funziona perfettamente. A questo aggiungiamo i rifiuti, che nel caso di minor consumo equivale a produrne meno, che devono essere correttamente differenziati e riciclati.

Questo si attiene al singolo individuo, cosa può fare ogni persona nel suo “piccolo”.

I passi successivi includono anche un cambiamento del paradigma economico, che non può più essere improntato su una crescita infinita su un pianeta finito, perché questo non è consentito dalle leggi fisiche.

Certo, in qualche modo, forse, anche lo spostare l’acqua da una parte all’altra incide nei cambiamenti del clima?

No questo no, è marginale. L’acqua in bottiglia pesa per il petrolio che abbiamo usato per spostarla e non per l’acqua in sè, viene la pioggia e in 3 minuti ti ha dato tutta l’acqua di tutte le bottiglie del mondo. Il problema è che quelle bottiglie hanno dentro un contenuto energetico e quindi anche di emissioni assolutamente non giustificato. Ci sono tanti usi dell’energia, anche fossile, che hanno una loro utilità: un ospedale, per esempio, fa delle cose importanti, salva vite umane o allevia la sofferenza delle persone.

Ma portare l’acqua, invece, sulla tavola di qualcuno che la paga 10 dollari solo perché ha l’etichetta che arriva dalle Alpi, e magari invece a Milano c’è qualcun altro che consuma l’acqua che arriva dalle Montagne Rocciose, allora lì siete dei mentecatti, comprate un’idea, un’etichetta, ma alla fine quell’etichetta lì ha fatto chilogrammi di CO2, veri e reali, che invece incidono.

Chiarissimo, la ringrazio, buona serata!

Grazie a voi, buon lavoro.

Chi è Luca Mercalli

Luca Mercalli non ha bisogno di presentazioni, ma per chi ancora non lo conoscesse: climatologo, si occupa di ricerca su variazioni del clima e ghiacciai delle Alpi occidentali, mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, comunicazione del rischio climatico, efficienza energetica ed energie rinnovabili e sostenibilità ambientale.

È noto al pubblico televisivo italiano per la partecipazione alla popolare trasmissione Che tempo che fa di Fabio Fazio e il programma da lui condotto Scala Mercalli, tuttavia il suo curriculum è decisamente più denso di attività e pubblicazioni.

Nel 1993 ha rinnovato la Società Meteorologica Italiana (già Ente Morale, oggi Onlus) la maggiore associazione nazionale del settore delle scienze dell'atmosfera fondata nel 1865 da p. Francesco Denza, della quale è presidente. Ha fondato e dirige dal 1993 la rivista internazionale di meteorologia Nimbus (con una sezione dedicata al clima delle Alpi Francesi e del Canton Ticino in collaborazione con Météo France e Meteosvizzera) e la collana di monografie climatologiche “Memorie dell’atmosfera”.

I suoi ultimi libri pubblicati sono: Non c'è più tempo, Passaggi Einaudi, 2018 e Il clima che cambia. Perché il riscaldamento globale è un problema vero, e come fare per fermarlo, Collana Le scoperte · Le invenzioni, Milano, BUR Rizzoli, 2019

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