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Le donne dell’aristocrazia europea, destinate a divenire principesse se non regine e molto spesso regnanti nei periodi in cui i mariti erano in guerra o erano morti, dovevano essere istruite all’arte di governo e per questo era necessario che sapessero leggere e scrivere anche per inviare corrispondenza, pure di tipo diplomatico, e impartire ordini.

Anche molte italiane, durante i lunghi anni delle guerre d’Italia, si trovarono a reggere stati o città, talvolta anche a difenderli alla testa degli eserciti. Caso questo di Bianca Maria Visconti, duchessa di Milano e figlia naturale di Filippo Maria (1425-1468). Divenuta moglie di Francesco Sforza, resse la marca anconetana e altre città in mano al marito e difese in prima persona Cremona nel 1448 dai Veneziani che l’avevano attaccata.

Il ricco epistolario ne mostra le sue doti politiche e diplomatiche, ma anche un carattere originale e spiritoso. Leggiamo alcuni brani della lettera dell’8 agosto 1452 che inviò al padre subito dopo la nascita del quarto figlio, che sarebbe stato conosciuto come Ludovico il Moro: ho avisata la Illustre Signoria Vostra como mediante la divina gratia ho aparturito uno bello fiolo. Lo tranquillizzava sulle sue condizioni stago molto bene insieme con il novo figliolino. Ma non nascondeva con una grande dose di ironia che il nuovo nato non era certo un campione di bellezza, anche per la somiglianza con il nonno materno: è il più sozo de tuti li altri. Del fronte e dela bocha el someglia mi et dela parucha el somiglia la Signoria Vostra siche podeti pensare como el debe essere bello. Sono però certa che quando il vedriti non vi parrà tropo diforme anzi spero che vi piacerà forsi tanto quanto veruno del altri.

La sincerità divertita di Bianca Maria smentisce che ogni scarrafone è bello a mamma soja e ci parla di una maternità svincolata dai luoghi comuni.

Del resto non era una donna “comune”.

(tp)

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