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Il 25 aprile 1509 a Venezia, giorno di san Marco, ancora si sperava in un esito felice e rapido della guerra e Sanudo annotava la fiducia nella vittoria tra la gente: In questo zorno puti corevano per piaza assa’ numero, fato squadroni con una bandiera in man et lanze, li altri over spade; et andavano per la piaza di San Marco, cridando: Marco! Marco! Vitoria! Vitoria. E molti sbeffeggiavano in rima uno dei nemici: O paxe, o guerra/ il marchese di Mantova sarà per terra.

Ma a pochi giorni di distanza si venne a sapere che il papa aveva lanciato la scomunica a Venezia e che volesse far pubblicare, ovvero affiggere sui muri delle chiese il testo; la Signoria, in accordo con i capi del Consiglio dei Dieci, ordinò che tutti gli ufficiali che trovassero le polizze (cioè il breve pontificio a stampa) su le colonne senza lezer le portasse ai capi di X, mentre richiedevano agli esperti dello Studio di Padova (l’Università) in jure canonico far la scriptura de interponer l’apellation, per difendersi dalle accuse.

Nel frattempo veniva letto a Rialto un proclama in cui si proibiva di portar vesti alla francese, come ziponi e camise per esser questa terra nimicha dil nome francese. La guerra si serviva anche allora di linguaggi di varia natura, tra cui la moda: i costosi abiti alla francese, prima segno di ricchezza e gusto, divenivano pertanto assimilati al nemico.

Il 15 maggio, preceduta da alcune avvisaglie, giungeva la notizia della drammatica disfatta di Agnadello, sull’Adda, del giorno prima, con la cattura del condottiero Bartolomeo d’Alviano, ferito al volto, dopo che il suo cavallo era stato colpito e aveva dovuto smontar e combatter appiedato (sarebbe rimasto prigioniero del re di Francia per ben 4 anni). A Venezia, registra Sanudo, erano chome morti e tutta la terra era di mala voglia.

Nei campi e anche in Maggior Consiglio si parla di mandare il doxe im persona fino a Verona, per dar animo a’ nostri e a le zente. Il doge però più morto che vivo, non pareva intenzionato a muoversi ma i suoi figli rispondevano che il doxe farà quello vorrà questa terra. Sanudo chiosava: “Concludo, zorni cativi, vedemo la nostra ruina et niun non provede. L’esercito veneziano intanto era in rotta per le campagne e si veniva a sapere che i cittadini di Bergamo non havevano più ubedientia mentre l’ansia tra i capitani e i provveditori insediati nelle città venete aumentava e si provvedeva a far allontanare le loro famiglie.

A Venezia nel frattempo cominciava a montare il malcontento verso il governo fomentato da una grande preoccupazione: la fame. L’orgoglio dell’autosufficienza della città, che nulla produceva ma aveva tutto, si infrangeva di fronte al rischio reale dell’isolamento data la perdita della Terraferma: Si dubita di vituarie questa terra e in città si spargeva tale concreta paura, che fece sì così che molti accorsero al Fontego della farina dubitando di charestia.

(tp)

Fa parte della serie: Storie veneziane di Tiziana Plebani
Pillole di storia veneziana, tra curiosità, fatti e aneddoti, scritte da Tiziana Plebani

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Bartolomeo d'Alviano, incisione XVI secolo

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