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Per lo più, si dà per scontato che le donne, quando hanno impugnato la penna, abbiano coltivato solamente generi intimistici o religiosi.

Niente di più errato! C’è invece una lunga tradizione, già ben presente in ambito altomedievale di scritture storiche delle donne. Non era una scelta da poco, poiché significava legittimarsi a scrivere della cosa pubblica e per lo più erano motivate dalla volontà di riscrivere ciò che era successo e di offrirne un’altra versione. Tuttavia furono per lo più dimenticate dalle antologie letterarie, anche se recenti ricerche hanno attribuito proprio a penne femminili alcune opere circolate in forma anonima, come era consueto in periodo medievale, quali gli Annales Mettenses priores, il Liber historiae Francorum e la Vita Mathildis reginae antiquior, testi che riservano una speciale attenzione alle figure femminili e che insistono sui retroscena del potere e sulle vicende familiari dei protagonisti. Si tratta di una tradizione di scrittura storica al femminile che aveva nei Gesta Othonis di Rosvita di Gandersheim e nelle cronache monastiche dei modelli di riferimento. 

Ma è tempo di illuminare almeno una capostipite di tali narrazioni, la bizantina Anna Comnena, nata nel 1083 a Costantinopoli. Figlia dell’imperatore Alessio I Comneno e di Irene Dukas ricevette, complice anche la cultura più favorevole alle donne rispetto all’Occidente, un’educazione completa e varia, che spaziava dal trivio e quadrivio ma comprendeva anche la scienza e la medicina.

Mirò al trono imperiale e al potere ma, sconfitta, dedicò l’esistenza allo studio e alla scrittura. Non senza ambizione e orgoglio come rivela il prologo della sua rilevante cronaca, l’Alessiade. Ascoltiamo la sua personalità al riparo della modestia e il suo elogio del potere della Storia:

Prologo
Il tempo, che scorre inarrestabile, nel suo moto ininterrotto trascina e porta via con sé tutto ciò che è nel divenire, e sommerge nell’abisso della sparizione sia i fatti non meritevoli di nota, sia quelli ragguardevoli e degni di memoria, portando alla luce, come si dice nella tragedia, ciò che è oscuro, e nascondendo ciò che è manifesto. Ma il racconto della storia diventa un baluardo solidissimo contro il flusso del tempo, ne arresta in certo qual modo il corso irrefrenabile e, stringendo nella sua ferrea morsa tutti gli avvenimenti che vi si svolgono, quanti esso ne sia riuscito ad afferrare in superficie, non permette loro di scivolare nelle profondità dell’oblio.

Ben convinta di ciò, io, Anna, figlia degli imperatori Alessio e Irene, frutto e virgulto della porpora, che, non solo non sono ignara di lettere, ma ho studiato al massimo grado la lingua greca, non ho trascurato la retorica, ho letto attentamente i trattati aristotelici e i dialoghi di Platone, e ho rinsaldato la mia mente con il quadrivio delle discipline (è necessario divulgare - e non è per vanteria che lo faccio - quanto mi hanno dato la natura e lo studio per le scienze, e quello che Dio dall’alto mi ha gratificato e che le circostanze col loro contributo hanno fatto), io, dunque, voglio con questa mia opera narrare le imprese di mio padre, che non meritano di essere consegnate al silenzio e di essere trascinate via dalla corrente del tempo come verso un mare di oblio…
(traduzione di Giacinto Agnello)

Tratto dal codice più antico (XII secolo) e contemporaneo ad Anna, seppure non autografo, conservato presso della Biblioteca Medicea Laurenziana nei Plutei 70.02. I plutei, che ancora si possono vedere nella Laurenziana, erano i banconi di lettura realizzati con un piano reclinato su cui erano posti i codici, agganciati saldamente con una catena. Una catena? Certo, perché i libri al tempo avevano una legatura di solide assi di legno e anche al tempo i furti non erano infrequenti.

(tp)

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