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Sorge in uno dei luoghi più remoti e solitari dell'isola della Giudecca, tra la chiesa di Santa Eufemia e la laguna sud. La visita alla zona, consente di far rivivere, con un pizzico di nostalgia, i momenti di maggior splendore dell'intero complesso monastico.

Oggi gli spazi della chiesa sono utilizzati per ospitare incubatori d'impresa, strutture dedicate alle nuove imprese.

Il convento, la parte del complesso ad esser costruito per primo, venne edificato verso la fine del XV secolo per volere della monaca benedettina di nobile famiglia Marina Celsi, già badessa del monastero di Sant'Eufemia dell'isola di Mazzorbo. Il suo progetto prevedeva di relizzare una comunità di sole donne e di stretta osservanza; il luogo, una casa in muratura con orto e pozzo, venne donato a Marina da una vedova della Giudecca la quale ebbe una visione del Signore che le indicava come comportarsi con tale costruzione.

Il primo nucleo del progetto prevedeva la costruzione di un monastero femminile a cui accedevano nobili giovani donne veneziane che portavano ingenti ricchezze nel luogo di clausura; questo, permise il veloce ampliamento dello stabile religioso e l'introduzione di opere d'arte (ad esempio, Gabriele Morosini, padre di Cecilia, nel 1495 donò la pala di Giovanni Buonconsiglio — detto il Marescalco — raffigurante i Santi Cosma e Damiano, San Benedetto, Sant'Eufemia, Santa Dorotea, e Santa Tecla, affinché venisse posizionata nella piccola chiesa presenta all'interno del convento). Anche la comunità di religiose aumentò velocemente: nel 1500 se ne registravano 32, dopo otto anni il numero si alzò a più di cento per poi stabilizzarsi a 75 monache nel 1519.

L'edificazione della chiesa, esterna al complesso monastico, avvenne solo in un secondo momento, si presume nel primo decennio del Cinquecento e venne consacrata il 30 maggio 1583 (già da diversi anni, però, venivano svolte funzioni religiose). La pianta, composta da un'unica navata, termina con un presbiterio coperto da una cupola a pianta ellittica e ai lati una cappella per lato. 

Nel momento di maggior splendore della chiesa — il XVIII secolo — il luogo di culto fu arricchito artisticamente dai più celebri artisti operanti a Venezia in quel tempo, tra i quali: Jacopo Palma il Giovane, Jacopo Tintoretto, Alessandro Varotari il Padovanino, Gianbattista Tiepolo, Gianbattista Pittoni, Sebastiano Ricci, Simone Forcellini, Gianbattista Crosato, Francesco Polazzo, Antonio Molinari, Angelo Trevisani, Pietro Liberi, Gerolamo Brusaferro. La chiesa fu adornata non solo di opere pittoriche ma anche di statue, altari, arredi fissi e mobili, nonchè argenti, metalli dorati, oggetti liturgici preziosi, marmi policromi e rilievi. Fonti autorevoli ricordano l'altare della Beata Vergine del Rosario, opera dell'architetto veneziano Antonio Gaspari e realizzata tra il 1708 ed 1710, oggi andato purtroppo perduto. 

Sotto il dominio napoleonico, la maggior parte delle opere d'arte vennero irrimediabilmente disperse e solo una decina dei quarantanove quadri sono oggi conservati nei musei. Lo stabile subì numerosi cambi di destinazione d'uso: da caserma a ospedale, da fabbrica di sale agrario a opificio per la produzione di filati e prodotti tessili della ditta Maglierie Herion. Recentemente il Comune di Venezia ha acquistato la costruzione e ha avviato numerosi lavori di ristrutturazione che hanno riportato alla luce tutti i dipinti murali. Oggi lo stabile è utilizzato quale sede di incubatori d'impresa ad alto sviluppo tecnologico, dedicato alle nuove imprese, con particolare attenzione ai giovani e all'imprenditoria femminile.

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Prima pubblicazione: Domenica, 10 Agosto 2014 — Ultimo aggiornamento: Mercoledì, 30 Agosto 2017

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