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Non posso certo cavarmela su Vittoria Colonna con il breve cenno fatto nella pillola precedente. Vittoria merita la nostra attenzione e per più motivi. Di importante famiglia romana Vittoria (1490-1547) era divenuta, sposando Ferdinando (Ferrante) d’Avalos nel 1509, la marchesa di Pescara. Le assenze frequenti del marito dedito alla carriera d’arme, le permisero di continuare a frequentare gli ambienti romani e ischitani e di stringere relazioni con Pietro Bembo e altri letterati che ne incoraggiarono la produzione poetica. Cosicché è proprio Vittoria Colonna che inaugura nel 1538 con la pubblicazione a Parma delle sue rime il ricco filone editoriale delle donne a lei contemporanee, una vera “irruzione” nel dominio letterario, tanto che Carlo Dionisotti la definì “rigogliosa letteratura femminile” in cui “le donne fecero gruppo”.

Morto il marito, le sue rime iniziarono a risentire della profonda svolta spirituale avvenuta nella sua vita che la portò nel 1531 a ritirarsi nel convento romano delle clarisse di San Silvestro, dove riceveva le visite dei cardinali Reginald Pole e Giovanni Morone. Fu in contatto con Bernardino Ochino e Juan de Valdés e con tutto il mondo dei cosiddetti “spirituali”. 

Negli ultimi anni della sua vita strinse una profonda amicizia con Michelangelo, testimoniata anche dal loro carteggio, di cui qui riproduco una lettera che l’artista le indirizzò nel 1541 insieme a un sonetto. Buonarroti donò a Vittoria anche alcuni disegni e insieme coltivavano alcuni progetti, tra cui la fondazione di un muovo monastero. Quando morì, Michelangelo espresse il suo rimpianto: “morte mi tolse un grande amico”. Ma la morte in realtà giunse in tempo per preservare Vittoria Colonna da un assai probabile processo per i sospetti che le sue frequentazioni e pure le sue rime spirituali avevano destato da parte dell’Inquisizione romana. Tempi oscuri e dibattiti incandescenti da cui le donne non si tennero in disparte, tutt’altro, come si vedrà.

(tp)

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