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È uscito il primo cyber-thriller di Carola Frediani, a marchio Venipedia Editrice: il titolo è "Fuori Controllo", un libro italiano e ambientato in Italia, scorrevole, avvincente e che nulla ha da invidiare ai più blasonati scrittori d'oltreoceano.

Di Carola Frediani, Marco Trevisan — il creatore di Venipedia — dice: Seguo Carola ormai da qualche anno ed è una bravissima giornalista che ho sempre apprezzato molto, i suoi articoli sul mondo digitale e sulla cyber-sicurezza sono sempre frutto di ricerche dettagliate, quindi ben argomentati e scritti in modo chiaro e scorrevole. Il libro, il suo primo cyber-thriller, eredita quindi tutti i pregevoli elementi che contraddistinguono il suo stile e la sua passione, con una marcia in più: la sua fantasia e creatività. Ciò che ne esce è un cyber-thriller italiano e ambientato in Italia, scorrevole, avvincente e che nulla ha da invidiare ai più blasonati scrittori d'oltreoceano. È davvero un grande onore e un grande piacere aver prodotto questo libro insieme.

La quarta di copertina

In apparenza sembra l'ennesimo attacco informatico, la "solita" fuga di notizie. Questa volta, invece, è qualcosa di molto più grosso che cambierà la vita anche dei protagonisti, con un costante punto di domanda: «di chi mi posso fidare?». Ma la risposta non sarà facile da trovare.

Siamo nell’Italia contemporanea, ma spostati in avanti, nel futuro, di qualche anno. Ci sono leggi d’emergenza, carceri speciali per il terrorismo e il cyber terrorismo, una perdurante crisi economica. Un trio improbabile di hacktivisti vìola alcune banche dati governative, prelevando ingenti quantità di materiali riservati. Sembra uno dei soliti attacchi informatici, una delle usuali fuoriuscite di documenti, finché non si capisce che questa volta potrebbe essere qualcosa di molto più sostanzioso. Ma anche di indecifrabile. Per questa ragione viene coinvolto Francesco, un giornalista precario 35enne, padre di due bambini, vedovo dopo che la moglie è rimasta uccisa in uno strano incidente. E lui a sua volta tira in mezzo una donna in carriera che lavora in un social network, con alcuni conti in sospeso col passato. L'incongruo gruppo inizia dunque una serie di indagini per capire cosa ci sia dietro a quei documenti e in particolare a un possibile programma di sorveglianza cui sembrano alludere. Ma il cerchio attorno al gruppo inizia a stringersi da subito, anche se a tratti in modo impalpabile e sfuggente, mentre altre figure entrano in gioco: politici, poliziotti, agenti dei servizi, imprenditori di software di intelligenza artificiale, hacker russi, vecchi e nuovi amici. Senza che a ciascuno sia mai chiaro di chi potersi fidare. Tra fughe rocambolesche, raid della polizia, comunicazioni segrete e viaggi per inseguire testimoni, pezzo dopo pezzo salteranno fuori le tessere di un mosaico più grande, che finirà con il delineare anche inaspettate e inquietanti verità personali. Mentre i principali personaggi, le cui vite vengono progressivamente squassate dalla decisone di farsi coinvolgere, ora si avvicinano, ora si allontanano fra loro, assorbiti dalla necessità di sfuggire ai meccanismi che li sovrastano.

Carola Frediani

Ha iniziato a lavorare come giornalista digitale e tech all’agenzia Totem guidata da Franco Carlini. Con altri colleghi ha cofondato l’agenzia giornalistica Effecinque. Poi a La Stampa come social media editor, e successivamente nel team inchieste. Nel mentre ha scritto di cybersicurezza, privacy, sorveglianza e diritti digitali per varie testate nazionali e internazionali. I suoi ultimi libri (non-fiction, ma di saggistica) sono Guerre di Rete (Laterza) e Cybercrime (Hoepli). Attualmente lavora come cybersecurity awareness manager in un’azienda internazionale.

Nel tempo libero scrive una newsletter settimanale gratuita su questi temi, una rassegna ragionata di notizie dal mondo cyber: https://tinyletter.com/carolafrediani

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2 estratti dal libro

Un riverbero violetto illuminava debolmente le pile di piatti abbandonati nel lavello in marmo. Si sedette davanti allo schermo del pc acceso. Il programma di cancellazione definitiva dei file stava ancora lavorando dopo ore. I documenti pesavano diversi Gigabyte e il software doveva sovrascriverli tutti per trentacinque volte, ma non aveva ancora finito.

Francesco guardò nervosamente l’orologio sul muro, sopra le mensole coi barattoli del tè e del caffè. Mancavano 45 minuti alle sei del mattino, l’ora in cui la polizia avrebbe potuto piombargli in casa per una perquisizione. E anche se come giornalista aveva ancora il diritto di scrivere di quei documenti delle forze armate trafugati da hacker e diffusi online, così come aveva fatto la sera prima, non sarebbe stata una buona idea farseli trovare sul suo computer. Né fidarsi del suo sistema di cifratura.

Karl glielo aveva detto molte volte: doveva cambiare software, scaricare l’unico che era ancora in grado di resistere agli attacchi dell’intelligence. Ma quel programma era stato messo fuori legge da alcuni mesi, dichiarato questione di sicurezza nazionale, e usarlo sarebbe stato ancora più rischioso. Anche diffonderlo, lo era. Karl, Axel e Mark stavano predisponendo un server sicuro, ospitato in Moldavia, che avrebbe dovuto servire come centro di diffusione da cui scaricare HardCrypt per chiunque lo volesse. Però avevano interrotto il lavoro dopo aver trovato una falla inaspettata sul sito del ministero della Difesa. E un’altra su quello dell’Interno. Il risultato era stata la fuga di documenti del giorno prima, il bailamme sui social, gli articoli di giornale che però non si erano soffermati sui contenuti. Quella era una frontiera rischiosa, su cui ormai si avventuravano in pochi giornalisti. Francesco lavorava per uno dei pochi grandi quotidiani del Paese, sopravvissuto alla grande crisi che aveva fatto implodere o raggruppare le testate nazionali. E per il momento, con alcune cautele, poteva ancora permettersi di scrivere di documenti riservati.

Si vestì e mise la caffettiera sul fuoco. Di lì a poco la sveglia sarebbe suonata e lui non avrebbe avuto un secondo libero per controllare il pc prima di spegnerlo e uscire.

Versò mezza caffettiera da quattro in una tazza di latta piena di teschi, un cimelio arrivato in un pacco per posta che gli era stato regalato a Natale da Mark, acquistato su un negozietto del Dark Web e pagato in AnonGold, l’ultima delle novità fra le monete digitali, tanto irrintracciabile quanto illegale. E si mise a sorseggiarlo subito sovrappensiero, bruciandosi le labbra.

[•••]

Sergio Piccinini trovò il faccione di Lai chino sulla scrivania, immerso su un ammasso di scartoffie che sembravano essere state scaricate qualche secondo prima da una camion della monnezza. Era una stanza grande e spoglia, dai muri ingialliti come pagine di un vecchio quaderno ritrovato in un cassetto. L’unico vezzo erano due cornici per fotografie, poggiate a fianco dei due pc, che ritraevano la moglie e i figli del capo dell’unità sul cybercrimine attorno a una tavola imbandita, e poi in piedi davanti alla Tour Eiffel.

«La digitalizzazione non è ancora arrivata qua eh?» gli disse, sedendosi di fronte e accavallando sguaiatamente le gambe con l’aria di chi ha un rapporto confidenziale col suo capo. E con la strafottenza tipica di chi è ancora giovane e inesperto.

Lai, che era pochi anni più vecchio, ma come amava ripetere, era nato anziano, sollevò la testa con aria stanca e sospirò.

«Tu sai cosa sono queste?» gli domandò guardandolo con i suoi occhi scuri, spioventi e un po’ tristi, da brasiliano con la saudade.

«Devo proprio saperlo?»

«Un piccolo campione della gamma di denunce per cyberbullismo, stalking, discorsi d’odio, diffamazione, minacce, vilipendio del Capo dello Stato, istigazione alla violenza per ragioni razziste, sessiste, religiose...»

«Ho capito ho capito» tagliò corto Piccinini, presentendo che doveva essere uno di quei giorni in cui il suo capo avrebbe lanciato le molotov. Ma in modo calmo e gentile, come era in genere lui.

«Pile e pile di procedimenti che si stanno accumulando, che gli uffici regionali non sono in grado di smaltire, e i cui casi più gravi, o meglio, quelli più “spinti”, raccomandati da moglie, amica, figli, nonni, finiscono qua, sulla mia scrivania.

E io sarei quello che dovrei fare qualcosa, quando tutti gli altri non hanno mosso un dito. Anche perché, francamente, in molti casi non era proprio necessario fare nulla.»

«E perché li hai stampati?»

«Non li ho stampati. Sono arrivati via posta. O fax...»

«Pensavo che il fax di là fosse un reperto storico.»

«Pensavi male.»

«Serve per i casi di emergenza nazionale che mettono a rischio l’integrità dello Stato eh.»

«Lascia stare... Che mi dici di brutto tu? Quando entri così nel mio ufficio non mi porti mai belle notizie.»

Piccinini sorrise malizioso da sotto la sua barbetta rossiccia e curata. Non sembrava nemmeno uno sbirro, più un ricercatore universitario. O uno smanettone, quale in effetti era.

«Invece ti porto buone nuove, capo.»

«Sentiamo», sospirò ancora Lai, spostando di lato, quasi con ribrezzo, le carte che aveva in mano.

«Indagine sull’attacco ai due ministeri: abbiamo fatto un po’ di ricerche sul giornalista, Lamar, e sono emerse tracce interessanti. Oltre a un comportamento decisamente sospetto.»

«Ad esempio?»

«Ad esempio: spegnere il cellulare per periodi prolungati quando, abbiamo controllato, fino a qualche tempo fa lo teneva sempre acceso. Ma non sono queste le tracce di cui parlavo.»

«Sì, ma dimmi quali sono. Non siamo a una trasmissione tv sui delitti irrisolti, Sergio, vai al punto.»

L’uomo si schiarì la voce, rizzandosi sulla sedia.

«Allora, abbiamo individuato dei collegamenti fra Lamar e un soggetto interessante. Una ex giornalista che era già finita agli onori delle cronache, come si dice. O sulla ribalta mediatica.»

«Sergio, meno male che hai fatto il poliziotto e non lo scrittore.»

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