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Una puzza mortale

Uno dei campanelli di allarme più evidente per chiunque fosse a Venezia nei giorni precedenti la morìa è stato un certo grado di aria maleodorante, con una crescita graduale d’intensità fino a divenire difficilmente respirabile e irritante.

Questa puzza irritante ha un nome: idrogeno solforato (H2S).

È un gas incolore e idrosolubile che viene definito putrido per il suo caratteristico odore di uova marce. La sua origine può essere naturale, prodotto dalla degradazione batterica di proteine animali e vegetali, ed è presente soprattutto nelle emissioni vulcaniche e geotermiche.

Un’altra origine è naturalmente antropica, ovvero come conseguenza di azioni della nostra società: produzione di carbon coke, di raffinazione del petrolio, di concia delle pelli, di fertilizzanti, di coloranti e pigmenti e anche di trattamento delle acque di scarico e di altri procedimenti industriali.

L’OMS-WHO (Organizzazione Mondiale della Sanità-World Health Organization) fissa delle soglie di allarme per questo gas – e per questo viene monitorato dagli ARPA  regionali – per i suoi effetti estremamente tossici. E’ irritante e asfissiante, colpendo soprattutto mucose e occhi. In casi di alta concentrazione, per inalazione, può causare la morte anche in 5 minuti.

Nel momento in cui l’ossigeno dell’acqua si riduce al minimo o viene tolto, l’acqua diventa il regno di batteri che ottengono l’ossigeno a loro utile dai composti di ossido di zolfo presenti nell’atmosfera – derivanti anche in questo caso da cause naturali o antropiche – producendo infine idrogeno solforato.

L’idrogeno solforato uccide gli organismi aerobici.

Noi, i pesci, i crostacei, gli anfibi: siamo tutti organismi aerobici.

Normalmente la puzza viene da noi percepita quando il gas è in misura di parti per trilione.

Nelle profondità del Mar Nero, però, oggi la misura del solfuro d’idrogeno raggiunge la quota di 200 parti per milione: si tratta di una miscela tossica che ucciderebbe qualsiasi organismo che vive grazie all’ossigeno. Per nostra fortuna il Mar Nero non diffonde questa dose massiccia di gas grazie alla nostra atmosfera ricca di ossigeno che si mescola nella parte superiore dell’acqua e ne controlla così la sua diffusione.

La grande morìa: Permiano-Triassico

Circa 250 milioni di anni fa la Terra ha conosciuto il più grande evento di morìa globale: quasi il 100% delle specie marine e il 70% dei vertebrati. Persino gli insetti subirono un tracollo considerevole.

Naturalmente all’epoca non c’erano forme d’inquinamento artificiali, ma è un’eredità e bagaglio utile da conoscere e tenere a mente, per il nostro futuro.

In questo evento, infatti, tutti gli oceani divennero anossici (gravemente impoveriti di ossigeno), con una notevole deposizione anossica nei sedimenti marini intorno alla Groenlandia orientale.

È in questo frangente che i batteri solforiduttori – organismi anaerobici – divennero la specie dominante degli ecosistemi oceanici, producendo immense quantità di idrogeno solforato letale per ogni organismo terrestre e marino. Sembra anche che contribuì a ridurre considerevolmente lo strato di ozono, avviando un bombardamento di radiazioni ultraviolette a livelli letali per gli organismi sopravissuti.

Ciò sembrerebbe spiegare anche come mai ci fu un’estinzione di massa delle piante, quando invece avrebbero dovuto trovare un habitat fertile per prosperare, essendo ricco di anidride carbonica di cui si nutrono.

Fortunatamente per noi, oggi non siamo ancora così a rischio da raggiungere quei livelli esponenzialmente letali, tuttavia è un utile promemoria su cui riflettere attentamente.

La “piccola” morìa: Venezia 1990

Confrontandole al periodo del Permiano-Triassico quelle accadute nella laguna di Venezia si potrebbero definire una “piccola” morìa, ma sono una utile memoria storica per ricostruire lo stato di salute del nostro ecosistema negli anni.

È nel 1990 che è registrabile un altro caso di evento analogo a quello di luglio 2013, dove l’idrogeno solforato fa la sua comparsa creando vari scompensi su vari fronti: annerisce gli argenti delle case, le sculture in bronzo e le cupole delle chiese. Molte persone accusano difficoltà respiratorie, con maggiore accento su anziani e malati di asma, con un caso di ricovero di una signore affetta di dispnea (respirazione difficoltosa molto spesso causata da disfunzioni fisiche, come l’asma).

Quell’anno l’anossia ha causato una colorazione dell’acqua bianco-latte, con morìe di pesce segnalate soprattutto nelle zone di Mazzorbo, Madonna del Monte, San Michele, Burano, San Giacomo in Paludo, Giudecca, Sacca Sessola, Campalto.

Tra le critiche quelle di non aver operato preventivamente la raccolta delle alghe (avvenuta il 15 marzo 1990, anziché a novembre dell’anno prima), che andavano raccolte in inverno prima della loro crescita e prima che il caldo potesse favorirne la loro putrefazione. Viene infine sottolineata l’importanza degli scavi nei canali, che favoriscono la circolazione delle acque.

Quell’anno sono stati raccolti oltre 40.000 metri cubi di alghe e venne emessa un’ordinanza in cui si vietava la balneazione e la raccolta di pesce morto galleggiante sulle acque lagunari.

Parrebbe proprio il caso di dire che la storia abbia deciso di ripetere se stessa, con qualche variante.

(mt)

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