Scene di vita presso il Ponte delle Guglie, anonimo, ca. 1700-1799 (Rijksmuseum)

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Avevo concluso la scorsa vitamina di storia veneziana evocando i risentimenti che i veneziani provavano verso i cittadini di Padova: in realtà tale rancore riguardava vari esponenti del ceto aristocratico che, dopo la sconfitta di Agnadello, avevano sfruttato l’occasione per liberarsi dal dominio della Repubblica. Si erano pertanto rifiutati di accogliere l’esercito veneziano e nel Consiglio cittadino avevano stabilito di offrirsi all’imperatore, instaurando nel frattempo la Magnifica Repubblica di Padova. Il 5 giugno del 1509, mentre il podestà Foscari e i magistrati veneziani si imbarcavano dal Portello per rientrare in laguna, il vicentino Leonardo Trissino prendeva però possesso di Padova in nome dell’imperatore Massimiliano I e poco tempo dopo le prime truppe di lanzichenecchi entravano in città, causando violenze alle donne e disordini.

Perché i padovani abbienti avevano in odio il regime della Serenissima?

C’erano differenze di culture e di mentalità, di storia, di autonomia comunale, ma c’era pure dell’altro. Sino ai primi del Quattrocento, la Repubblica aveva proibito ai veneziani di acquistare o ricevere terre al di fuori dei suoi confini: era il mare e non la proprietà a dover caratterizzare il destino e le pratiche dei suoi abitanti. Al seguito delle conquiste territoriali, molti patrizi, tra i primi i Foscari, seguiti poi anche da molti cittadini, avevano invece cominciato a investire al di là dell’acqua. Come ebbe a osservare il Priuli Non hera alchuno citadino et nobelle, over populare che non havesse comprato almancho una posessione et chaxa in terraferma. All’epoca della guerra, annotava sempre Girolamo Priuli, i veneziani, sia nobili che cittadini, detenevano più dei due terzi dei possedimenti e delle case in area padovana, verso i quali non sembravano dimostrare di avere altro legame che l’interesse economico o il “sollazzo” di stare in villa. Il sentimento dei veneziani riguardava la loro città e il mare, verso le terre agivano per interesse economico.

Il discorso che i rappresentanti padovani pronunciavano davanti all’imperatore Massimiliano (sotto lo vedete nel ritratto che gli fece Albrech Dürer, conservato a Vienna, presso il Kunsthistorisches Museum), riportato dal Sanudo, esprimeva proprio il disappunto per tale esteso passaggio di proprietà. Da uomini liberi e proprietari ora erano divenuti umbre e simulacri. E a Padova, affermavano non hè parte alcuna che sia sua, non le mure, non caxe, non chiexie, né officij, ne beneficij, ni preminentie alcune; e cussì fora di la terra, né campo coltivato, ni monte, ni piano, né bosco, né valle, né lagi, niente è che più sia nostro, ma tutto extorto e tiratone da le mane per essi veneziani, parte con uxure, parte per altre vie indirete.

Girolamo Priuli rispondeva a tali accuse rinfacciando ai padovani il fatto che erano stati ben felici di vendere a prezzo maggiorato tutti i loro beni e di avere sperperato poi tutti i denari. Restava tuttavia una questione non irrilevante, unita ad accuse verso i rettori e magistrati veneziani, alla poca attenzione nel governo e nell’amministrazione della giustizia. I nobili, esclusi dal governo, erano ovviamente i primi a essere scontenti, mentre il popolo padovano, che aveva invece motivi di risentimento verso gli aristocratici, parteggiava per “Marco” (l’evangelista simbolo di Venezia).

Come andò a finire? Ve lo racconto nella prossima e ultima puntata.

(tp)
Questo contenuto appartiene alla serie: Storie veneziane di Tiziana Plebani

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