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ll suo nome è legato principalmente alla legge con cui vennero abolite in Italia le "case chiuse".

Determinata e inflessibile, all’ingenuità sopperiva con l’intransigenza. Aveva un carattere mite e gentile, ma senza incertezze e cedimenti. Diceva di sé: “sono una dinamica paziente.” e poi: “Cedere per amore va benissimo, ma per sport o curiosità è male. La morale che noi chiamiamo convenzionale non è sempre convenzionale: è frutto di una civiltà”.

Lina Merlin, all’anagrafe Angelina Merlin, nacque a Pozzonovo, in provincia di Padova, il 15 ottobre 1887 da una famiglia della piccola borghesia. A quattro anni si trasferì a Chioggia nella casa della nonna materna. Era la prima di nove fratelli. A Chioggia rimase fino al diploma magistrale. Si laureò in lingua e letteratura francese all’Università di Padova e ottenne una cattedra di francese in una scuola della stessa città.

Nel 1926 venne depennata dall’elenco degli insegnanti di ruolo perché si rifiutò di prestare giuramento di fedeltà al regime fascista: era già iscritta al partito socialista da qualche anno e per lei socialismo significava rigore, onestà e coraggio. La sua attività politica andò via via intensificandosi: tenne riunioni, dibattiti, comizi in tutti i paesi del Polesine. Era un ruolo inusuale per una donna, tanto più difficile in una terra contadina e intransigentemente conservatrice.

Dopo aver perso la cattedra, si trasferì a Milano per evitare ulteriori persecuzioni ma venne arrestata come “elemento pericoloso e asociale”. La mandarono al confino, in Sardegna, per quattro anni e lei subito organizzò lezioni di cultura generale e di storia politica per i ragazzi.

Tornò a Milano nel 1930, grazie ad un’amnistia, e riprese a insegnare in scuole private e serali. Nel 1933 sposò il medico Dante Galliani, anch’egli socialista, che morì tre anni più tardi. Dopo la fine della guerra divenne vice Commissario alla scuola nel Comitato di Liberazione Nazionale per la Lombardia.

Partigiana socialista, componente del CNL, nel 1946 fu eletta deputato alla Costituente: fu tra i 75 deputati che stesero la Carta Costituzionale.

Il suo impegno era rivolto alla condizione femminile. Fu lei che all’articolo 3 della Costituzione relativo all’uguaglianza di tutti i cittadini senza distinzione di razza, di lingua, di religione ecc., fece aggiungere “di sesso”. Sempre lei, si battè per fondamentali interventi in campo sociale e politico, come l'abolizione della scritta N.N. dopo il nome nei documenti, che attestava la infamante e discriminante condizione di paternità ignota o che non si era voluta riconoscere

Nel 1948 venne eletta senatrice per il Psi, unica donna eletta al Senato nella Seconda Legislatura, e cominciò subito la battaglia per l’abolizione delle case di tolleranza. La proposta di legge per “l‘abolizione della regolamentazione per la lotta contro la prostituzione altrui” suscitò molte polemiche. La prostituzione aumenterà, si disse; aumenteranno i delitti a scopo sessuale; aumenteranno le malattie veneree. Si opposero quasi tutti i partiti. Si opposero cittadini di ogni classe sociale e di ogni simpatia politica: i cattolici che entravano al “casino” facendosi il segno della croce e i compagni pronti a riconoscere la dignità delle donne solo per poterle organizzare a partecipare al sociale durante i ritagli di tempo.

Contrari alla legge furono soprattutto i medici i quali sostennero che la prostituzione sarebbe dilagata. La senatrice Merlin replicò che la sua legge non aveva l’assurda pretesa di abolire la prostituzione ma voleva invece eliminare il sistema di schedatura delle prostitute, tutelare i loro familiari, impedire la regolamentazione e lo sfruttamento della prostituzione da parte dello Stato. L’Italia era l’unica fra i Paesi civili ad accettare con buona pace di tutti una simile vergogna.

Lina, vai a fare la calza” le dicevano; e ancora: “Non ti impicciare”; “e i soldati come faranno?” le chiese una volta una recluta. “Lei è anche un bel giovane – gli rispose affabilmente la Merlin – vada a fare la corte alle ragazze.

Neppure molte donne – spesso nemiche delle donne e di se stesse – l’aiutarono, convinte che i bordelli fossero un rimedio: erano abituate a credere che gli uomini dovessero essere impetuosi e le donne riservate. La sua battaglia fu dura: erano di moda il delitto d’onore e la prova d’amore: la morale comune – bigotta e volgare – incoraggiava la castità delle femmine “per bene” e la virilità dei maschi tutti. La Merlin mise il dito sulla piaga.

L’itinerario della legge, durato dieci anni, fu pieno di segretezza. Il disegno di legge fu dibattuto dal Senato in seduta segreta; venne poi devoluto alla Commissione in sede legislativa; la stampa non fu ammessa ai lavori. Quando la legge passò – registrano le cronache – Lina Merlin si mise a piangere come una bambina e a quanti le si affollavano attorno per complimentarsi non faceva che ripetere:

“È il più bel giorno della mia vita”.

La legge venne approvata dalla Camera dei Deputati il 29 gennaio del 1958 e divenne legge il 20 febbraio 1958con 53 anni di ritardo rispetto alla pionieristica Gran Bretagna. L’Italia, che si stava velocemente avviando verso gli anni del boom economico, si allineava così ai Paesi più moderni.

La vicenda politica di Lina Merlin, invece, stava per avviarsi a una conclusione drammatica.

“Risparmio a me stessa un’immeritata umiliazione e al partito la vergogna di dover giudicare chi ha dato una vita per il socialismo”

Finiva così la lettera con la quale, nel luglio del 1961, l’onorevole Lina Merlin, celebre promotrice della legge per l’abolizione delle “case chiuse”, si dimetteva dal Psi e restituiva la tessera alla Direzione. Sdegnata da un provvedimento disciplinare preso nei suoi confronti dalla Federazione di Rovigo, si rifiutò di essere deferita ai probiviri per aver solidarizzato con una corrente di sinistra del partito stesso.

Si concludeva così amaramente la lunga militanza socialista iniziata nel 1919: estranea ai compromessi e ai giochi di potere che cominciavano a viziare la nuova partitocrazia, rimase in Parlamento come indipendente del gruppo misto della Camera ancora per qualche tempo; poi, nel 1962, si ritirò definitivamente dalla vita politica.

Il suo ultimo intervento fu in occasione del dibattito sul divorzio allorché firmò, insieme ad alcuni intellettuali cattolici e a politici democristiani, un appello in favore del referendum popolare contro la legge Fortuna-Baslini:

Il divorzio è contro le donne – questa la sua motivazione – le vittime dello scioglimento del matrimonio, in una società dove il maschio ha ancora troppo potere saranno sempre e soltanto loro.

Morì a Padova il 16 agosto 1979, in una casa di riposo per anziani.

Il 12 aprile 2017 nella sala Nassirya del Senato della Repubblica a Roma è stato presentato il Comitato nazionale "Lina Merlin, la Senatrice. Madre della Repubblica", che si è costituito in occasione del 130° anniversario della nascita di questa grande donna politica. Durante l’incontro sono state illustrate le iniziative culturali e politiche per la commemorazione, tra le quali la proposta di dedicare a Lina Merlin un busto nella galleria del Senato. Il busto in bronzo della senatrice Lina Merlin, realizzato dallo scultore Ettore Greco, è stato presentato ufficialmente a Padova il 15 ottobre 2020 e sarà l'unico busto di donna collocato a Palazzo Madama, accanto a solo effigi di senatori del Regno.

All'interno dei Giardini dell'Arena di Padova, è presente un busto in pietra dedicato a Lina Merlin, omaggio della città di Padova alla senatrice e partigiana italiana. 

(dz)

Riferimenti

Il testo è tratto e pubblicato su autorizzazione dell'autrice, dal libro L'altra metà del Veneto: vite di donne tra '800 e '900 di Daniela Zamburlin, Supernova, 2019.

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