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Julio Florencio Cortázar Descotte nasce a Bruxelles il 26 agosto 1914. Il padre dello scrittore, Julio José Cortázar, faceva parte di una missione commerciale presso l’ambasciata argentina in Belgio e, fresco di matrimonio, trasferendosi aveva condotto con sé la moglie María Herminia Descotte. Per sfuggire alla guerra la famiglia si rifugiò in seguito in Svizzera e quindi a Barcellona. Quando, dopo quattro anni, tornarono in Argentina, i Cortázar si stabilirono a Banfield, un sobborgo di Buenos Aires.

Nonostante fosse ancora molto piccolo, il giovane Julio aveva udito le sue prime parole in francese e il caratteristico modo di pronunciare la “r” lo accompagnerà per tutta la vita. L’influenza della componente europea però non si esprime solo nel linguaggio. La nascita in un contesto geografico e culturale diverso da quello di origine lo segna destinandolo ad una dualità che si rifletterà nella sua vita, nella sua opera e nel suo pensiero.

Trascorre i primi anni di vita in Argentina dedicandosi all’insegnamento e soprattutto alla lettura. Nel 1932 un libro di Jean Cocteau lo avvicina al surrealismo cambiando la sua visione della letteratura. Nel 1951, in disaccordo con il governo Perón, si trasferisce definitivamente a Parigi, dove lavorerà come traduttore presso l’UNESCO. A questo punto della sua vita ha già pubblicato un libro di poesie, Presencia (1938) e il racconto «Casa Tomada» (1946), apparso in una rivista diretta da Borges e confluito poi in Bestiario (1951), suo primo libro di racconti.

Parigi segna quindi l’inizio della produzione letteraria per la quale Cortázar è conosciuto in tutto il mondo e si configura come il secondo luogo di riferimento nella sua vita e nella sua opera. Se, infatti, gli anni trascorsi In Argentina hanno determinato la formazione letteraria che in seguito gli ha permesso di qualificarsi come uno dei maggiori esponenti del fantastico sudamericano, è in questa tappa parigina della sua vita che vedono la luce i suoi lavori più importanti.

Questo dualismo appare anche nella sua creazione più famosa, Rayuela (1963), opera che lo rende celebre e lo colloca immediatamente nel ristretto gruppo di autori che definirono l’epoca del “boom” sudamericano. La ricchezza e la profondità di questo testo straordinario è importante per la dualità esistenziale caratterizzante il percorso di Julio Cortázar che si mostra in maniera evidente in questo libro la cui vicenda si sviluppa proprio tra Parigi e Buenos Aires identificando così due momenti e due realtà che si contrappongono e si completano a vicenda. Questa bipartizione svela la percezione dell’autore riguardo l’intelaiatura stessa dell’esistente. Cortázar, infatti, ritiene che dietro l’evidenza della quotidianità si nasconda un altro piano di realtà, un mondo mostruoso e terrificante, ma allo stesso tempo meraviglioso e imprevedibile che però non è accessibile all’uomo il quale può solo percepirlo in quegli inattesi, fulminei istanti in cui realtà e fantasia, sempre così vicine, si mescolano e si confondono. Proprio per questo sarebbe un errore pensare che Julio Cortázar voglia suggerire la presenza di una geometria o di alcuna certezza soggiacente la struttura dell’esistenza. Se Rayuela offre al suo pubblico la possibilità di essere letto affidandosi alla confortante linearità della vicenda principale, è vero che l’autore sfida il lettore ad andare oltre, a lasciare le sue convinzioni e le sicurezze dell’evidenza per abbandonarsi alla logica alternativa (o forse inesistente) dello schema proposto in apertura dall’autore stesso e cercare così di avvicinarsi in maniera attiva alla comprensione di una realtà che ormai da tempo ha perso stabilità ed attendibilità.

Forse per tutte queste ragioni Cortázar amava Venezia, luogo la cui stessa natura, sia fisica che metaforica, mette in crisi i dogmi e le convenzioni dell’apparenza. Grazie alle sue lettere sappiamo che più di una volta visitò la città, per lavoro, per turismo o per incontrare degli amici. È evidente che non poteva sfuggirgli la teatralità di un contesto che definisce “una especie de mil y una noches increíble” e, proprio un episodio di cui è testimone durante un suo soggiorno nel 1954, gli offre l’occasione per la scrittura del racconto «La barca o nueva visita a Venecia» che sarà poi pubblicato nel 1977 nel libro Alguien que anda por ahí. Avendo assistito a un funerale, è tanto colpito dalla gondola funeraria e dal contrasto tra la macabra cerimoniosità del rito e la bellezza della giornata di sole abbagliante in cui si svolgeva, da affermare che proprio quell’episodio fu una delle cose più terribili che gli diede l’Europa. Tanta è la forza di quest’impressione che l’accostamento tra Venezia e il sonno eterno ritorna anche nell’ultimo libro di poesie pubblicato in vita da Cortázar, Salvo el crepúsculo (1984). Qui, proprio in un componimento dedicato alla città dei dogi, «Venecia», l’autore fa giocare e dialogare tra loro due elementi tanto diversi quali possono essere la morte e la bellezza, conservando fino alla fine quella prospettiva duale che ha permesso alla sua opera, cosi come alla città di Venezia, di liberarsi della prigione del tempo e consegnarsi all’eternità.

Muore il 12 febbraio 1984 a Parigi ed è sepolto nel cimitero di Montparnasse. 

(ga)

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