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Tra le numerose amanti di D’annunzio, la Baccara fu quella che gli restò accanto più a lungo: Luisa entrò nella vita di D’Annunzio pochi mesi prima dell’impresa di Fiume e non lo lasciò più.

Trascorse al suo fianco gli ultimi vent’anni di vita, consigliandolo e proteggendolo con razionalità, abilità organizzativa, fermezza e dedizione. Restò al Vittoriale anche quando la passione si affievolì fin quasi a scomparire.

Luisa Baccara nacque a Venezia il 14 gennaio 1892 in una famiglia benestante e amante dell’arte: il padre era colonnello di riserva, la madre era una donna molto bella, bruna e vivace; la sorella Jolanda, di qualche anno più giovane, sarebbe diventata violinista.

Luisa studia pianoforte al Conservatorio Benedetto Marcello e comincia a dare concerti in varie città d’Italia e anche all’estero. Aveva per il pianoforte talento, versatilità e sensibilità interpretativa, oltre che una padronanza assoluta della tastiera: le sue esibizioni creavano una corrente di particolare intensità con il pubblico. Baccara era destinata a una grande carriera.

Non alta di statura, gli occhi scuri in cui la scintilla del sorriso era sempre offuscata da una nebbia di malinconia, aveva un viso “olivigno di piccola greca dell’asia minore”, era armoniosa anche nella figura e si muoveva con una grazia pari alla semplicità: nessun indumento le si addiceva meglio del nero ed elegante scialle di seta che indossava sempre. Luisa univa alla luce dell’intelligenza una femminilità arcaica e inconscia che ne aumentava di molto il fascino.

Conobbe il poeta a Venezia, a Palazzo Vidal, durante una festa in casa del comune amico Ugo Levi. Era il 18 aprile 1919 e la serata si concluse con un concerto improvvisato in onore dell’illustre ospite. Il giorno seguente D’annunzio le fece recapitare il suo racconto La Leda senza cigno con la dedica “Il suo riconoscente Ga- briele”. Cominciò a corteggiarla e, nonostante avesse più del doppio degli anni di lei, riuscì ad affascinarla. Di lei D’Annunzio aveva molto sentito parlare, ma dopo averla conosciuta fu colpito dal fascino e dal talento di quella giovane pianista, e non volle più staccarsene.

Anche il 28 agosto scrisse:

“La Bàccara. Legata al pianoforte. Le dita. Il collo chino. I capelli grevi. Il capo che s’alza, con l’occhio di Gazzella, come in una miniatura persiana.”

Le regalò la Vita nova di Dante con la dedica “a Luisella. Incipit vita nova”.

Era l’inizio di un amore che avrebbe segnato la fine della sua carriera di concertista, anche se la musica avrebbe continuato a ricoprire un ruolo fondamentale nella sua vita. Da allora suonò soltanto per lui durante le raffinate serate dannunziane o quando, all’alba o di notte, lui bussava alla parete che divideva le loro stanze.

Luisa Baccara fu attratta da quell’uomo straordinario e, contro la volontà della famiglia, lo frequentò e lo seguì a Fiume come legionaria. Fu vicina al Comandante, come lo avrebbe sempre chiamato, dal primo all’ultimo giorno, ma ne rappresentò anche la coscienza critica, in modo quasi impercettibile.

I più accesi collaboratori di D’annunzio se ne accorsero e, nel timore che potesse bloccare le spedizioni militari per mare e per terra che lo stesso D’annunzio ideava, progettarono di rapirla e farla scomparire durante una festa in costume medievale. Ma la festa non avvenne e l’operazione fallì. Diventò smikrà, in greco “piccola”, custode “della Officina penosa e gaudiosa”, compagna e testimone della vita del poeta, del Comandante come appunto lo chiamava.

Nonostante l’andirivieni di dame illustri o modeste cortigiane, la presenza delle “clarisse” – con le quali il Vate si ritirava in “clausura” – e la vicinanza della moglie, che abitava a Villa Mirabella, una dependance della proprietà, Luisa ricoprì il ruolo di vestale suprema, di ancella fedele, l’unica di cui D’Annunzio continuò a fidarsi ciecamente. Amante prediletta fu in realtà moglie sotto molti punti di vista e le lettere e i telegrammi che il poeta le inviava erano indirizzate a Luisa D’Annunzio.

Al Vittoriale le visitatrici non mancavano. Belle donne note o sconosciute di passaggio che non lasciavano traccia. Ad accendere gelosie e rancori è solo Emy Heufler, tedesca altoatesina, giovanissima che diventa la favorita del vecchio poeta. Ma è Luisa-smikrà, ”…con la sua pazienza, le sue premure, la sua sopportazione, a rendere meno triste la vita al Comandante quando egli cominciò a sentire il peso degli anni.”

A lei, del resto, alla meno dannunziana delle sue donne, il poeta aveva affidato “i silenzi, i sogni, i propositi, gli errori”. La vita pareva svolgersi tra sessualità e letteratura in una dimensione estetica, esagerata e molto lontana dalla normalità e dal quotidiano.

Non mancarono però, episodi strenui. Il più sconcertante fu quello legato alla caduta del poeta da una finestra. L’incidente, o meglio il “volo dell’arcangelo” come D’Annunzio volle chiamarlo, avvenne due giorni prima di un delicato incontro politico al quale dovevano partecipare Mussolini e Nitti ma pare proprio che la politica non abbia avuto alcun legame con i fatti.

Era la sera del 13 agosto 1922 e D’Annunzio, in pigiama e pantofole, seduto sul basso parapetto della finestra aperta della sala della musica, stava ascoltando la Baccara che suonava. Aveva accanto Jolanda, sorella minore della pianista. Cadde a terra dopo un volo di otto metri che gli procurò una commozione cerebrale. In mancanza di denunce non vennero fatte inchieste, ma l’Ispettorato generale della pubblica sicurezza inviò sul posto l’agente segreto Giuseppe Dosi, diventato dopo la seconda Guerra Mondiale capo dell’Interpol, travestito da profugo cecoslovacco che amava la pittura. Dosì ebbe il permesso di dipingere farfalle nel parco, ma D’Annunzio si insospettì e lo fece cacciare. Il poliziotto nel suo rapporto ipotizza che l’accaduto fosse il risultato di un probabile fatto colposo, cioè di un’azione involontaria ma determinante di qualcuno, piuttosto che un vero e proprio incidente.

Dopo la morte di D'Annunzio avvenuta il 1° marzo 1938, Luisa Baccara lasciò il Vittoriale e ritornò a Venezia, vivendo grazie alle lezioni di pianoforte. Morì il 29 gennaio 1985 nel reparto lungodegenti dell'Ospedale geriatrico Giustinian di Venezia, lasciando un fitto carteggio con Gabriele D'Annunzio.

(dz)

Riferimenti

Il testo è tratto e pubblicato su autorizzazione dell'autrice, dal libro L'altra metà del Veneto: vite di donne tra '800 e '900 di Daniela Zamburlin, Supernova, 2019.

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