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Studioso e un umanista a tutto campo, produttore di numerose opere molto importanti per la storia e la cultura veneziana, tra le quali: “Del sito di Vinegia”.

Marco Antonio (o Marcantonio) Sabellico, il cui vero nome era Marc'Antonio Coccia (o Coccio), nacque a Vicovaro, in provincia di Roma, attorno all’anno 1436 probabilmente da una famiglia benestante. Fu uno studioso e un umanista a tutto campo: poeta, letterato, storico, studioso di greco antico ma anche di testi scientifici e matematici, produttore instancabile di numerose e corpose opere, diverse delle quali molto importanti per la storia e la cultura veneziana.

Marcantonio iniziò gli studi di grammatica a Vicovaro, sotto la guida di Nicola Carsio, abate del monastero di San Cosimato.

A Roma

Marcantonio si trasferì a Roma da adolescente, assieme al fratello Cataluccio, per completare la sua preparazione culturale presso una Accademia, ospiti nella casa della ricca famiglia Porcari. Nel quindicesimo secolo, in pieno Umanesimo, le Accademie erano molto diffuse; erano luoghi dove gli studiosi si riunivano, studiavano, discutevano e tenevano corsi sulle opere degli autori greci e latini e sulle Arti. Marcantonio seguì le lezioni di famosi maestri, tra cui Pomponio Leto, fondatore dell’Accademia Romana e tra gli insegnanti più carismatici dell’epoca. Leto ebbe una grande influenza in tutta la vita di Marcantonio, che restò costantemente in contatto con lui. Altri suoi maestri furono; il poeta Giovanni Antonio Pandoni , detto “Il Porcelio”, Gaspare Veronese, la cui scuola privata era frequentata anche da Aldo Manuzio, e l’umanista Domizio Calderini, con il quale studiò grammatica.

Come molti letterati dell’Umanesimo che avevano l’abitudine di non chiamarsi con il loro vero nome, ma di darsi un soprannome, anche Marco Antonio adottò un “nome d’arte” che richiamava l’antica origine romana della sua terra natale, la “Sabinia”; da qui l’appellativo di Sabellico. Nell’Accademia Romana Sabellico compose molti carmi, poi distrutti.

In Friuli

A Roma Sabellico conobbe Angelo Fasolo da Chioggia, tesoriere di papa Paolo II; quando, attorno al 1472, Fasolo fu nominato vicario del patriarca di Aquileia, Sabellico lo seguì in Friuli come suo segretario. L’anno dopo fu raccomandato presso i provveditori di Udine per essere assunto come insegnante nelle scuole pubbliche. Insegnando eloquenza a Udine, Sabellico iniziò a raccogliere molti consensi e a diventare famoso. Negli anni vissuti in Friuli si interessò agli studi scientifici e allo studio delle lettere greche. 

Nel 1477 S. si spostò a Tarcento, a causa della peste che si abbatté nel Friuli; qui fu testimone delle devastanti incursioni dei Turchi e della loro ferocia verso l’esercito veneziano che avevano sconfitto. Ne trasse due poemetti dove ne narrò le vicende: “De caede Sontiaca” e “De incendio Carnico”.

Nel 1482 scrisse una storia delle origini di Aquileia, “De vetustate Aquileiae et Foriiulii libri VI”, dedicata al patrizio veneziano Giovanni Emo. Questa sua opera non fu molto apprezzata, perché si trattava chiaramente di un atto di ossequio verso il Friuli e verso Venezia, di cui scriverà sempre con elogio. In special modo si trattava di una celebrazione di Benedetto Trevisan, governatore del Friuli, che aveva concluso la pace con i Turchi nel 1479. Nel complesso “De vetustate Aquileiae” si rivelò poco storica e molto più attenta ai miti e alle leggende che a fonti reali, ma questa fu una prerogativa costante in tutti i suoi lavori. Sempre nel 1482 Benedetto Trevisan decretò che la città di Udine avrebbe finanziato la pubblicazione dell’opera di Sabellico, che divenne così un suo protetto.

Nel 1483 S. scrisse un’opera sulle origini di Udine, “In Utini Originem”, che lesse pubblicamente prima di lasciare la città.

A Venezia – La creazione di un mito

Nel 1484 S. si trasferì a Venezia, con l’incarico di insegnante nella Scuola di San Marco. Sabellico abitò nei pressi di Rialto, e successivamente nei pressi di San Beneto; indubbiamente era particolarmente affascinato dalla città, dalle sue origini, dalla sua storia e dal suo mito nascente. Durante la pestilenza che scoppiò in città nel 1484 S. venne ospitato a Verona da Benedetto Trevisan, che nel frattempo era diventato rettore della città; qui probabilmente vi scrisse buona parte della sua storia di Venezia, le “Decades rerum Venetarum”.

Le “Decades” sono una storia di Venezia composta da trentatré libri, dalla prosa ricercata e ampollosa, opera che contribuì a celebrare il mito delle origini di Venezia, assieme alla esaltazione del buon governo della Serenissima. Al contrario di Marin Sanudo, che scriveva già in volgare, Sabellico usava il latino, la lingua dei dotti e della celebrazione, come la maggior parte degli umanisti e storiografi della fine del 1400. Anche per questo fu benvoluto dalla classe al potere della Serenissima: nel 1486, in seguito al dono delle sue “Decades”, che S. fece al Senato e al popolo veneziano, gli fu riconosciuto uno stipendio annuo come storico ufficiale della Repubblica. Le “Decades” vennero addirittura considerate, a posteriori, come fossero state scritte per decreto pubblico. Il suo lavoro fu, in pratica, una operazione intenzionalmente propagandistica atta alla creazione del mito di Venezia. Fu un’opera che contribuì alla formazione culturale di intere generazioni di patrizi e governanti, fino ad entrare, nel tempo, anche nel DNA del popolo veneziano.

Sabellico segna inoltre un punto fermo per la storia del diritto d'autore in Italia: è stato infatti il primo autore ad avere un “privilegio” personalizzato. I “privilegi” erano dei provvedimenti atti ad impedire la diffusione di opere copiate. Il primo settembre 1486 fu concesso a Sabellico il privilegio di stampa, nel quale si tutelava l'opera dell'autore nella stampa delle sue “Decades”. Secondo i termini fissati dal privilegio, spettava soltanto a Sabellico di poter scegliere la tipografia dove stampare l'opera, e chiunque avesse altrimenti pubblicato sarebbe stato multato con cinquecento ducati. I provvedimenti simili precedentemente adottati dalla Serenissima erano stati emessi a favore del solo editore/stampatore, il primo dei quali fu concesso all’editore Giovanni da Spira il 18 settembre 1469.

Le “Decades” furono stampate nel maggio del 1487, e nelle edizioni successive il titolo diventò: “Historiae rerum Venetiarum ab urbe condita”.

Dagli anni 1486-87 fino alla sua morte Sabellico ottenne inoltre l’incarico di conservatore del fondo di manoscritti donati dal cardinale Bessarione alla Repubblica di Venezia, primo nucleo dell’attuale Biblioteca Nazionale Marciana. Questi libri erano ancora chiusi in casse e in una stanza apposita del Palazzo Ducale; l’incarico dunque era puramente formale, ma di grande prestigio.

Dopo le “Historiae” S. si dedicò ad altre opere umanistiche e storiografiche, buona parte delle quali aventi sempre come fulcro la nobilitazione della Serenissima attraverso il mito, tra cui: “Genethliacon”,Oraculum” (“De Venetae urbis apparatu”), “De Venetis magistratibus”, “De praetoris officio”.

Il suo lavoro storiografico di maggior importanza è senz’altro le “Rapsodiae Historiarum” (conosciute poi come “Enneadi”), un’ambiziosa opera che riassumeva in 92 sezioni la storia di tutti i popoli della terra, spaziando dalle origini del mondo fino alla sua epoca.

La prima guida di Venezia: Del sito di Vinegia

Un’opera con cui Sabellico continuò la celebrazione di Venezia fu una descrizione della città “fisica”, con lo scopo di rivelare gli splendori naturali e artistici della capitale Serenissima: “De situ urbis Venetae: libri tres”. Si tratta di un testo in latino, uscito alle stampe nel 1494 (o 1495), dove Venezia viene per la prima volta descritta in modo organico e sintetico, con un itinerario organizzato che percorre i Sestieri e i suoi dintorni. Nel 1544 esce la sua traduzione in italiano: “Del sito di Vinegia”.

“Del sito di Vinegia” è una passeggiata narrativa; in pratica è la più antica guida a stampa di Venezia. Non essendo troppo voluminosa potrebbe essere inoltre considerata l'antesignana delle guide tascabili, adatta per chi viene da fuori, ma anche per chi vi abita. Questo lavoro del Sabellico dette il via ad una lunga serie di descrizioni metodiche di Venezia; evidentemente i tempi erano maturi per questo tipo di pubblicazioni, che ancora mancavano. Sarà poi citato e “preso a prestito” da molti autori che descriveranno Venezia, tra cui Leandro Alberti e Francesco Sansovino.

Marcantonio Sabellico morì a Venezia il 19 aprile 1506.

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Pubblicato: Giovedì, 21 Luglio 2016 — Aggiornato: Lunedì, 07 Novembre 2016