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Dopo la sconfitta veneziana di Agnadello, in una difficile situazione socio-economica, lo Stato accolse gli ebrei nel centro storico.

Giorgio Emo propose in senato di mantenerli in città ma di segregarli in zone appartate. Scartate le ipotesi di chiuderli nelle isole della Giudecca o di Murano, con un decreto del senato del 29 marzo 1516, si accolse la proposta di Zaccaria Dolfin di rinchiudere gli ebrei in Ghetto Nuovo. Nel 1516 si stima che circa settecento ebrei tedeschi, italiani e alcune famiglie levantine, siano entrati, in breve tempo, nelle case del Ghetto Nuovo, pagando un affitto aumentato di un terzo e sotto il controllo delle severe magistrature della Serenissima Repubblica, che impose a tutti, tranne i medici, come contrassegno “la beretta zala da Ebrei”. Il “serraglio de’ giudei” fu cinto da alte mura, i cui portoni si chiudevano alla sera per aprirsi solo all’alba, mentre giorno e notte alcuni guardiani, pagati dagli ebrei stessi, sorvegliavano il recinto girando anche per i canali circostanti. A questa sezione furono aggiunti, su richiesta dei levantini, il Ghetto Vecchio, nel 1541, dove furono accolti, più tardi, nel 1589, anche i ponentini, mentre, su richiesta di alcune famiglie sefardite, fu aggiunto, nel 1633, il Ghetto Nuovissimo.

I permessi e le condotte del 1541 e del 1589 fecero aumentare la popolazione ebraica di alcune migliaia. Il numero massimo di abitanti si ebbe comunque nel primo ‘600, nonostante le perdite dovute alla peste del 1630, per diminuire poi progressivamente, fino alle 1626 presenze, registrate nell’anagrafe del 1797.

La gestione del ghetto presentava all’interno una struttura piramidale. L’organismo  comunitario era rappresentato di fronte alle varie magistrature da un Consiglio Minore (Wa‘ad qatàn) e retto, all’interno, da un’assemblea generale (Qahàl Gadòl), mentre ogni sinagoga aveva la propria amministrazione e le proprie congregazioni assistenziali.

Il quartiere ebraico veneziano era una struttura molto ben articolata.

Nel Ghetto Vecchio la toponomastica mostra che alcuni settori prendevano nome da gruppi di famiglie (Calle e Corte Barucchi) o da illustri personalità (Corte Rodriga). Per volontà dei Levantini e dei Ponentini (impegnati nel commercio marittimo internazionale, sotto il controllo dei Savi alla Mercanzia) esistevano, tra il Campiello delle Scuole e la Strada Maestra, un ospedale, un albergo, una libreria, un caffè, botteghe per la vendita della carne, due forni per il pane, anche azzimo, botteghe varie. Due pozzi fornivano l’acqua, mentre un miqwé (bagno rituale) si trovava presso la Corte Rodriga (a sinistra, usciti dal portico di ghetto vecchio).

Nel Ghetto Nuovo, invece, tutto ruotava intorno ai tre banchi di pegno (rosso, verde e nero dal colore delle insegne), collocati ai tre lati del campo, attorno alle tre sinagoghe maggiori e alle tre sinagoghe minori; mentre lungo tutti i lati sorgevano molte botteghe di vario genere, ma soprattutto di strazzaria. Tre pozzi servivano per attingere acqua, un bagno rituale era collocato presso Scola Tedesca, un forno presso il Canton del Forno (Scola Canton). Insomma: una piccola città nella città.

Per circa tre secoli, la convivenza delle diverse entità etniche confluite sulla laguna (tedeschi, italiani, levantini e ponentini) comportò spesso tensioni per la diversità di usi, di lingua e di costumi, ma anche per il differente trattamento riservato dal governo veneziano ai vari gruppi sociali. Gli ebrei tedeschi (ashkenaziti), prestatori e mercanti, da quando furono rinchiusi nel Ghetto Nuovo, furono costretti a tenere i banchi di pegno a interesse controllato e a praticare solo il mercato dell’usato (strazarìa), sotto il severo controllo, soprattutto, dei magistrati al Cattavèr. In questa difficile condizione, tuttavia, essi riuscirono, già tra il 1528 e il 1532, a costruire le loro splendide sinagoghe maggiori (Scola Grande Tedesca e Scola Cantòn), nelle quali poter seguire il loro rito originario e alle quali si aggiunsero, successivamente, altre tre più piccole Scole sorte nel Campo (Kohanìm, Mesullamìm e Luzzatto). Essi mantennero viva, per più di un secolo dalla reclusione, la loro lingua yiddish; stamparono, inoltre, il loro formulario di preghiere (machazòr), e operarono nella stamperia in ebraico di Daniel Bomberg, la più importante di Venezia, e poi in quelle di Bragadin, Giustiniani e Di Gara, nobili veneziani impegnati nell’arte della stampa.

Uniti ai tedeschi, gli italiani non formarono mai una natione autonoma. Emigrati da Roma o dall’Italia centrale, vissero in Ghetto Nuovo nelle stesse difficili condizioni dei tedeschi, ma anch’essi seppero mantenere vivo il loro culto, strutturare una solida organizzazione comunitaria interna e, soprattutto, costruire la loro sinagoga nel 1575 (Scola Italiana), accanto ai luoghi di culto tedeschi.

Ben diverse furono invece le condizioni di vita della natione levantina e di quella ponentina, accolte, nella seconda metà del ‘500 (1541 e 1589), nelle calli vicine al Ghetto Nuovo. Divenuti sudditi dell’impero ottomano, gli ebrei levantini acquistarono un posto di prestigio nel grande commercio marittimo, perciò Venezia li accolse con favore, in vista del loro apporto all’economia della città. La Serenissima li pose sotto il controllo della magistratura dei Cinque Savi alla Mercanzia e concesse loro lo spazio aperto del Ghetto Vecchio, dove poterono avere un loro ospedale, una locanda, un ricovero per i mercanti di passaggio e dove poterono esibire la loro ricchezza non solo nella sontuosità del vestire, ma soprattutto nella esuberante decorazione della loro grande sinagoga, la Scola Levantina.

Nelle calli vicine, gli ebrei ponentini, profughi dalla penisola iberica dopo la cacciata del 1492, eredi della grande cultura dell’ebraismo spagnolo medievale, videro in Venezia, come disse uno dei loro più celebri intellettuali, Don Isacco Abrabanel, uno stato perfetto, dove regnava l’armonia dei poteri. Grande merito ebbe per favorire il loro insediamento in città il loro rappresentante Daniel Rodriga, per i vantaggi apportati dalle sue proposte all’economia lagunare; tanto che, in una condizione di favore, essi poterono erigere la più grande sinagoga del ghetto veneziano, la Scola spagnola, dove seguire, come i levantini, il rito sefardita, con propri libri di preghiera, mantenendo per molto tempo anche la loro lingua spagnola.

(uf)

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Prima pubblicazione: Sabato, 07 Settembre 2013 — Ultimo aggiornamento: Sabato, 19 Agosto 2017

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