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I caffè a Venezia: luoghi importanti di aggregazione sociale, di diffusione culturale, di incontri galanti e di spie. In tutto questo microcosmo spicca la figura del caffettiere, uomo di mondo capace di destreggiarsi nella variegata società veneziana e persona di fiducia, per scopi più o meno nobili. Luoghi così importanti, anche grazie alla bevanda del caffè, che alla fine del 1700 erano più di 300 in tutta la città.

Ancora oggi a Venezia si possono trovare, sparse tra i sestieri, oltre una decina di Calli o Campielli “del Cafetier”.

Per rimanere così impresso nella toponomastica questo termine doveva risuonare molto spesso nella parlata veneziana; infatti a Venezia i caffettieri (in dialetto cafetieri) sono stati veramente molti. Dopo l’apertura, nel 1683, della prima “Bottega da caffè” sotto le Procuratie Nuove, chiamata All’Arabo, a Venezia i “Caffè” si moltiplicarono velocemente e divennero un luogo sempre più importante nella vita sociale dei Veneziani, in quel grande rito collettivo dal nome “Andare al caffè”.

Andare al caffè divenne una moda: non voleva dire soltanto recarsi in un locale per bere la nera bevanda, ma prendeva un significato più ampio. Significava passare un po’ di tempo in un luogo dove si beveva il caffè o la cioccolata, si potevano gustare gelati e limonate, si trovava anche da mangiare (più o meno di qualità), ma allo stesso tempo si socializzava. Il caffè era il luogo ideale per stare al caldo mentre fuori faceva freddo, e dove le signore potevano sfoggiare vestiti lussuosi e cappellini all’ultima moda. Nelle caffetterie si incontravano persone, si chiacchierava, si raccontavano le novità e si dibatteva di politica, si amoreggiava e ci si metteva in mostra, ci si trovava anche in gruppo e si giocava, si cantava, si tessevano trame e si facevano commerci di ogni genere.

Andare al caffè divenne perciò un modo per inserirsi nella vita sociale, ma anche per conoscere e discutere le tematiche dei nuovi giornali di cronaca locale (i cosiddetti Foglietti), o letterari o politici (le Gazzette), che trovarono nei caffè un canale privilegiato di diffusione.

Alcune caffetterie erano aperte giorno e notte. Solitamente alla mattina vi si trovavano avvocati, medici, mercanti, intellettuali; dal pomeriggio fino a tutta la notte gli avventori erano nobiluomini, politici, nobildonne, soldati, perdigiorno, e tutti coloro che cercavano ogni tipo di svago e che si davano alla bella vita. Certi locali diventavano luoghi privilegiati per gruppi di persone con interessi simili (soldati, poeti, artisti, ecc.), altri venivano preferiti per le tariffe, altri per l’accoglienza del caffettiere. Borghesi, commercianti, nobili e nobili decaduti frequentavano i caffè più in voga.

I caffè erano frequentati anche dalle spie e informatori degli Inquisitori di Stato (tra questi anche Giacomo Casanova), una Magistratura della Serenissima che vigilava sui fatti che potessero intaccare la sicurezza dello stato. Queste spie segnalavano agli Inquisitori ogni avvenimento che, a loro dire, poteva riguardare le posizioni politiche, la morale, il gioco d’azzardo e ogni comportamento fuori dal comune.

Con il tempo la frequentazione dei caffè diventò una abitudine comune a persone di ogni classe sociale. Per molti Veneziani le caffetterie si tramutarono nel salotto di casa dove ricevere gli ospiti, nell’ufficio di rappresentanza, nel luogo di diffusione delle idee liberali, nell’alcova preferita, nel salotto letterario. Nei caffè si andava in maschera, come era usanza fare anche nei ridotti e nei casini, e questo permetteva di lasciarsi andare alle maldicenze, agli sproloqui, alle avventure galanti. Nel 1767 uscì una legge che proibiva alle donne di frequentare i caffè nei periodi in cui le maschere non si potevano portare (si portavano da ottobre a giugno, salvo il periodo dell’Avvento), ma probabilmente questa fu una delle leggi più disattese di tutta la storia della Repubblica di Venezia, visto tra l’altro che tra i numerosi clienti fissi delle caffetterie c’erano proprio delle nobildonne.

Nei primi tempi le caffetterie erano disadorne, a volte senza finestre e scarsamente illuminate. Gradualmente si aggiunsero locali di ogni tipo: da quelli più semplici, addirittura con dei teloni al posto delle porte, ai più lussuosi, con le pareti dipinte e sfoggio di vasellame in argento. Oltre alla stanza principale, quasi tutti i caffè avevano altri vani, nel retrobottega o al primo piano, dove si poteva restare più tranquilli, giocare d’azzardo (anche se proibito) e dove la prostituzione era all’ordine del giorno. In aggiunta a signore compiacenti potevano trovarsi ugualmente delle annoiate dame di alta società che non disdegnavano cercare nuove avventure galanti.

Particolare di un'incisione dell'epoca che raffigura l'interno di un caffè veneziano, con il garzone-servitore di bottega

Nel XVIII secolo i caffè raggiunsero il loro massimo splendore. Il numero di questi locali crebbe così tanto a Venezia che nel 1759 il Senato della Serenissima bloccò l’apertura di nuove caffetterie, promulgando una legge che fissava a 206 il numero massimo dei locali; questi arrivarono comunque a 311 alla fine del secolo. Tutta la città brulicava di caffetterie, in special modo l’area di San Marco; praticamente ogni porta sotto le Procuratie Vecchie e sotto le Procuratie Nuove corrispondeva ad un locale, dal nome più variegato. 

Sotto le Procuratie Vecchie si trovavano i caffè: Re di Francia, Abbondanza, Pitt l’Eroe, Regina d’Ungheria, Orfeo, Redentore, Coraggio, Speranza, Arco Celeste (oro degli Specchi), Realtà, Stella d’Oro, Due Aquile, Quadri.

Sotto le Procuratie Nuove si trovavano i caffè: Aurora, Venezia trionfante (poi Florian), Angelo Custode, Duca di Toscana, Buon Genio, Doge, Imperatore, Imperatrice delle Russie, Tamerlano, Fortuna, Diana (degli Specchi), Dama Veneta, Pianta d’Oro (o dell’Arabo), Piastrelle, Pace, Mondo d’Oro, Insegna della Sultana.

Tra i locali più importanti ricordiamo il caffè Florian, il più antico caffè d’Italia ancora operante, fondato il 29 dicembre 1720.

Chi erano i gestori di questi locali? Inizialmente erano i Grigioni, una comunità di Svizzeri provenienti dal Cantone orientale, che emigrarono a Venezia dalla seconda metà del 1500. I Grigioni si specializzarono come pasticcieri e gestori di locali e restarono fino al 1766, quando vennero espulsi dalla città, a causa di un trattato che fecero con gli Austriaci, sfavorevole a Venezia. Anche i Turchi gestivano le caffetterie, seguiti dagli Armeni, per arrivare infine agli stessi Veneziani, che divennero molto abili in in questo settore così redditizio.

La specialità era in mano alla corporazione degli Acquaviteri, che cambiò poi il nome in Acquaviteri e Cafetieri, anche se tutti li chiamavano soltanto Cafetieri; questi, alla fine del XVIII secolo, erano quasi 900, tra maestri-caffettieri, lavoranti, garzoni e personale vario. Il cafetier divenne una figura importante, a seconda della clientela: era colui che sapeva tostare e preparare un buon caffè e che sapeva servire adeguatamente la nobiltà, ma spesso era colui che poteva “affittare” le proprie stanze per la prostituzione o per il gioco d’azzardo, o colui che permetteva a dei congiurati di usare il proprio locale come luogo di ritrovo. Talvolta il gestore, a contatto con scrittori e poeti, diventava una persona colta e raffinata, che seguiva con interesse e passione le dispute culturali. Il cafetier, insomma, era un uomo di mondo, che sapeva come comportarsi nella variegata società veneziana; a volte era molto conosciuto, tanto che alcune caffetterie erano comunemente chiamate con il nome del gestore: “da Stefano”, “da Biricci”, “da Menegazzo”, ecc.

Tra le testimonianze più interessanti sulla vita che si svolgeva nei caffè veneziani del XVIII secolo c’è stata quella dello scrittore e commediografo Carlo Goldoni. Nella sua La bottega del caffè, uscita nel 1750 e ambienta attorno ad un caffè veneziano, Goldoni è riuscito a dare una panoramica sulle attività e sulla vita degli abituali avventori. Come in una moderna sit-comedy, ne La bottega del caffè si svolgono varie dinamiche tra i classici frequentatori: nobili decaduti, caffettieri, nobildonne, spie, usurai, militari, mogli, amanti; il tutto visto e descritto con l’occhio di chi conosceva a fondo quegli ambienti.

Come già detto, nel XVIII secolo alcuni dei caffè veneziani erano dei ritrovi per discussioni letterarie e politiche, seguendo una tendenza che si sviluppava in tutta Europa. Molte caffetterie diventarono dei veri e propri salotti letterari, alla portata di tutti coloro che desiderassero ascoltare e discutere di poesia, letteratura e satira; tra queste i caffè “dei Mori”, “da Menegazzo”, “La Londra”, “L’Altanella” e lo stesso “Florian”. C’erano le condizioni ideali per la nascita di varie pubblicazioni periodiche, che venivano lette e distribuite nei locali, come la “Gazzetta Veneta”, pubblicata da Gasparo Gozzi nel 1760. Nello stesso periodo nacque a Milano, per mano di Pietro Verri, la famosa rivista letteraria “Il Caffè”, il cui titolo faceva capire emblematicamente l’ambiente nel quale era scaturita e dove si prendevano a modello le discussioni che si svolgevano in un caffè.

Nel secolo successivo nei caffè si parlava meno di cultura e più di politica. Venezia era sotto il giogo degli invasori e le varie caffetterie si dividevano sostanzialmente in due gruppi: quelle frequentate da chi appoggiava il governo straniero (poche), e quelle frequentate da cittadini con idee di liberalismo e democrazia. Come esempio, durante il dominio austriaco, a metà del 1800, il caffè “Quadri” era il ritrovo dei militari dell’esercito asburgico, mentre il caffè “Florian” era sede della resistenza.

E proprio dal caffè Florian Daniele Manin e Niccolò Tommaseo guidarono l’insurrezione del 1848.

Ancora oggi a Venezia, come ormai in tutti i paesi, si contano molti caffè: alcuni di loro sono gli stessi dei secoli precedenti e vi si può leggere un pezzo di storia veneziana; altri, più recenti, mantengono una tradizione culturale e sociale ospitando eventi, presentazioni e altre attività, altri ancora sono caffè più squisitamente commerciali.

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Bibliografia/Sitografia

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  • Le Tazzine di Mauri, bibliografia di riferimento

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