Venipedia: molto più di un'enciclopedia di Venezia. – La miglior guida di Venezia.

La Repubblica di Venezia, vista l'enorme potenzialità dell'immenso mercato che avrebbe potuto generare la vendita del vino, decise fin da subito di puntare sulla qualità dello stesso, che doveva essere e rimanere di altissimo livello. Per raggiungere tale obiettivo vi era il divieto di annacquarlo — fin dalla antichissima legge del doge Sebastiano Ziani del 1173 — e di alterarlo con l'aggiunta di rocheta — cioè l'erba rucola dal sapore acuto — di allume di rocca o di melassa, come stabilisce una successiva disposizione del 1521. I vini che erano stati adulterati venivano gettati in Canal Grande dal Ponte di Rialto, mentre quelli prodotti in modo corretto, ma sequestrati per altre ragioni, venivano liberamente distribuiti ai monasteri o alla Pietà.

Per riuscire ad ottenere il migliore risultato possibile, tutte le fasi che precedevano la vendita e il commercio del vino erano rigorosamente disciplinate. Al travaso e al trasporto dei vini erano preposte figure ben definite, ovvero i portadori e travasadori de vin, esperti in quest'arte che si può definire meccanica. Costoro, già prima del 1609 — quando confluirono nella Scuola dei mercanti da vin — si radunavano nella chiesa di San Bartolomeo, sotto la protezione di Tutti i Santi. Il Consiglio dei Dieci, il 30 dicembre 1568, autorizzò la fondazione della Scuola che riuniva: i vendidori, i travasadori e i portadori de vin. Vi era inoltre l'obbligo d'iscrizione per i peàteri, coloro che trasportavano il vino a bordo delle peàte — le tipiche imbarcazioni veneziane — e per i portadori de orne, cioè delle botti costruite con un legno molto simile al frassino. 

I travasadori di vino, di Zompini.

Sopra le peàte, cariche di grandi botti di vino che stazionavano presso la Riva del Vin, era permesso l'assaggio e la vendita all'ingrosso dei vini, ma vi era il divieto di utilizzare le assi per il rotolamento delle botti che potevano avere la funzione di sedili per i compratori. Ugualmente, era proibito tenere cani a bordo poichè con il loro abbaiare potevano avvisare i padroni dell'arrivo degli ufficiali per il controllo della qualità del vino.

Ai travasadori veniva donata una bareta di vino — corrispondente al cucchiaione di legno di cui si servivano per raccogliere il vino dal fondo dei barili — per ogni botte che riuscivano a scaricare. L'aneddoto storico da cui nasce questo tipo di pagamento è stato raccontato nel 1895 dal Levi — che riporta l'antica usanza da una cronaca del tredicesimo secolo — quando Papa Alessandro III, in incognito, volendo attraversare il Canal Grande via acqua, dopo aver maledetto i barcaioli che gli rifiutano il passaggio, ricompensò i travasadori de vin che invece accettarono di buon grado tale compito. Grazie a questo generoso gesto, i travasadori de vin riuscirono ad ottenere, attraverso l'intercessione del Papa, la ricompensa di una bareta de vin per ogni scarico effettuato.

Grazie quindi alla tradizionale lungimiranza della Serenissima, a questo insieme di regole ferree e anche al loro approccio "industriale" unito ad efficaci incentivi — come appunto quello appena citato della bareta di vino — i veneziani riuscirono a trasformare in un bene di lusso ciò che si poteva ritenere fino a quel tempo una semplice bevanda.

Di questo argomento si parla anche in questi tour...

Ti potrebbe interessare anche... (beta)

Pubblicato: Sabato, 25 Novembre 2017 — Aggiornato: Venerdì, 08 Dicembre 2017

Missiva — La newsletter di Venipedia

Ricevi comodamente gli aggiornamenti, le anticipazioni e le novità di Venipedia nella tua casella postale.