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I poteri del doge

Nei primi secoli il doge aveva potere assoluto e, dato che poteva associarsi un coreggente di fiducia, provvedeva anche alla propria successione: la carica era praticamente ereditaria e trasmetteva il proprio potere al casato di appartenenza. Questo stato di cose però non era gradito alla nascente aristocrazia mercantile. Si avviò allora un inarrestabile processo di limitazione del potere ducale.

Dal 1032 fu proibito al doge di associarsi un co-reggente. Nel 1143 sotto il dogado di Pietro Polani (1130-1147), al doge si affiancarono due consiglieri: un dogado ereditario rappresentava in effetti una forma di monarchia assoluta, ben lontana da quel concetto politico di aristocrazia nobiliare meritocratica cui la società veneziana sostanzialmente tendeva.

Simbolo della Repubblica

Gradualmente il doge non diventò che il simbolo della Serenissima e un vero e proprio prigioniero del suo ruolo. Perfino  la sua gondola non era molto più lussuosa di quella degli altri patrizi. E se gli spettava l’appartamento in Palazzo Ducale, all’arredo doveva provvedere di persona. Naturalmente doveva pagare le tasse come ogni altro cittadino, anche se la somma di denaro che gli veniva corrisposta trimestralmente era così esigua da richiedere una grossa integrazione personale.

Pur essendo il capo dello Stato non godeva di alcun titolo principesco, era solo Serenissimo, più per riflesso della Serenissima Repubblica, che per se stesso.

Tra i requisiti per l’elezione a doge era richiesto anche quello dell’età. Dal 1355 al 1772 il candidato non doveva avere meno di trent’anni, in seguito l’età fu portata a quaranta. In realtà pochi ascesero al soglio ducale in età giovanile, la scelta cadeva di solito su personaggi anziani o addirittura vecchi, non solo perché si riteneva avessero più esperienza negli affari di Stato, ma anche perché si presumeva non dovessero rimanere a lungo sul trono, e ciò garantiva un’alternanza naturale per la quale non erano necessarie espedienti di altro genere.

La funzione del doge era principalmente quella di rappresentare Venezia e di manifestarne la magnificenza nelle cerimonie pubbliche e nelle relazioni diplomatiche con gli altri Stati. L'unico potere effettivo che non gli fu mai sottratto fu quello di comandare la flotta e guidare l'armata in tempo di guerra. Per il resto egli si limitava a sedere a capo della Signoria, formata dal doge stesso, da sei Consiglieri ducali eletti dal Maggior Consiglio e dai tre capi della Quarantia Criminale, che costituiva un tutt'uno con il potere ducale e comprendeva il doge e gli uomini incaricati di coadiuvarlo e sorvegliarlo.

Nei ritratti ufficiali vediamo il doge con la veste scarlatta di prezioso broccato, spesso con manto e collare di ermellino, sul capo il corno che nelle grandi occasioni era tempestato di pietre preziose: il “signore di Venezia” doveva però provvedere al proprio guardaroba.

In politica estera il doge poteva esprimere una linea di condotta ma non sempre le sue direttive erano seguite; non poteva incontrare gli ambasciatori se non in presenza di consiglieri o senatori. Non poteva rassegnare le dimissioni se non in casi eccezionali.

Circondata di sfarzo la carica dogale era costosa e i dogi dovevano contribuire al proprio mantenimento: per questo la nomina era di fatto appannaggio dell’aristocrazia più ricca. Gravosi i divieti che limitavano pesantemente perfino la loro stessa vita privata: non poteva possedere beni fuori dello Stato né allontanarsi dalla città senza il consenso della Signoria.
Al doge era inoltre proibito spedire o aprire lettere se non erano presenti almeno due testimoni, accettare regali da persone che non appartenevano alla sua famiglia, permettere ai sudditi di baciargli la mano o di parlargli stando in ginocchio.

Non poteva neppure recarsi privatamente a far visita a parenti e amici o frequentare teatri se non accompagnato da qualche consigliere; non poteva uscire da palazzo se non nelle occasioni stabilite dal protocollo; come privato cittadino poteva uscire di casa ma doveva sempre essere accompagnato e per uscire dalla città doveva chiedere ed ottenere una particolare licenza.

Leggendo le descrizioni e le cronache delle apparizioni pubbliche del doge, non si  potrebbe sospettare che egli fosse  “…re nella porpora, senatore nel senato, prigioniero nella città, cittadino privato fuori della città”.

Il funerale del doge

Alla sua morte gli venivano tributate esequie solenni ma private. Venezia non portava alcun lutto: si diceva “È morto il Doge, non la Signoria”.

Al funerale partecipavano tutti i preti e i frati della città, le autorità, gli ambasciatori, i patrizi e il popolo. La salma veniva esposta nella sala del Piovego, con il corno in capo, gli speroni ai piedi e la spada al fianco; gli arsenalotti delegati al suo trasporto giunti davanti alla porta della basilica, la sollevavano per ben nove volte mentre la loro invocazione, “Misericordia”, risuonava alta nel silenzio profondo della piazza. Era il rito del “salto del morto”.

A partire dai primi del Cinquecento il doge fu seppellito in stretto riserbo e per le onoranze funebri la sua salma veniva sostituita da un fantoccio di paglia con una maschera di cera che riproduceva le sembianze del defunto. L’usanza era stata originata dalla paura del contagio in tempo di pestilenza.

La vita religiosa

La carica dogale ebbe anche connotazioni religiose.

Con l'arrivo a Venezia delle spoglie dell'evangelista Marco nell'anno 828 e l'edificazione per opera del doge Giustiniano Partecipazio (827-829) della prima chiesa dedicata a san Marco, il doge divenne il capo di questa chiesa con prerogative episcopali sulla speciale diocesi nullius dipendente dalla basilica e retta a suo nome da un Primicerio.
Il doge aveva l’obbligo di assistere, almeno tre volte alla settimana, alla celebrazione della messa nella basilica che, come cappella ducale, era alle sue dirette dipendenze.

Lo stesso papa  Clemente V riconosceva al doge alcuni poteri attinenti, ad esempio, alla nomina dei vescovi. La questione della duplice natura del potere ducale fu discussa anche durante il Concilio di Trento del 1545-1563, nel quale, riconoscendo che il doge rappresentava la chiesa ma non era né un vero e proprio vescovo, né solamente un principe, si dovettero modificare le formule conclusive per comprendere a fianco dei vescovi e dei principi, anche il doge di Venezia.

Proprio per queste caratteristiche e questa indipendenza dal potere papale, continue furono le tensioni con la chiesa di Roma ed i vari papi che spesso colpirono la Repubblica con interdetti e scomuniche.

(dz)

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Prima pubblicazione: Lunedì, 27 Maggio 2013 — Ultimo aggiornamento: Domenica, 19 Marzo 2017

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