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“[…] ha potuto certificare il Mondo, che più difficilmente rinaschino i Tintoretti, che gli Apelli, poiché le cose operate da lui nella giovanile età, diedero materia à ciascuno di ammirazione”. 

Così Carlo Ridolfi, forse il più celebre biografo degli artisti veneziani rinascimentali e manieristi, si pronuncia in merito a Domenico Tintoretto, poco conosciuto figlio del ben più celebre padre Jacopo. Anche la sorella Marietta, detta la Tintoretta, aveva intrapreso la carriera pittorica che fu però presto interrotta a causa della sua prematura morte. 

Domenico Robusti, detto il Tintoretto come il padre Jacopo, nacque a Venezia nel 1560.

Fino alla morte del padre, nel 1594, le sue opere furono e sono tutt’ora confuse con quelle di Jacopo, principalmente a causa delle commissioni che furono per lo più richieste all’anziano pittore. Successivamente a tale data, però, nonostante l’artista avesse la possibilità di dare finalmente il meglio di sé, venne forse a mancare quella vena creativa che indubbiamente aveva caratterizzato gli anni della sua giovinezza. Forse, l’aver preso interamente su di sé la bottega paterna non lo aiutò ad emergere come avrebbe potuto.

Degna di menzione è la realizzazione della maestosa tela eseguita per la Sala del Maggior Consiglio a Palazzo Ducale, il Paradiso. Fino a tempi recenti si è creduto che fosse in gran parte della mano del padre ma si ritiene ora che sia stata interamente realizzata da Domenico. L’ipotesi più probabile, infatti, è che Jacopo avesse eseguito il modello per il concorso (indetto in seguito all’incendio che nel 1577 aveva distrutto gran parte delle più importanti sale di Palazzo Ducale) e che, tra il 1588 e il 1592, Domenico abbia effettivamente realizzato la grandiosa opera. Per la medesima sala, gli si attribuiscono anche i settantasei ritratti di dogi nella zona immediatamente sotto al soffitto e alcune tele raffiguranti battaglie e crociate. Lavorò anche per la Sala dello Scrutinio, del Collegio e del Senato.

Notevole fu l’impegno profuso per le maggiori Scuole veneziane. Per quella di San Rocco collaborò insieme al padre dalla fine degli anni ’70 alla decorazione della Sala Superiore e della Terrena. Per quella di San Marco lavorò presumibilmente dopo il 1585, anno in cui divenne anche confratello. Per quella dei Mercanti eseguì tra la fine degli anni ’80 e gli inizi degli anni ’90 un duplice ritratto dei confratelli, esposto ora presso le Gallerie dell’Accademia, oltre ad aver contribuito alla decorazione del soffitto. A pochi anni dalla morte lavorò anche per quella di San Giovanni Evangelista.

Tra i suoi contemporanei, l’artista era probabilmente più rinomato in assoluto per le sue grandi capacità ritrattistiche. Tale fama aveva oltrepassato anche i confini del Veneto, dato che alla fine del secolo fu a Ferrara per immortalare con il suo pennello la nuova regina di Spagna, Margherita d’Austria e, poco dopo, a Mantova per dipingere le fattezze di Vincenzo Gonzaga. Tali lavori eseguiti fuori da Venezia si inseriscono in una serie di commissioni ricevute dalla bottega da varie parti d’Italia come la zona adriatica e la Toscana.

Moltissime le chiese veneziane in cui si possono trovare sue opere, da S. Andrea della Zirada, nella immediate vicinanze di Piazzale Roma, a S. Giorgio Maggiore, nell’omonima isola, alla soppressa chiesa di S. Maria Maggiore. Per San Marco realizzò a partire dal 1594 alcuni cartoni raffiguranti santi per la realizzazione di mosaici.

Secondo Carlo Ridolfi a 74 anni Domenico ebbe un colpo apoplettico che gli mise fuori uso la mano destra. Nonostante il desiderio di continuare a dipingere anche se menomato, morì nel 1635 e fu sepolto vicino al padre presso la chiesa della Madonna dell’Orto. 

(rb)

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Prima pubblicazione: Lunedì, 25 Marzo 2013 — Ultimo aggiornamento: Sabato, 05 Ottobre 2013

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