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Premessa

La laguna di Venezia, come già scritto nel precedente articolo, è un ecosistema delicato e complesso. Come tutti i sistemi complessi, la causa scatenante di un possibile “collasso” va studiata con attenzione e con metodo, se il fine di tale studio è la prevenzione di un ulteriore collasso futuribile e la preservazione di tale ecosistema.

Va obbligatoriamente premesso che questo approfondimento non vuole assolvere a tale ruolo, quanto semmai scatenare l’interesse comune verso un argomento affascinante, complesso e talvolta controverso, porre l’attenzione su una maggiore sensibilità dei luoghi in cui abbiamo la fortuna di vivere e, se possibile, sviluppare un maggiore senso pratico e civico su come contribuire a salvaguardare questo prezioso patrimonio.

Come primo passo proviamo a scattare una doverosa fotografia d’insieme.

Una laguna sub-atlantica

La nostra laguna si differenzia sensibilmente da altri ambienti lagunari costieri mediterranei per vari fattori geografici, climatici, ambientali e biologici. Questi fattori le danno caratteristiche ambientali e biologiche più sub-atlantiche che mediterranee e potrebbero influire parzialmente sul motivo che la porta ad essere la prima stazione di arrivo per numerose specie esotiche nell’area mediterranea.

L’importazione delle specie alloctone (dette anche aliene, ovvero non locali) è generalmente dovuta all’azione umana e ha subìto un drammatico incremento in seguito all’intenso sviluppo tecnologico degli ultimi anni, introdotte in modo più o meno consapevole e senza alcun controllo.

La presenza di questi ospiti non desiderati può comportare un’interferenza con le specie originarie e una serie di sgradite conseguenze quali la riduzione e la scomparsa di intere popolazioni locali; questo perché in assenza di fattori limitanti (predatori, parassiti o scarsità di risorse alimentari) possono risultare più forti rispetto alle specie locali e imporsi su di esse.

L’inquinamento ai giorni nostri

Un elemento molto importante da tenere in considerazione è l’inquinamento. Tutti noi sappiamo che viviamo su un pianeta fortemente inquinato, ma è comunque “curioso” conoscere un aspetto di cui forse non ne abbiamo ancora così piena consapevolezza. Per farlo dobbiamo mettere le lancette indietro nel tempo fino alla metà del 1800 e incontrare tre signori: Justus Von Liebig, John Bennet Lawes e John Henry Gilbert.

Con tutta probabilità questi nomi poco diranno alla maggior parte di noi, ma è certo che la loro esistenza influisce ancora oggi sulla nostra vita.

Justus Von Liebig fu un chimico tedesco che scoprì, tra le altre, quanto la farina d’ossa impregnata di acido solforico diluito la rendesse altamente assimilabile dal suolo, restituendo vigore a quest’ultimo. Lawes lo testò su un campo di rape, e i risultati furono notevoli per la coltivazione delle stesse.

E se Von Liebig è ricordato come il padre dell’industria dei fertilizzanti, è a Lawes e al suo successivo socio in affari Gilbert che va il merito e la responsabilità di aver brevettato quanto scoperto dal chimico tedesco, mettendo in commercio quello che veniva chiamato superfosfato.

Successivamente Von Liebig scoprì anche come l’azoto costituisse un elemento chiave per le piante, e Lawes immancabilmente tradusse in soluzioni commerciali tali scoperte, brevettando le misture di nitrato. Questo alimentò naturalmente nel tempo un certo odio da parte di Von Liebig verso i due inglesi.

Sono per tanto da attribuire a queste tre persone il merito e la responsabilità di aver radicalmente cambiato il corso dell’agricoltura e gran parte dell’aspetto del nostro pianeta. Tuttavia, al nostro scopo, l’aspetto più importante della faccenda è la lungimiranza che ad un certo punto Sir Lawes e Sir Henry Gilbert – un chimico che si aggregò alle ricerche di Lawes e che fu l’altra metà della storia del Rothamsted Experimental Station – dimostrarono nel creare l’ancor più importante Rothamsted Research Archive: un archivio di campioni di un terreno appositamente creato per monitorare gli effetti  dei fertilizzanti.

In pratica decisero di creare un appezzamento, composto da due campi suddivisi a loro volta in 24 strisce ciascuno, ognuna trattata in modo differente, lasciandone alcune come parametri di riferimento, senza trattamenti. Di questi appezzamenti fecero ciclicamente dei campionamenti per valutarne i risultati. I successori di Lawes e Gilbert iniziarono a campionare anche i liquami fognari delle zone limitrofe. Campionamenti che ancora oggi sono attivi.

Il risultato è un preoccupante livello di presenza di metalli tra i più pesanti e temibili, soprattutto nel liquame fognario: piombo, cadmio, rame, mercurio, nichel, cobalto, vanadio, arsenico e altri più leggeri come zinco e alluminio. Questo a significare che l’inquinamento derivante da diversi agenti non propriamente benefici è ormai intimamente inserito nel nostro ciclo vitale.

Una considerazione: il liquame in oggetto dal 1990 viene ritenuto troppo tossico per venire scaricato nel mare del Nord, ma viene utilizzato come fertilizzante nelle aziende agricole di tutta Europa, ad eccezione dell’Olanda. Dallo stesso periodo i Paesi Bassi non solo hanno offerto incentivi per l’adozione di una agricoltura organica, ma hanno anche cercato di convincere i propri partner dell’Unione Europea che qualunque cosa venga sparsa nel terreno, prima o poi finisce in mare.

Un altro aspetto interessante e decisamente preoccupante al tempo stesso è costituito dalla presenza dei materiali plastici a livello planetario. Nello specifico il raggiungimento di una dimensione talmente piccola da entrare nella catena alimentare… ed esattamente nel primo anello della catena stessa: il krill.

Il krill è un insieme di piccolissimi crostacei che compone lo zooplancton: il cibo primario per balene, mante, squali balena, pesce azzurro e uccelli acquatici.

Ciò che ha scoperto Richard Thompson, biologo marino della University of Plymouth, è che una tremenda quantità di materiali plastici si riversa ogni giorno nelle acque del pianeta, alcuni di questi con dimensioni talmente piccole da diventare causa di soffocamento per questi microorganismi – quando questi granelli plastici siano troppo grandi per essere ingeriti – ma anche “vero” cibo ingerito nei casi di particelle sufficientemente piccole da poter essere ingerite.

Il capitano Charles Moore, di Long Beach, verificò di persona questi effetti nei corpi trasparenti delle meduse e nelle salpe, i filtratori più prolifici e largamente distribuiti del pianeta.

Questi minuscoli granuli plastici sono chiamati nurdles. Ogni anno ne venivano fabbricati 5,5 quadrilioni – circa cento miliardi di chili – tanto da raggiungere un peso 6 volte superiore a quello dell’intero plancton, nelle superfici oceaniche.

Questa immensa quantità di materiali plastici, in gran parte, finisce in immensi “sacchi” per la spazzatura. Uno di questi è il Vortice subtropicale del Nordpacifico (Pacific Trash Vortex), chiamata dagli oceanografi la Grande chiazza di immondizia del Pacifico (Great Pacific Garbage Patch). Nel 2005 Moore riteneva che la sua area avesse ormai raggiunto un’estensione grande quasi quanto l’Africa. Nell’intero pianeta esistono altri sei grossi vortici oceanici tropicali, tutti ingombri di una preoccupante massa di rifiuti.

Questo è il motivo principale per cui le acque del pianeta non sono ancora passate dal caratteristico blu ad un arcobaleno variopinto di colori e forme diverse. La plastica c’è, ma ancora non si vede.

Il geochimico dell’Università di Tokyo, Hideshige Takada, nonché specialista di EDC (endocrine-disrupting chemichals) – prodotti chimici che interferiscono con il sistema endocrino provocando disturbi sull’identità sessuale – era alle prese con una sua personale ricerca per indagare su quali porcherie stessero lisciviando dalle discariche di tutto il Sudest asiatico.

Tra i risultati, Takada scoprì che i nurdles e altri frammenti di plastica agivano come spugne o magneti nei confronti di veleni resilienti come il DDT o i PCB (policlorobifenili – banditi a livello mondiale dal 1970). C’è da sapere che i rifiuti galleggianti di plastica antecedente al ’70 rilasceranno PCB per vari secoli.

Una realtà su cui riflettere.

L’anossia, l’ipossia, le condizioni eutrofiche e la scarsità di ossigeno nell’acqua

Nutrienti come l’azoto e il fosforo sono essenziali per la salute degli ambienti marini, tuttavia un eccesso di elementi nutritivi può innescare una crescita eccessiva di alghe, provocando un calo dell’ossigeno dissolto nell’acqua.

Tale eccesso può essere dovuto ad attività come lo scarico di fertilizzanti o acque fognarie. Tuttavia il dato da tenere in considerazione è che una recente ricerca svolta alla City University di Hong Kong, da Rudolf Wu e dai suoi colleghi, pubblicata nel numero del 15 marzo della rivista “Enviromental Science & Technology”, ha evidenziato che l’ipossia è ovunque in crescita negli ultimi anni, in parte anche a causa dell’incremento della popolazione umana. Una delle conseguenze di ciò, oltre al verificarsi di morie anche nelle acque degli oceani, è il verificarsi di cambiamenti a livelli ormonali e una diminuzione del tasso di riproduzione dei pesci.

Rudolf Wu è professore di cattedra e direttore della Scuola di Scienze Biologiche e del Centre for Marine Environmental Research and Innovative Technology, dell’Università di Hong Kong.

Più di recente, un effetto simile a quello avvenuto nella nostra laguna, si è verificando di recente lungo la costa centro-settentrionale dell’Emilia-Romagna, in condizioni climatiche e ambientali molto simili a quelle “vissute” e riscontrate dalle analisi dell’ARPAV, tra cui una temperatura molto alta dell’acqua (30° centigradi o prossima a tale soglia).

In pratica un ambiente ricco di sostanze nutritive che ha provocato una conseguenza di mancanza di ossigeno, moria di pesci  e molluschi e un odore maleodorante. L’ARPA ER esclude cause derivanti da sostanze inquinanti, sottolineando che è un fenomeno conosciuto come conseguenza di eventi eutrofici (ricchezza di sostanze nutritive), nonostante tale problematica ambientale della loro costa avesse registrato un miglioramento negli ultimi anni. Viene ricordato anche che le stesse condizioni eutrofiche sono il fulcro per avere un’area produttiva per la pesca e la molluschicoltura.

Ernst von Weizsaecker, co-presidente dell’ International Panel for Sustainable Resource Management delle Nazioni Unite (ONU), asserisce che la causa di questo picco di sostanze nutritive sia dovuto all’uso intensificato di cibi di origine animale, i cui allevamenti sono inevitabilmente causa di un uso 13 volte più alto di fertilizzanti rispetto ad una diversa dieta nutrizionale, a base di vegetali. Come trattato anche nel meraviglioso documentario HOME di Yann Arthus-Bertrand – noto fotografo, giornalista e ambientalista francese – questo allevamento intensivo è anche causa del consumo della maggior parte dei raccolti mondiali, e conseguentemente anche di acqua potabile, di fertilizzanti e di pesticidi.

Ciò che mangiamo è la causa di collassi ambientali simili a quello vissuto nella nostra laguna? A quanto pare, in parte, ne è corresponsabile. Tuttavia la domanda che dobbiamo porci è: forse sprechiamo troppo e ci curiamo poco dell’ambiente in cui viviamo?

(mt)

Galleria immagini

Materiale plastico depositato in laguna.
Un particolare del materiale plastico depositato.
Plastica nel Canal Salso, Piazza Barche, Mestre
Una bicicletta gettata in acqua, nel fiume Marzenego.

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