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Non ingannino il nome e il luogo di nascita di Jessie White che, nonostante sia nata in Inghilterra, va annoverata tra le maggiori artefici del risorgimento italiano. Jessie inoltre sposò il patriota rodigino Alberto Mario e fu amica e seguace di Giuseppe Mazzini che la soprannominò "Miss Uragano".

Di animo nobile e ardimentoso mise a servizio della causa risorgimentale la sua prorompente energia e seppe adattare i suoi ideali ai cambiamenti della politica. Dedicò la vita alle opere e agli studi, alla cura dei feriti, alle azioni più ardue e pericolose.

Patì il carcere e subì umiliazioni ma non abbandonò mai l’idea di un’Italia libera ed unita. Fu tra le pochissime donne a partecipare alla spedizione dei Mille. Scrittrice, giornalista, femminista, può essere considerata tra le figure più gloriose della storia d’Italia della seconda metà dell’Ottocento.

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Jessie White nacque il 9 maggio 1832 a Forton Inlet vicino a Portsmouth, in Inghilterra, in una famiglia di costruttori navali. Figlia di Thomas e della sua seconda moglie, rimase orfana della madre quando aveva due anni e fu allevata dalla terza moglie del padre.

Ricevette una educazione molto rigida dal padre Thomas White che esercitò sulla famiglia grande pressione religiosa senza peraltro riuscire a condizionarla. Ribelle e agnostica, Jessie trovava noiosi i sermoni moraleggianti e le meditazioni che trascuravano, secondo il suo pensiero, i concreti bisogni delle persone.

Data la sua vivacità intellettuale era considerata disobbediente e poco femminile; trascorse comunque una infanzia abbastanza serena in compagnia dei fratelli. Compì studi regolari prima nella scuola del villaggio e poi in varie città dell’Inghilterra. Intelligente, intuitiva, curiosa e poco conformista si adattava con fatica ai rigidi e formalisti ambienti scolastici del tempo. A ventun anni pubblicò in una rivista liberale due articoli che rivelano il suo interesse per i problemi sociali.

Andò a studiare a Parigi alla Sorbona, poi durante un viaggio in Italia conobbe Garibaldi. L’incontro con l’eroe rivoluzionario fu fondamentale per la giovane Jessie che gli promise di diventare l’infermiera dei suoi soldati. Tornata in Inghilterra presentò dunque richiesta formale di ammissione agli ospedali di Londra ma — poiché era una donna — ne ebbe un netto rifiuto.

Decisa a prodigarsi per la causa italiana, entrò in contatto con la società degli amici dell’Italia, un’associazione che si occupava soprattutto della raccolta di fondi. Conobbe così Mazzini e aderì al suo programma. Iniziò allora un giro di conferenze in tutto il paese: voleva che gli Inglesi fossero adeguatamente informati sul problema italiano. Aveva una voce musicale e i suoi modi tranquilli e garbati conquistarono il pubblico. I suoi discorsi trovarono un’eco favorevole nella stampa locale.

I fondi raccolti furono impiegati per finanziare la spedizione di Sapri che Mazzini aveva fermamente voluta. Per prepararla anche Jessie fu invitata a Genova dove fu accolta entusiasticamente e dove Mazzini l’attendeva nascosto nella casa dell’amico e compagno Alberto Mario.

Fu così che Jessie conobbe Alberto, un bel giovane dagli occhi miti e pensosi. Fervente mazziniano, era nato a Lendinara (Rovigo) il 4 giugno 1825 in un’antica e nobile famiglia. Le sue idee liberali lo avevano spinto a partecipare ai moti universitari del 1848 (a Venezia i moti risorgimentali sono legati soprattutto a Daniele Manin e Niccolò Tommaseo) e da allora aveva sempre lavorato per l’unità nazionale.

Dopo lo sfortunato esito della spedizione, la polizia, che sorvegliava attentamente i patrioti, arrestò quanti avevano, più o meno direttamente, partecipato al complotto. Mazzini riuscì a scappare in Inghilterra; Alberto e Jessie finirono in prigione. Tra i due giovani sbocciò subito un sentimento di simpatia e di stima che si trasformò in amore. Furono liberati pochi mesi dopo ma espulsi dal Regno di Sardegna, che all’epoca comprendeva, oltre al Piemonte, la Savoia e la Liguria, naturalmente anche la Sardegna.

Partirono allora per Portsmouth e lì si sposarono. Era il 19 dicembre 1857. Fu un matrimonio molto felice basato sull’identità di vedute e sull’affetto. Alberto diceva sempre che, senza l’entusiasmo di Jessie, la sua vita sarebbe stata come un fiore senza profumo.

Incaricati da Mazzini, i Mario si recarono in America per tenere una serie di conferenze a favore del Partito d’Azione. Gli Italiani d’America li accolsero molto benevolmente e la stampa pubblicò senza difficoltà i loro articoli. Il New York Herald così descrisse Jessie White confermando il ritratto che l’opinione pubblica aveva di lei:

“Un’attraente e delicata signora, dai lineamenti raffinati, dotata di una grande scioltezza di linguaggio e di una serietà suadente di espressione che conquista l’attenzione degli spettatori, di tanto in tanto, passando ad accenti di veemente eloquenza.”

Era in questo modo che il problema dell’Italia e i sacrifici dei patrioti venivano posti all’attenzione del mondo intero.

Alberto e Jessie stavano già progettando un nuovo ciclo di conferenze quando li raggiunsero gravi e inaspettate notizie: il padre di Alberto era molto malato, la sorella, appena diciottenne, era stata arrestata ed era scoppiata la Seconda Guerra per l’Indipendenza contro l’Austria.

I coniugi salparono immediatamente per l’Italia ma giunsero in patria quando l’armistizio di Villafranca (2 luglio 1859) aveva già interrotto la marcia vittoriosa delle truppe franco piemontesi verso il Veneto. Il paese era cambiato: si era capito che le cospirazioni non sarebbero mai riuscite ad unire il popolo nel comune intento a scacciare gli stranieri. Appariva sempre più necessaria una mediazione politica che venisse da uno Stato riconosciuto dagli emperi europei e fornito di un esercito regolare.

Le speranze di molti erano dunque rivolte al Piemonte. Anche Alberto, pur rimanendo fedele a Mazzini, si convinse che bisognava correre alle armi francamente e lealmente sotto la guida di Vittorio Emanuele II

I coniugi si diressero verso il Polesine ma furono arrestati e condotti a Bologna: vennero liberati ma dovettero lasciare la Romagna. Andarono allora a Lugano. Non graditi neppure dalla Svizzera, si recarono a Genova in incognito e da lì si imbarcarono per raggiungere Garibaldi che, a capo della spedizione dei Mille, si trovava in Sicilia.

Il generale incaricò Alberto di fondare a Palermo una scuola militare e Jessie di dirigere un ospedale. Jessie rimase a lungo l’unica donna del corpo sanitario, sebbene alcune donne, soprattutto suore, offrissero il loro aiuto. Con gli stessi compiti apparve a fianco del generale anche durante la Terza Guerra per l’Indipendenza.

La storia stava facendo il suo corso. Con la conquista del regno delle Due Sicilie l’Unità d’Italia era cosa fatta. Jessie aveva ventinove anni. Godeva fama di indomita sostenitrice delle idee repubblicane e dell’unificazione. Era apprezzata come giornalista sulle due sponde dell’atlantico e aveva acquistato una notevole esperienza su quella che oggi si definirebbe la tecnica della propaganda.

Riconosceva alle donne italiane femminilità, onestà e una superiorità nei confronti degli uomini ma le accusava di essere superficiali e prive di personalità.

Il tempo della sua presenza attiva sul campo di battaglia era ormai finito. Dopo il 1871 i Mario si trasferirono a Lendinara. Per alcuni anni condussero una vita modesta, lavorando intensamente ai loro scritti e viaggiando. Jessie — che amava molto più del marito una vita dinamica — tornò a visitare gruppi di lavoratori e amici conosciuti al tempo delle campagne per l’unificazione, facendo ricerche sulla storia di Napoli e della Sicilia e scrivendo diversi articoli sulle condizioni di quei luoghi.

Aveva quarantanove anni quando un ictus le lasciò paralizzate tre dita della mano destra. Ciò non le impedì di lavorare alla stesura di una vita di Garibaldi che fu pubblicata nel 1882. Anche la salute di Alberto, ammalato già da tempo, peggiorò; Jessie lo curò amorevolmente. Dopo la morte del marito (giugno 1883) si ritrovò in ristrettezze economiche: non accettò sussidi e continuò a vivere del suo lavoro.

Cominciò a interessarsi al controllo delle nascite e alla possibilità di introdurlo in Italia come mezzo per risolvere i problemi dell’eccesso di popolazione. A sessantaquattro anni accettò un posto di insegnante di letteratura inglese alla scuola magistrale di Firenze. Morì il 5 marzo 1906. Dopo la cerimonia civile della cremazione, un manipolo di garibaldini superstiti, un centinaio di studentesse con mazzi di rose, un gruppo di professori universitari seguì attraverso Firenze la sua urna diretta a Lendinara per essere inumata vicino a quella del marito.

(dz)

Riferimenti

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