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Nessuna menzogna, nessuna repressione fascista avrebbe potuto far dimenticare che Silvio Trentin aveva lottato con tutte le sue forze per la causa della liberazione dell'umanità. 

Citiamo un passo della biografia di Silvio Trentin scritta da Frank Rosengarten nel 1980.

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Silvio Trentin (1885-1944) nacque a San Donà di Piave l'11 novembre 1885 e, a soli 24 anni, divenne il più giovane insegnante di diritto in Italia. Insegnò diritto amministrativo e scienza dell'amministrazione in numerose università per giungere poi, tra il 1923 e il 1926, all'Università Ca' Foscari di Venezia.

Si rese disponibile volontariamente a partecipare alla Prima Guerra Mondiale e venne più volte decorato per memorabili azioni di ricognizione aerea. Rientrato dalle armi, si dedicò per un breve periodo alla politica (1919 - 1921), alla Camera quale unico deputato della Democrazia sociale veneziana e fece istituire l'Ente di rinascita agraria per le province di Venezia e Treviso e approvò il decreto di autorizzazione alla bonifica integrale del terreni paludosi tra i fiumi Lemene e Livenza. Negli anni successivi continuò alcune battaglie in Veneto quale antifascista per poi culminare con l'adesione all'Unione nazionale.

Nel 1926 coraggiosamente decise di trasferirsi in Francia in esilio in quanto, come lui stessi scrisse non poteva "continuare ad insegnare diritto pubblico, proprio quella materia che inerisce allo Stato, quando si è sotto il tallone di una dittatura che snatura e sradica quei principi stessi sui quali si fonda la vita dello Stato". Prese la decisione di restare coerente con se stesso, pur essendo conscio delle rinunce a cui sarebbe andato incontro: lasciò una posizione economica rilevante, il prestigio sociale e la posizione lavorativa acquisita. Questa sua "scelta di condizione" lo costrinse a non insegnare mai più.

Si stabilì a Pavie presso Auch, in principio si dedicò a tutt'altre cose ma ben presto, nonostante il distacco dall'Italia, continuò la sua lotta al fascismo con gli altri italiani esiliati, aderendo e collaborando con numerose istituzioni antifasciste e di sinistra. Durante l'esilio francese, progettò un nuovo ordine antifascista rivoluzionario, incardinato sul federalismo che anticipava l'Europa federale unita. Nel 1941, fu il leader del movimento "Libérer et Fédérer", nonchè l'ideatore del programma. Convinto sostenitore del fronte unico nello scontro contro "l'antidemocrazia", sottoscrisse nell'ottobre 1941, a nome di Giustizia e Libertà, il primo patto di unità d'azione della resistenza italiana con il PCI (Partito Comunista Italiano) e il PSI (Partito Socialista Italiano) a Tolosa.

Pochi anni dopo, rientrò nella sua città natale per guidare l'ultima battaglia e per incitare ancora una volta alla lotta, come fece nell'Appello ai Veneti guardia avanzata della nazione italiana. A fianco dei capi del Partito d'Azione e della resistenza nella Regione Veneto, lavorò all'organizzazione politica e militare del costituendo esercito di liberazione. Lavorò su più fronti e in diversi città venete: a Treviso, a Feltre, a Bassano e a Padova dove diresse le prime sedute organizzative del Comitato di Liberazione Nazionale Regionale Veneto (CLNRV) assieme a Concetto Marchesi ed Egidio Meneghetti. Nel 1943, nella casa del rettore dell'Università di Padova in Palazzo Papafava, Silvio e suo figlio Bruno vennero incarcerati e successivamente rilasciati, per mancanza di prove, dopo una quindicina di giorni di prigionia.

La salute cagionevole di Trentin lo costrinse a fermarsi, venendo ricoverato per problemi cardiaci prima a Treviso e poi a Monastier. Durante i due mesi di degenza continuò ininterrottamente a tenere vivi i contatti con i compagni di lotta e cominciò ad abbozzare una Costituzione Italiana per il post conflitto mondiale, sulla falsa riga di quella da lui predisposta in suolo francese. Prima di spegnersi nel marzo del 1944, riuscì a scrivere un ultimo Appello ai lavoratori delle Venezie (PDF da scaricare).

L'ultimo saluto a Silvio Trentin si svolse in maniera riservata (erano presenti solo: la moglie Beppa, i figli e l'amico Camillo Matter) in un clima di semi-clandestinità e il feretro non potè procedere per il centro città di San Donà di Piave perché la polizia fascista lo considerava troppo pericoloso.

Venezia fu la città d'elezione della famiglia Trentin, come luogo di residenza durante l'insegnamento (prima a San Marcuola in un palazzo messo a disposizione dalla principessa Borghese e poi al secondo piano di Palazzo Dolfin, sopra la Banca d'Italia, a Rialto). A partire dal 1949, cinque anni dopo la morte di Silvio, la città lagunare tornò ad essere la dimora abituale della signora Trentin e del primogenito Giorgio che fissarono la loro casa prima a S.Giacomo dell'Orio e poi in Calle dei Cerchieri alla Toletta. Per quanto riguarda gli altri figli, Bruno, dopo la laurea, prende la via di Roma e non abiterà mai a Venezia mentre Franca si trasferirà a Venezia solo negli anni '60, vivendo poi qui fino alla fine dei suoi giorni. 

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