Venipedia: molto più di un'enciclopedia di Venezia. – La miglior guida di Venezia.

Politico veneziano dell'Ottocento, promotore del movimento di opposizione all'amministrazione austriaca, diventa Presidente del governo provvisorio di Venezia dopo l'insurrezione popolare e la cacciata degli austriaci.

Successivamente alla capitolazione della Repubblica di Venezia viene esiliato in Francia e aderisce al movimento unitario-monarchico di Cavour, diventando uno dei fondatori della Società nazionale italiana.

Nella vita privata era malinconico e insicuro, al contrario si trasformava in un oratore vivace e preciso in pubblico, lo ricordano come un uomo energico ancorchè contraddistinto da uno scetticismo realista. Partecipe attivo della vita sociale e politica di Venezia, sempre in prima linea nell'incentivare i dibattiti di argomenti importanti come le ferrovie, il diritto e l'agricoltura. Voleva riuscire a predisporre un patronato per i detenuti che uscivano dal carcere, una casa di accoglienza per gli orfani e per i figli di artigiani poveri, ma non perdeva occasione di criticare la politica asburgica tanto che al termine di un congresso la polizia decise di non perderlo più d'occhio, disponendone il pedinamento.

Daniele Manin nasce a Venezia il 13 maggio 1804, ed è il terzogenito di Pietro e Anna Maria Bellotto. La famiglia paterna è veronese di origine ebraica, il nonno si chiama in realtà Samuele Medina e si converte al cattolicesimo con la moglie Allegra Moravia nell'aprile del 1759. La scelta del cognome, come era in uso, è avvenuta in relazione alla famiglia aristocratica che lo ha preso a protezione: i Manin nella persona di Ludovico — l'ultimo doge della Serenissima — che era il suo padrino di battesimo. Sua nonna lo cambia invece in quello di Cornelia Balbi-Porto.

Il padre, avvocato repubblicano di indole democratica, lo introduce, fin dalla tenera età, allo studio delle lingue straniere — francese, inglese e tedesco — oltre alle classiche di latino, greco ed ebraico. Grazie a questa conoscenza linguistica e alla fornita biblioteca in campo S. Agostino, riesce ad approfondire i grandi classici della lettura e filosofia — in edizione originale — italiani ed europei, tra cui Locke, Rousseau, Viesseux e Soave. Si iscrive — a soli quattordici anni all'Università di Padova dove si laurea in giurisprudenza nel luglio del 1821, con una tesi, in diritto romano, avente ad oggetto la Lex Regia, anche se avrebbe voluto approfondire il più attuale tema della pena di morte, che poi riesce a riprendere nella sua prima conferenza all'Ateneo veneto — del quale fu eletto socio nel 1823 per merito dei suoi studi giuridici e filologici. Grazie agli influssi dei genitori e di Foramiti — avvocato e giurista amico del padre — il giovane Manin continua nella sua formazione politica accostandosi — sempre più — a convinzioni repubblicane di derivazione francese.

Non potendo accedere agli esami di avvocato a causa della giovane età, inizia a lavorare a vent'anni nell'ambito editoriale decidendo di curare — come editore — la stampa e la vendita delle Pandette di Giustiniano (Venezia 1833-36) di R.G. Pothier, che riesce a distribuire negli studi legali di tutta Italia, collaborando, in tal modo, alle attività scientifiche e legali dello studio paterno. L'8 settembre del 1824 si sposa con Teresa Perissinotti una ragazza borghese, anche lei figlia di un avvocato, con cui avrà due figli, Emilia e Giorgio, cresciuti attraverso un'educazione illuministica, fondata su un linguaggio rigorosamente scientifico e su una preponderante attenzione alle attività sportive. Nel frattempo continua ad alimentare la sua cultura storica — attraverso Guicciardini, Botta e Daru — e letteraria — con Manzoni, Schiller, Leopardi, Berchet e Foscolo – stringendo sempre più amicizia con Carrer e incrementando le visite al salotto di Giustina Renier Michiel. Nel 1827 — durante una conferenza, sulla lingua veneta, tenuta all'ateneo veneto — conosce Niccolò Tommaseo tramite la presentazione di De Tipaldo e pubblica poco dopo il Dizionario del dialetto veneto di Boerio.

Nel febbraio del 1831, alla notizia dei moti dell'Italia centrale, stampa — clandestinamente — un proclama per provocare un'insurrezione anche a Venezia, ma tale azione non ha alcun seguito, né, fortunatamente, la polizia austriaca riesce a catturare gli autori del gesto. Il 29 agosto del 1831 riesce finalmente ad ottenere un posto da avvocato nella vicina pretura di Mestre, continuando anche a curare la clientela del padre — scomparso due anni prima. Il caso che più lo ha appassionato è stata la vicenda della ferrovia Venezia-Milano, della quale nè da ampiamente risalto la Gazzetta privilegiata di Venezia, a tal punto che le parti videro una popolarità che andò ben oltre i confini locali. Questa esperienza permise al Manin e agli altri esponenti della borghesia e dell'aristocrazia — come i milanesi Borromeo, Durini e il podestà Casati — di entrare in contatto tra loro e di iniziare a stringere quei legami che si rivelarono fondamentali nel 1848. A Venezia inizia lentamente a prendere forma un movimento legale per le riforme di cui il Manin diventa un esponente di spicco, distiguendosi per le molte petizioni inviate a Vienna e per gli accesi dibattiti cittadini presso l'Ateneo veneto, che divenne il fulcro del movimento. Con un'istanza firmata dai rappresentanti delle professioni liberali della Camera di commercio e da alcuni aristocratici progressisti — come Mocenigo, ma anche dal podestà Correr — e inviata il 10 marzo 1847, il Manin chiede all'imperatore Ferdinando I di convogliare la maggior parte del traffico in arrivo dal vicino Oriente da Trieste a Venezia, per mezzo di un sistema ferroviario che doveva unire Verona a Innsbruck. Il 10 giugno del 1847, il Manin discute all'Ateneo Veneto una tesi sull'Importanza e i mezzi per ravvivare le condizioni economiche di Venezia, sostenendo la necessità di fondare una scuola di commercio per la formazione di marinai per la navigazione mercantile, potendo in tal modo superare la sudditanza nei confronti di Trieste, e consolidando un'identità tutta veneziana.

Il 21 dicembre del 1847 nella richiesta a von Palffy — governatore delle province venete — unisce alle richieste di tipo economico la frustrazione delle riforme mai portate a termine del 1815, chiedendo perciò di istituire una commissione per indagare le ragioni del malcontento popolare, studiandone i bisogni da riferire al governo viennese per porvi rimedio. Il 30 dicembre Tommaseo pronuncia presso l'Ateneo veneto il famoso discorso sulla censura Dello stato presente delle lettere in Italia. L'8 gennaio del 1848 formula una nuova e più articolata istanza alla Congregazione centrale con un elenco — puntuale e preciso — di richieste per la concessione di interventi per lo sviluppo delle finanze, dei traffici, della Marina e dell'Esercito, per l'ingresso nella Lega doganale italiana, per l'abolizione dei privilegi feudali che ostacolavano l'agricoltura, per l'emancipazione degli ebrei, per una riforma organica del diritto, tra cui il diritto civile sulla libertà di parola. Il 18 gennaio viene arrestato assieme a Niccolò Tommaseo.

Durante gli interrogatori illustra, a chiare lettere, tutte le sue tesi riguardo all'impellente necessità di riforme — dal malcontento popolare al rischio di un'insurrezione — rafforzando la sua idea di come l'agitazione legale fosse tesa a calmare gli animi, facendo intravedere la possibilità di migliorie senza alcun spargimento sangue, cercando di convincere Vienna.

ch'era giusto, necessario, urgente far concessioni.

Nonostante l'accusa di "alto tradimento ed insurrezione" venga derubricata in "perturbazione della pubblica tranquillità", sia Manin che Tommaseo restano in carcere, dove si persuadono del bisogno sempre più vicino della rivoluzione. Nel contempo, i diversi settori della città scelgono Manin come referente del movimento liberale e l'unione creatasi tra le due classi sociali — borghese e popolare — nasce sulla spinta di un progetto condiviso di rivendicazione costituzionale e nazionale, che riconosce Daniele Manin come il garante naturale, anche perché il tempo rinchiuso in carcere non fa che aumentarne il senso di autentica devozione. Liberato — assieme a Tommaseo — il 17 marzo 1848, durante il discorso in piazza San Marco — tranquillizzando la folla che lo acclama a gran voce — spiega che i tempi sono oramai maturi e che l'insurrezione non è più un diritto, ma un debito. Dopo la notizia dell'insurrezione milanese — il 21 marzo — e con il crescente stato di agitazione popolare arriva il momento di agire.

Con l'aiuto del maggiore A. Paolucci e di altri ufficiali italiani — alla notizia della morte del colonnello G. Marinovich per mano degli arsenalotti in rivolta — Manin, assieme al figlio Giorgio, prende possesso dell'Arsenale e proclama la Repubblica al grido di Viva San Marco!:

Noi siamo liberi, e possiamo doppiamente gloriarci di esserlo, giacché lo siamo senza aver versato goccia né del nostro sangue né di quello dei nostri fratelli; perché io considero come tali tutti gli uomini. Ma non basta aver ab­battuto l'antico governo; bisogna altresí sostituirne uno nuovo, e il piu adatto ci sembra quello della Repubblica, che rammenti le glorie passate, migliorato dalle libertà presenti. Con questo non intendiamo già di separarci dai nostri fratelli italiani ma anzi formeremo uno di que' centri, che dovranno servire alla fusione successiva e poco a poco di questa Italia in un sol tutto. Viva dunque la repubblica! Viva la libertà! Viva San Marco!

Tratto da "Daniele Manin e la rivoluzione veneziana del 1848-49

Il giorno seguente nomina un governo provvisorio, scegliendone i ministri: Paleocapa, Tommaseo, Paolucci, Pincherle, Castelli, Camerata e Toffoli e riservando per sé gli Esteri. Nonostante le grandi speranze che tutti nutrivano, l'isolamento di Venezia costrinse Castelli, Paleocapa e Avesani a spingere per la fusione col Regno dell'Alta Italia, ratificata dall'Assemblea il 4 luglio 1848; Manin lascia il governo nelle mani di Castelli, in attesa dell'arrivo dei rappresentanti sabaudi.

Il periodo fusionista dura solo trentasei giorni e il 13 Agosto Manin viene eletto a capo di un triumvirato dalla rinata Assemblea provinciale con poteri quasi assoluti, con i comandanti Cavedalis e Graziani, per governare uno "Stato di Venezia" in cui la forma di stato è volutamente non identificata, ma la cui base ancora rimane "l'unione sacra patriottica". L'identificazione tra Daniele e Venezia è un fenomeno unico nel Risorgimento — grazie alla sua popolarità assoluta determinata anche da riforme innovative come il suffragio universale — che per un certo verso ha ridimensionato la sua politica ad un municipalismo ristretto e ingiusto, che finisce per pesare sul giudizio storico.

Negli ultimi mesi della Repubblica, Manin prova un'ultima mediazione con l'Austria riproponendo la soluzione di Venezia città libera e di un Lombardo-Veneto autonomo nell'Impero. Ma a causa dei primi casi di insubordinazione militare e al dilagare del colera, Manin decide la resa, firmata il 22 agosto 1849 dal generale  Gorzkowski e il 22 settembre — con la famiglia — si imbarca sull'Antelope alla volta di Marsiglia. Il 20 ottobre arriva a Parigi, in rue des Petites Écuries, prima del definitivo trasferimento, nell'agosto 1850, al 70 di rue Blanche, ai piedi di Montmartre, dove riesce a mantenersi grazie alle lezioni di lingua e letteratura italiana e alla vendita di una parte della biblioteca, rimasta a Venezia.

Gli anni trascorsi a Parigi gli servono per evolvere le sue, anche se fallimentari, esperienze veneziane per giungere ad un pensiero politico unitario di più ampio respiro, grazie alle nuove frequentazioni con Hugo, Michelet, Quinet, de Lamartine, de Lamennais, Girolamo Bonaparte, de Tocqueville, Montanelli, Pallavicino, Ferrari, Gioberti e Ulloa. Il 1852 è l'anno in cui — iniziando a frequentare Camillo Benso conte di Cavour — approda ad una nuova visione politica: l'Unità e l'indipendenza italiana sono prioritarie rispetto alla repubblica, a tal punto che poteva anche sostenere i Savoia in cambio della libertà, prima veneziana e poi italiana. Come confermato nel documento programmatico del 1854, già presentato a Cavour, in cui si dichiara questione secondaria l'alternativa tra repubblica e monarchia. Invece non sarebbe mai venuto a patti con Mazzini e le sue idee rivoluzionarie — rifiutandosi infatti di aderire al Comitato nazionale — né con Ferrari e il suo federalismo antiunitario.

Anche se il 20 giugno del 1854 incontra i più importanti esponenti politici inglesi a Londra non riesce ad ottenere l'attenzione sperata per la situazione italiana. Solo al termine della guerra di Crimea e della momentanea alleanza tra Austria, Francia e Inghilterra, Manin riesce a rilanciare il programma per la formazione del Partito nazionale italiano. Gli ultimi anni di vita li dedica nel convincere i democratici ad aderire al progetto di unificazione della penisola sotto la guida piemontese, attraverso interventi anche sulla stampa internazionale, come quello apparso nel Times del 25 maggio 1856 contro la mazziniana teoria del pugnale. La scelta dei Savoia, secondo Manin, si coniugava all'idea di convocare un'Assemblea rappresentativa della volontà della nazione di proclamare re Vittorio Emanuele II. Il movimento di liberazione negli anni si identifica sempre più con il partito voluto dal Manin, anche se nell'agosto La Farina ne cambia il nome in quello di Società nazionale italiana.

Muore a Parigi il 22 settembre 1857, assistito dal figlio Giorgio e il suo corpo viene sepolto nel cimitero di Montmartre, accanto alla figlia Emilia.

Solo dopo il 1866 il figlio Giorgio riesce a riportare le salme in Italia. Il corteo giunge a Venezia il 22 marzo 1868 tra un'immensa folla. Sul lato settentrionale della basilica, la giunta comunale fece costruire un mausoleo, ove nel 1913 fu sepolto anche Giorgio.

Altre persone da conoscere

Prima pubblicazione: Sabato, 22 Luglio 2017 — Ultimo aggiornamento: Giovedì, 27 Luglio 2017

Missiva — La newsletter di Venipedia

Ricevi comodamente gli aggiornamenti, le anticipazioni e le novità di Venipedia nella tua casella postale.