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Vivere ardendo e non sentire il male: questi i versi che maggiormente ritraggono la struggente, appassionata e breve vita di questa poetessa veneziana.

Donna colta e intelligente si innamorò perdutamente di un uomo che ricambiò la passione ma non l’amore.

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Gaspara Stampa nacque a Padova nel 1523 da famiglia agiata di origine milanese (suo padre faceva l’orefice) che garantì a lei, alla sorella Cassandra e al fratello Baldassarre una buona formazione intellettuale. Studiò il latino e forse anche il greco, la retorica e la grammatica, fu educata al canto e sapeva suonare il liuto, rivelandosi musicista di talento. Alla morte del padre si trasferì a Venezia con la madre e i fratelli. 

Ragazza di rara bellezza, sguardo innocente ma pieno di luce, capelli spartiti sulla fronte, collo flessuoso, mani perfette; portamento elegante.

Il suo fascino e il suo spirito la rendevano una piacevole conversatrice che, già affermata come poetessa, non ebbe difficoltà ad organizzare un salotto letterario dove si incontravano nobili, artisti, spasimanti e protettori. Disinvolta e spregiudicata, Gaspara partecipava con la sorella alle feste pubbliche organizzate dalla Compagnia della Calza; pare anche che fosse socia dell’Accademia dei Dubbiosi, col nome di Anassilla.

Gli ammiratori certamente non mancavano a Gaspara ma nonostante fosse così vezzeggiata soffrì incredibili pene d’amore per il suo amato, il conte Collatino di Collalto, feudatario della Marca trevigiana. Egli era bello, ricco, colto, raffinato; ma anche vanitoso, sfuggente, infedele. Fu a lui solo che rivelò la sua natura passionale, il suo culto della perfezione e dell’assoluto. Si conobbero a Murano, nella villa di Trifone Gabriello e furono presentati da messer Navagero, il famoso letterato, ricco e bizzarro, che aveva fama di bruciare ad ogni inizio dell’anno un esemplare della poesia di Marziale. Convissero alcuni anni durante i quali Gaspara scrisse il suo capolavoro, Rime: passi pieni di gioie, attese, dubbi, gelosie, effusioni e tormenti del rapporto tra lei e il conte.

A Collatino però l’amore non bastava, desiderava andare in guerra e si mise al servizio di Arrigo II, Re di Francia. Gaspara si disperò. Il suo amato era sempre più distante e freddo e, nonostante il suo sentimento nei confronti del conte, si legò al patrizio Bartolomeo Zen. Continuò a scrivere, stemperando la sua insopportabile pena in versi tormentati: quando Collatino tornò, non fu più come prima, egli non dimostrava più la passione dei primi tempi.

Non si dava pace e la morte del fratello aumentò ancor di più la sofferenza della poetessa, che proprio in questo delicato momento della sua vita, raggiunse la nota più alta della sua poesia. Successo e fama non le interessavano, desiderava solo poter vivere il suo amore.

Quando seppe che Collatino era prossimo al matrimonio, capì che per lei non c’era speranza. La sua fantasia si esaltò nella dolcezza di un riposo definitivo. La morte invocata finalmente l’accolse, pare affrettata dal veleno. Gaspara Stampa si spense il 23 aprile 1554 dopo quindici giorni di febbre.

Poco prima aveva scritto i versi del suo epitaffio, versi stupendi che racchiudono il senso di tutta la sua breve esistenza:

Per amar molto ed esser poco amata
visse e morì infelice, ed or qui giace
la più fedele amante che sia stata.
Pregale, viator, riposo e pace
ed impara da lei, sì mal trattata
a non seguir un cor crudo e fugace.

(dz)

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