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Conosciuta anche come la "bella ebrea", è stata poetessa nel Ghetto di Venezia del '600, ammirata e celebrata da molti intellettuali del suo tempo per la sua cultura e la sua bellezza.

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Sara Copio Sullam (1592? – 1641), era figlia di Simone Copio, uno dei maggiorenti della Comunità Ebraica di Venezia. Sposatasi con Giacobbe Sullam, ospitò nella sua casa in Ghetto Vecchio poeti e scrittori illustri, guidata, nella sua preparazione culturale dai più noti rabbini del tempo, tra i quali, soprattutto, Leon Modena, che a lei dedicò la sua tragedia Estèr.

Sara tenne per quattro anni una fitta corrispondenza con il genovese Ansaldo Cebà, autore di un lungo poema, La reina Ester, che essa ammirò in modo particolare. L’intellettuale ligure tentò inutilmente di convertirla al cristianesimo, ma Sara seppe rimanere sempre fedele al proprio credo religioso.

Nel 1621 Baldassar Bonifacio, vescovo di Capo d’Istria, l’accusò ingiustamente di non credere all’immortalità dell’anima. Fu l’evento più doloroso della vita della poetessa: Sara rispose con un famoso Manifesto, a difesa di sé stessa, ma anche di tutto l’ebraismo.

Ammirata da molti letterati, ma anche ingiustamente accusata da altri, che ritenevano la sua poesia opera di poeti minori, quali Numidio Paluzzi, da lei spesso protetto, Sara si difese con coraggio, sostenuta da una piccola schiera di rimatori contemporanei. I suoi versi di difesa e quelli dei suoi sostenitori sono raccolti del cosiddetto Codice di Giulia Soliga.

Resta comunque il breve Manifesto la sua opera più importante. È un testo attentamente strutturato, nell’intento di respingere accuse infondate, su verità che non hanno bisogno di alcuna dimostrazione:

"L’Anima dell’uomo, Signor Baldassare, è incorruttibile, immortale e divina, creata e infusa da Dio nel nostro corpo in quel tempo che l’organizzato è reso abile nel ventre materno a poterla ricevere e questa verità è così certa, infallibile e indubitata appresso di me, come credo sia appresso ogni Ebreo e Cristiano".

Partendo da queste affermazioni, il testo evita di entrare in precisi discorsi teologici e insiste invece nella delegittimazione del Bonifacio per dimostrare la infondatezza delle sue accuse. Ne nasce non solo una difesa di sé davanti a tutta la comunità intellettuale, ma anche un’indiretta apologia dei valori dell’ebraismo, che rendono il breve scritto un evento fondamentale nella storia del ghetto veneziano del primo Seicento.

Preceduto da due sonetti e seguito, con chiara simmetria, da due altri sonetti, il Manifesto si conclude con versi famosi, che sintetizzano tutto l’assunto della Copio:

O di vita mortal forma divina,
E dell’opre di Dio mèta sublime,
In cui se stesso e ’l suo potere esprime,
E di quanto ei creò ti fe’ Reina,
Mente che l’uomo informi, in cui confina
L’immortal col mortale, e tra le prime
Essenze hai sede, nel volar da l’ime
Parti là dove il Ciel a te s’inchina:
Stupido pur d’investigarti or cessi
Pensier che versa tra caduchi oggetti,
Che sol ti scopri allor ch’a Dio t’appressi.

(uf)

Galleria immagini

Ritratto presunto di Sara Copio Sullam
Frontespizio del Manifesto
Annotazione della morte di Sara Copio Sullam nel Registro Morti 1627-1653 dell'Archivio della Comunità Ebraica di Venezia

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