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Tiziano Vecellio, uno dei massimi esponenti del Cinquecento europeo il cui punto di forza è sempre stato la continua ricerca dell'innovazione e dell'eccellenza, in particolare nel colore.

Nacque a Pieve di Cadore tra il 1480 e il 1485.

Tra le prime imprese del cadorino compaiono nel 1508-1509 gli affreschi sulla facciata di terra del Fondaco dei Tedeschi. In contemporanea, Giorgione stava lavorando alla facciata sul Canal Grande. Il programma dell'intera decorazione, andata distrutta in breve tempo, non è sfortunatamente ricostruibile. 

Più o meno agli stessi anni risale anche il Concerto campestre del Louvre, a lungo attribuito dalla critica a Giorgione, allegoria dell'armonia musicale come riflesso del contrasto sociale e culturale teorizzato da Pietro Bembo. Tale dipinto si inserisce in una serie di opere a tematica musicale tipiche del periodo in esame, quali le Tre età di Palazzo Pitti, attribuita a Giorgione, e il Concerto di Tiziano conservato nella medesima galleria. Anche per ambienti fuori Venezia il cadorino realizza opere coniugando la tematica musicale con l'amore e la mitologia, come ne Gli Andri (1523-24) del Prado. Degna di nota in questo contesto è Amor sacro e profano della Galleria Borghese di Roma, allegoria amorosa propizia ad una curiosa unione matrimoniale.

Agli inizi del secondo decennio del secolo, Tiziano fu impegnato prima alla realizzazione dell'apotropaica Pala di San Marco e poi in terra padovana con i tre affreschi antoniani per il ciclo della Scuola del Santo.

Nel 1513 il pittore si impegnò ad eseguire una Battaglia per la Sala del Maggior Consiglio a Palazzo Ducale, consegnandola poi solamente nel 1538.

Agli anni 1516-1518 risale una delle opere più celebri di Tiziano, l'Assunta per la chiesa di Santa Maria Gloriosa dei Frari, nella quale l'artista sottolinea l'incorruttibilità sin da principio della Vergine Maria, tema particolarmente caro in quel momento ai francescani conventuali committenti dell'opera. Il successo del dipinto portò al pittore anche la commissione da parte di Jacopo Pesaro della pala per il suo altare dell'Immacolata Concezione che aveva da poco acquisito nella medesima chiesa.

Nel quarto e nel quinto decennio del secolo, Tiziano ebbe commissioni dalle Scuole Grandi veneziani, per le quali realizzò la Presentazione di Maria al Tempio (1538 - Scuola della Carità) e la Visione di San Giovanni Evangelista per l'omonima confraternita.

L'artista intrecciò diversi rapporti al di fuori dei confini veneziani, tra cui la corte di Ferrara, di Urbino (per cui eseguì la celebre Venere degli Uffizi nel 1538) e quella imperiale per cui fece moltissimi ritratti già a partire dal 1529.  Saranno proprio questa serie di rapporti estranei a Venezia che faranno di Tiziano una presenza sempre meno lagunare nel tempo, realizzando opere devozionali per i suoi committenti spagnoli quali La Gloria (1551-1554) per Carlo V, in cui intreccia celebrazione politica e teologica, la Deposizione nel sepolcro (1559), la Maddalena penitente (1565 circa e di cui esistono molte versioni) e il San Gerolamo (1575) per Filippo II.

Per i sovrani imperiali, però, Tiziano eseguì anche opere mitologiche nella seconda metà del secolo, le cosiddette "poesie" di Venere e Adone (1554), Diana e Atteone (1556-1559), Diana e Callisto (1556-1559), il Ratto di Europa (1559-1562), Perseo e Andromeda (1562-1563). Nell'ottavo decennio il cadorino eseguì altri due dipinti mitologici senza un committente preciso, la Morte di Atteone (1570-76) e il Supplizio di Marsia (1570-1576) nelle cui sembianze di re Mida troviamo l'autoritratto di un pensieroso Tiziano.

La Pietà è probabilmente l'ultima opera in assoluto di Tiziano. Eseguito tra il 1570 e terminato da Jacopo Palma il Giovane, il dipinto era stato concepito per la cappella della Crocifissione dei Frari dove il pittore desiderava essere sepolto. La tela, però, non fu collocata secondo volere ed è ora esposta alle Gallerie dell'Accademia. Al cospetto di Cristo vi è san Gerolamo, inginocchiato e con le sembianze di Tiziano stesso, ultimo autoritratto perfettamente in linea con la sua volontà di sepoltura.

Muore a Venezia il 27 agosto 1576 nella sua casa ai Biri, durante un periodo nero in cui la peste infuriava in città e non solo. Sarà sepolto in tutta fretta ai Frari il giorno dopo e solo poche settimane dopo anche il figlio Orazio passa a miglior vita nel lazzaretto. La casa–bottega viene quindi abbandonata e successivamente saccheggiata, finché qualche anno dopo, nel 1581 sarà venduta dal figlio Pomponio a Cristoforo Barbarigo insieme alle opere sopravvissute al saccheggio. 

(rb) (mt)

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Pubblicato: Lunedì, 22 Aprile 2013 — Aggiornato: Martedì, 17 Ottobre 2017

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