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Quarto figlio di Jacopo Dal Ponte, Leandro nacque a Bassano nel 1557.

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Fin da ragazzino collaborò con i fratelli Francesco e Giambattista nella bottega paterna, riuscendo ben presto a far emergere le sue qualità individuali, dedicandosi soprattutto a tematiche pastorali. 

Successivamente al viaggio a Venezia della fine anni '70 insieme al padre, si iniziano a distinguere dipinti esclusivamente di Leandro, come l'Ultima Cena Pitti o il Cristo deposto dagli angeli nel sepolcro del Museo Civico di Bassano. 

Presumibilmente tra il 1584 e il 1588 l'artista iniziò a risiedere stabilmente a Venezia, iscrivendosi anche alla fraglia lagunare dei pittori. In quel lasso di tempo si colloca il ciclo dei Mesi (Vienna e Praga) nel quale si nota l'influsso di Paolo Fiammingo e un parziale allontanamento dalla pittura veneziana. In contemporanea Leandro si avvicinò alla ritrattistica di genere.

Nonostante si fosse trasferito a Venezia, Leandro verosimilmente partecipava ancora all'attività paterna, dato che alla morte di Jacopo nel 1592 ricevette una serie di modelli creati dal padre. Pochissimi mesi dopo morì anche il fratello Francesco, e Leandro terminò la grande tela da lui iniziata per Palazzo Ducale con l'Incontro di papa Alessandro III col doge Sebastiano Ziani. Allo stesso modo, il pittore eseguì la Moltiplicazione dei pani e dei pesci, commissionata al fratello dall'Abbazia di Montecassino. 

Nel 1595 il doge Marino Grimani lo fece cavaliere in seguito all'esecuzione del suo ritratto e di quello della moglie e la fine del secolo fu per Leandro ricca di commissioni, come il Miracolo di S. Lucia per S. Giorgio Maggiore e il Battesimo di Cristo per la chiesa dei catecumeni, nei quali si notano ancora legami con la pittura paterna. 

Nel primo decennio del secolo successivo, Leandro si dedicò alle tele per i SS. Giovanni e Paolo, entro il 1610 realizzò il ritratto del Doge Antonio Priuli e terminò la pianta di Bassano del Grappa, iniziata dal fratello Francesco. Successivamente continuò l'attività di ritrattista, dando il meglio, secondo Ridolfi, con il Ritratto del doge Marcantonio Memmo del Museo Civico di Padova e con quello di Alvise Corradini e di Fortunato Liceto, professore dell'università patavina. 

(rb)

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