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Pietro Ziani fu il 42° doge della Serenissima (1205-1229).

Aveva 55 anni (era nato nel 1150), era figlio del doge Sebastiano (1172-1178), ricco, ricchissimo, ma anche saggio.

Infatti, acquisito il diritto di possedere parecchie terre dell’impero latino d’Oriente (ex impero romano d’Oriente), il nuovo doge seppe scegliere con avvedutezza le basi marittime più opportune al commercio, organizzando lo Stato da mar, scegliendo di assegnare la maggior parte di quell’impero a veneziani capaci e desiderosi di emergere, attraverso un rigoroso controllo di vassallaggio.

In altre parole, Venezia, per motivi finanziari, ma anche per accelerare la presa di possesso dell’ereditato impero, scelse la forma di amministrazione militare usata da tutti gli stati latini che partecipavano alla crociata, scelse cioè di non assumersi il controllo diretto di tutti gli immensi territori che includevano tra l’altro l’Epiro, l’Acarnania, l’Etolia, Salamina, Egina, il meridione della Morea, Negroponte, le Cicladi, parte delle Sporadi, le Ionie, Gallipoli sullo Stretto dei Dardanelli.

Meglio concedere feudi a cavalieri e ad altri membri della gerarchia militare in cambio della difesa della terra e di un tributo annuo: s’individuarono feudi maggiori e minori. I feudi maggiori, comprese le grandi isole dell’Egeo, furono assegnati a nobili veneziani, mentre i feudi minori vennero dati ai soldati che si erano distinti nelle armi o anche semplicemente a gente del popolo.

Quindi, sotto l’alto dominio della Repubblica, lo Stato da mar fu ordinato «in signorie feudali e in colonie militari, con reggimento autonomo». E la cosa funzionò alla grande.

Venezia tenne invece sotto il proprio diretto controllo Negroponte (o Eubea), come base principale nell’Egeo fra Creta e Costantinopoli, Modone e Corone (venetiarum ocellae, ossia i due occhi della Repubblica che per secoli sorvegliarono le rotte delle galee verso Creta, Costantinopoli e la Terrasanta) nello Ionio, dove tutte le navi che tornavano dal Levante avevano «l’ordine di fermarvisi per avere e dare notizie sui pirati e i convogli».

La Repubblica controllava direttamente anche Creta. L’isola, perno del triangolo Ionio, Mediterraneo, Egeo, tappa naturale e principale per qualsiasi direzione, aveva un valore inestimabile e infatti la Repubblica decise subito di acquisirla per denaro da Bonifacio, marchese di Monferrato, il quale per primo l’aveva rivendicata nella spartizione delle spoglie di Costantinopoli come dono o dote di suo nipote, il basileus Alessio IV, ma poi, essendo Candia, il suo maggior centro e principale porto, nelle mani di un pirata genovese, un certo Enrico Pescatore, pensò bene di venderla perché capì che per conquistarla bisognava fare la guerra, per la quale non era preparato. L’acquisto fu però nominale, perché l’effettivo possesso richiese un intervento di bonifica, ovvero scacciare i corsari genovesi ma anche gli approfittatori dell’ultimo momento.

Fu proprio Ziani a proporre il 9 agosto 1222 di lasciare la laguna e trasferire gli abitanti del Dogado a Costantinopoli. Egli fece un accorato discorso, si lamentò «della sterilità del paese» disse «che tutto quello che se magnava e che se beveva [...] era portato da paesi esterni; non formento, non biada de sorta alcuna, non vin, né legno, né oglio [olio] e insomma non cosa alcuna atta al viver degli uomini. Nasce in questi luoghi se non cape e granzi e altri pessetti malsani e de cativo nutrimento». Gli rispose un procuratore di S. Marco il quale sostenne che le «lagune erano abbondantissime di tutti i più preziosi pesci che si trovano al mondo; e il non nascere né fromento né altre biade, né vini in queste paludi era stata la causa della suprema principal industria dei veneziani, e aveva fatto che essi, animosamente superando tutti i pericoli del mar, penetrato avevano e penetravano tuttavia per tutto e portavano in ogni loco quello che mancava naturalmente a questa città». La proposta del doge fu messa ai voti e non passò per un sol voto.

 

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Pubblicato: Martedì, 02 Aprile 2013 — Aggiornato: Venerdì, 14 Giugno 2013

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