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Ludovico Manin fu il 120° doge della Serenissima (9 marzo 1789 - 12 maggio 1797).

Aveva 63 anni (era nato il 26 giugno 1726 da Lodovico Alvise e Maria Basadonna).

Era stato capitano a Vicenza e a Verona, podestà a Brescia e procuratore di S. Marco de ultra dal 15 novembre 1763.

Fu convinto ed autorizzato ad abdicare: il 12 maggio 1797 presentò in Maggior Consiglio la parte che conteneva l’abdicazione dell’aristocrazia in favore della democrazia per il bene supremo della patria. I patrizi gettarono le palle nell’urna. Erano presenti cinquecentotrentasette patrizi — scrive Molmenti — quando per legge se ne sarebbero richiesti almeno seicento. Sul numero dei votanti non c’è mai stato accordo: 512 sì, 20 no e 5 astenuti; il patrizio Lippomano, che era presente, in una lettera al proprio genero Querini in Francia, scrisse che la parte proposta dal doge passò con 704 sì, 12 no e 26 astenuti; nelle sue memorie il doge Manin ci dice che ci furono 704 sì, 15 no e 12 astenuti.

Rimasto solo con alcuni patrizi, il doge curò il trapasso dei poteri assunti dalla Municipalità Provvisoria. Con la sua uscita dal Palazzo Ducale (15 maggio 1797) si chiudeva, dopo 1100 anni, l’epoca dogale iniziatasi con l’elezione di Paoluccio Anafesto (697) e si compiva così anche la profezia detta di Alamanni: Se non cangi pensier, un secol solo / Non conterà sopra ‘l millesimo anno / Tua libertà, che va fuggendo a volo.

Il 25 febbraio 1798 Ludovico e alcuni ex-patrizi furono obbligati a prestare giuramento di fedeltà all’Austria che voleva far rivivere — per un istante — gli istituti anteriori alle deliberazioni del 12 maggio, per ricevere da questi la legale investitura della sua usurpazione. Dodici rappresentanti del patriziato veneziano giurarono, a nome dell’élite ex-dominante, fedeltà all’imperatore d’Austria.

Il 23 ottobre 1802 Ludovico Manin moriva, lasciando centomila ducati parte per mantenimento di tanti Pazzi furiosi ed in mancanza di questi di tanti Mentecati; l’altra parte nel mantenimento di tanti Ragazzi e Ragazze, che sieno abbandonate, o non possono aver educazione dalle loro famiglie, preferendo sempre i più poveri. Questi saranno trattenuti nel Luogo fino a che non sia loro trovato impiego, o collocazione, ed in tal caso alli Ragazzi saranno contribuiti Ducati Venti per un piccolo allestimento, ed alle Ragazze Ducati cinquanta per Dote. Per molto tempo il legato del Manin rimase inapplicato. In seguito si riuscì ad ottenere il rispetto delle volontà del doge, cioè che la metà del legato andasse al mantenimento di ragazzi e ragazze abbandonati o impossibilitati ad essere educati dalle rispettive famiglie. Tuttavia, le vicende storiche dilazionarono ancora la creazione di un istituto per l’accoglimento dei soggetti: soltanto nel 1856 si trovò una soluzione su basi concrete, istituendosi il Collegio a S. Antonin. In seguito venne trasformato in ente morale (1883).

Con la morte dell’ultimo doge, la Repubblica di Venezia usciva dalla storia per sempre e l’Austria vi poneva il sigillo facendo sistemare l’immagine dell’ultimo doge — lavorata da Girolamo Prepiani — nella Sala dello Scrutinio, sotto la quale sta scritto: Ludovicus Manin, e sospendendo la stampa del Libro d’Oro.

Nella chiesa di Santa Maria di Nazareth risulta essere presente un monumento funebre in memoria del doge Ludovico Manin.

Il nome del doge è legato alla Villa Manin ed è rimasto nella toponomastica veneziana in almeno due luoghi: Rio Terà Istituto Manin o dei Sabioni (Cannaregio), Sotoportego Manin (S. Marco) il quale fiancheggia il suo palazzo diventato poi sede della Banca d’Italia.

(gidi)

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Prima pubblicazione: Giovedì, 11 Aprile 2013 — Ultimo aggiornamento: Giovedì, 11 Maggio 2017

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