Venipedia: molto più di un'enciclopedia di Venezia. – La miglior guida di Venezia.

Tempo di lettura: 3 minuti

La dogaressa, cioè la moglie del doge, rappresentò, come il doge del resto, una figura unica nella storia delle istituzioni politiche: essa infatti è riscontrabile esclusivamente nell’apparato della Serenissima Repubblica e non trova analogia alcuna nelle figure femminili che possiamo incontrare come mogli degli altri sovrani d’Europa. È una riprova della lungimiranza del governo veneziano che, pur nei limiti della cultura del tempo, si dimostrò più liberale degli altri Stati nei confronti delle donne.

Inizialmente semplice comiunx, assunse con il tempo importanza e sontuosità fino a ricoprire un ruolo di primo piano accanto al doge, firmando come lui la Promissionne, un documento contenente obblighi e divieti cui dovevano sottostare dogi e dogaresse. 

Venezia contò, sino alla fine della Serenissima (1797), 120 dogi ma si hanno notizie più o meno ampie solo di 62 dogaresse: molti dogi tra l’altro non furono sposati. Le prime dogaresse furono quasi sempre straniere; di molte non si conosce neppure il nome, di alcune si sa che tramarono contro la loro nuova patria. L’ultima principessa straniera a diventare dogaressa fu, nel 1077, la greca Teodora, che sposò il doge Domenico Selvo (1071-1084).  

Dal 1275 fu proibito al doge, ai suoi figli e ai suoi nipoti di sposare donne straniere senza il beneplacito del Maggior Consiglio. Alla dogaressa venne inoltre richiesto di vantare nobili origini. Marco Corner (1365-1368) aveva sposato una popolana prima dell’elezione; durante il conclave questo matrimonio suscitò molte perplessità e il Corner dovette difendere pubblicamente sua moglie.

Oltre che nobile la dogaressa doveva essere modesta e riservata. Per esaltare queste qualità ogni anno, durante la festa dell’Ascensione, si celebrava in Palazzo Ducale una curiosa cerimonia: un gruppo di uomini e donne dell’isola di Poveglia consegnava alla moglie del doge un borsellino con dentro poche monete di rame destinate all’acquisto di un paio di pantofole.

Ducissa

Con il passare del tempo il ruolo della dogaressa assunse maggior rilievo: essa poté identificarsi nella figura principesca di ducissa e ottenne il titolo di serenissima.

Il suo abbigliamento si impreziosì di vesti d’oro con maniche larghe e sottana di broccato, di zoccoli di sopra rizzo (il prezioso tessuto di seta e d’oro). Durante le occasioni solenni portava sul capo un corno simile a quello del doge. Le era fatto obbligo di giurare la Promissione, impegnandosi a non contrarre debiti, a non intraprendere speculazioni di frumento, vino, sale, a non accettar doni.

La sua incoronazione divenne particolarmente fastosa: arrivava a San Marco a bordo del Bucintoro e approdava a San Marco fra il rombo delle artiglierie e il suono delle campane. Della coreografia facevano parte gli scudieri del doge, preceduti da trombettieri che aprivano un lungo corteo dal quale la dogaressa era accompagnata in basilica dove i canonici che la aspettavano. I festeggiamenti continuavano con cene sontuosissime rallegrate da musiche e fuochi artificiali, cacce, regate, tornei, musiche e danze protraendosi in alcuni casi anche per più giorni.

Nel 1645, probabilmente a causa del suo costo eccessivo, la cerimonia per l’incoronazione delle dogaresse fu abolita. Venne eccezionalmente ripristinata una sola volta, nel 1694, per Elisabetta Querini, moglie di Silvestro Valier: Venezia non aveva dogaressa da quarant’anni (i dogi erano vedovi o celibi) e forse si voleva festeggiarne il ritorno; più probabilmente si cercava di dimenticare nel fasto la crisi militare che a quel tempo travagliava la Repubblica. Solenni erano anche i suoi funerali; veniva imbalsamata come il marito ed esposta nella Sala del Piovevo, mentre la funzione religiosa avveniva ai Ss. Giovanni e Paolo.

Alcune dogaresse lasciarono un segno particolare nella storia del costume e, indirettamente, dell’economia veneziana. Dobbiamo infatti a Teodora, più sopra ricordata, il trasferimento a Palazzo Ducale della fastosa opulenza delle regge orientali e l’impulso all’uso della forchetta per portare il cibo alla bocca.

Giovanna Dandolo, moglie del doge Pasquale Malipiero (1457-1462), incoraggiò l’arte del merletto e alla fine del XVI secolo un’altra dogaressa, Morosina Morosini, moglie del doge Marino Grimani (1595-1605), istituì in contrada Santa Fosca un laboratorio di merletti.

(dz)

Altre persone da conoscere

Prima pubblicazione: Lunedì, 27 Maggio 2013 — Ultimo aggiornamento: Martedì, 08 Settembre 2015

Missiva — La newsletter di Venipedia

Ricevi comodamente gli aggiornamenti, le anticipazioni e le novità di Venipedia nella tua casella postale.