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Fra le particolarità che distinguevano il doge da tutti gli altri sovrani c’era anche il suo copricapo: egli infatti non indossava la corona ma il corno, una specie di berretto di origine bizantina che nelle varie epoche assunse forme diverse.
Inizialmente imitò il berretto degli imperatori d’Oriente in foggia di una calotta un poco prolungata, poi tra l’XI e il XII secolo fu diviso in due parti da un fiocco o da un bottone rotondo ed infine, nel secolo XIII, assunse la forma del corno, prima appuntita e poi arrotondata.

Nel tempo fu chiamato in modi diversi (biretum, corona, corno o zogia) e variò anche il tessuto con cui era confezionato: fu di sciamito tessuto in oro e argento, di panno scarlatto, di damasco, di velluto cremisi, di tabì bianco, di seta bianca o di altre stoffe con ornamenti di pelli rare, di gemme, di perle ed oro.

Durante il giro della piazza dopo l’elezione e nelle adunanze di minor conto, il doge indossava il corno d’uso comune, un berretto confezionato con le stesse stoffe del corno da cerimonia e talvolta ornato di pelliccia. A volte vi metteva sopra un cappuccio di broccato foderato di pelli, probabilmente per ripararsi dal freddo.

Dopo il secolo XII sotto il corno il doge portava una specie di cuffia di tela finissima, simile al camauro papale, secondo le epoche allacciata o slacciata sotto il mento, che non si toglieva neppure durante l’elevazione in chiesa. 

Era il consigliere più giovane a mettere in testa al doge il camauro mentre spettava al consigliere più anziano mettergli il corno dicendo: “Accipe coronam ducatus Venetiarum”. I due copricapi erano prelevati dal tesoro di San Marco da un procuratore di San Marco e da due suoi ministri che li presentavano rispettivamente deposti in una sottocoppa e in una coppa d’oro.

Il corno era indossato, in forma più piccola rispetto a quello del doge, anche a coronamento del velo dorato della dogaressa sua consorte.

Nel tempo il corno ducale si impreziosì con inserti in damasco, perle e pietre preziose.

Scomparso con la caduta della Repubblica, campeggia tuttora nello stemma della Città di Venezia sostituendo, per concessione presidenziale, la tradizionale corona muraria della città.

Le origini

La letterata Giustina Renier Michiel, nipote del doge Paolo Renier (1779-1789), nel suo libro "Origine delle feste veneziane", racconta che fu la badessa del convento di San Zaccaria, Agostina Morosini, ad avere l’idea di regalare al doge un corno preziosamente ricamato:

…Al tempo che Agostina Morosini era Badessa in San Zaccaria, cioè a dire l’anno 855 - scrive -  il Pontefice Benedetto III fu in Venezia e visitò quella chiesa e quel monastero. Penetrato vivamente d’ammirazione per la virtù e santità che vide regnare fra quelle sacre vergini, volle, tornato a Roma, dare una testimonianza della sua soddisfazione coll’arricchirle di un gran numero di reliquie e d’indulgenze.

Fu allora che il doge Pietro Tradonico (836-864), la cui famiglia fu poscia detta Gradenigo, cominciò a recarsi in visita alla chiesa di San Zaccaria alla presenza sempre più numerosa del popolo. Il capo della Repubblica infatti non poteva sottrarsi dall’assistere alle più importanti cerimonie religiose. Si stabilì dunque il giorno di Pasqua come il più adatto all’annua visita del Serenissimo alla chiesa di san Zaccaria.

 La Badessa Morosini felice ed onorata nel vedere il doge recarsi in processione alla sua chiesa, gli offrì, d’accordo con le sue religiose, un regalo degno di lui, e della ricca eredità di cui godeva. Esso era tutto d’oro - continua Renier Michiel - aveva il contorno ornato di ventiquattro perle orientali in forma di pere. Sulla sommità risplendeva un diamante ad otto facce, di un peso, e di una lucidezza mirabile. Nel dinanzi un rubino anch’esso di massima grossezza, che abbagliava colla vivacità del suo colore e del suo fuoco.

Come poi descrivere la gran croce che stava nel mezzo del diadema? Era questa composta di pietre preziose, e particolarmente di ventitré smeraldi, dei quali cinque, che formano il traverso, vincevano in bellezza quanto si può vedere in tal genere.

Regalo così inestimabile venne dal Doge sommamente gradito e da quel momento si stabilì, che il superbo diadema non avesse a servire se non per il giorno della coronazione de’ nuovi Dogi. Ma perché quelle buone religiose non istessero del tutto prive del piacere di rivederlo (piacere che richiamava alla memoria un’azione nobilissima di quella comunità), si decretò inoltre, che tutti gli anni nel giorno della visita da farsi a San Zaccaria, esso verrebbe tratto dal pubblico tesoro, e sopra un bacino presentato al Doge medesimo e mostrato a tutte le suore il che fu sempre esattamente eseguito…”

Si volle poi dare alla Festa, o per meglio dire alla visita di San Zaccaria, un aspetto più decoroso, e perciò si decise che il Doge colla Signoria, invece di andare a piedi si recasse al monastero nelle sue barche dorate, e che le grandi confraternite troverebbonsi a quel momento nella chiesa. La folla del popolo si accrebbe allora, e continuò poscia sino all’anno 1796, sì per acquistare le assegnate indulgenze e sì per voglia di ammirare quel diadema che col suo splendore abbagliava gli occhi di tutti

Un incidente

Nell’anno 864 la visita del doge alle suore di San Zaccaria si concluse in tragedia: alla fine della cerimonia infatti Pietro Tradonico fu assassinato.  

Da lungo tempo la città era lacerata da dissensi tra alcune famiglie nobili che, divise in due fazioni, si scontravano quotidianamente tanto che Venezia sembrava diventata un campo di battaglia. I tentativi di Tradonico di conciliare gli animi furono interpretati come un atteggiamento ambiguo: i disordini crescevano anziché diminuire e il doge fu accusato di essere un ingiusto tiranno. Il giorno di Pasqua dell’anno 864, all’uscita dalla chiesa di San Zaccaria, fu assalito e ucciso a colpi di pugnale.

In seguito a questo episodio i cittadini si riunirono in assemblea e decisero di eleggere tre Commissari che punissero i colpevoli e vigilassero per impedire eventuali sommosse e controllassero anche la condotta del doge. Con il passare del tempo questa magistratura fu resa permanente e i suoi membri furono chiamati Avogadori di Comune.

(dz)

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Pubblicato: Venerdì, 24 Maggio 2013 — Aggiornato: Lunedì, 18 Agosto 2014

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