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Francesco Foscari fu il 65° doge della Serenissima (1423-1457).

Aveva 50 anni (era nato il 19 giugno 1373), un' importante carriera politica alle spalle e dal 26 gennaio 1415 m.v. era anche procuratore di S. Marco de citra.

Francesco era un vigoroso assertore della politica di espansione in terraferma perché soltanto una Repubblica forte territorialmente poteva più facilmente difendersi da insidie e pressioni esterne.

Sotto di lui la Repubblica portò i suoi confini dall’Isonzo all’Adda, ripristinando il dominio veneto del NordEst di romana memoria e diventando di fatto uno dei maggiori e più forti stati d’Italia.

La città si arricchì con il nuovo e definitivo Palazzo Ducale, mentre iniziarono i grandi lavori a difesa della laguna, anche se la diversione parziale dei fiumi era iniziata nel 1324.

Con la sua elezione quello che molti chiamano l’Arengo fu esautorato e sostituito in tutto dal M.C., ma molto probabilmente fu cambiato soltanto il nome e venne abolita l’antica formula di presentazione al popolo («Questo è il vostro Doge, se vi piace»), la quale ricordava a tutti che nella Repubblica la sovranità risiedeva nel popolo, per essere sostituita da quest’altra assai esplicita «Abbiamo eletto Doge [il tale]».

Il suo dogado, il più lungo della storia della Repubblica in quanto durò 34 anni, 6 mesi e 8 giorni,  battendo il record di durata detenuto dal 13° doge Pietro Tradonico (837-864), fu caratterizzato da guerre (prima con i Visconti e poi con i turchi), da lotte interne tra le grandi famiglie, scaturite dall’aggravarsi delle condizioni economiche, e da calamità naturali come la grande siccità del 1424, le molte maree eccezionali, il grande freddo del 1431 che gelò la laguna, paralizzando la vita della città per mesi, il terremoto del 1451 e infine la peste che infuriò per diversi anni, ad ondate successive, portando via quattro figli allo stesso doge.

Nel 1426, intanto, era iniziata una guerra contro i milanesi, che vide la vittoria dell’esercito formato dalle truppe di ventura del Carmagnola e nato sull’alleanza di Venezia con Firenze. La guerra si concluse nel 1428 con la Pace di Ferrara dalla quale la Repubblica ebbe i territori di Brescia, Bergamo e Cremona.

Tra il 1429 e il 1433 ci furono le guerre contro i turchi che però conquistarono Salonicco.

Nel 1434 scoppiò una recrudescenza delle lotte con Milano e ancora una volta, grazie alla resistenza di Brescia, definita allora la Leonessa, la Repubblica riuscì a contenere l’esercito visconteo e nel 1441 la Pace di Cremona confermò quanto stabilito in quella di Ferrara.

Nel 1453 Costantinopoli cadde nella mani dei turchi: il quartiere veneziano venne distrutto e i nobili giustiziati; a Venezia non rimase che riconoscere il sultanato e stipulare la pace (18 aprile 1454) per riuscire a mantenere quasi tutti i possedimenti e le prerogative commerciali. Sul piano interno il malcontento era dovuto al debito pubblico in aumento, alla crescita dei prestiti forzosi, alle tassazioni elevate.

Si avverava la profezia del doge Tommaso Mocenigo (1413-1423) che prima di morire aveva raccomandato di non eleggere Foscari: non fate Francesco Foscari doge, è fatuo e ambizioso, penserà soltanto alla guerra e immiserirà lo Stato. Aria di fronda dunque, già prima della sua elezione, contro il doge che in seguito subì un attentato (11 marzo 1430): Andrea Contarini tentò di pugnalarlo.

Venti anni dopo (5 dicembre 1450) fu trovato morto Almorò Donà, un nobile del Consiglio dei X. Si accusò del delitto, senza prove, Jacopo Foscari, l’unico figlio maschio rimasto al doge che aveva perduto gli altri due per la peste. Jacopo morì il 12 gennaio del 1457, ma l’accanimento nei confronti del doge non si esaurì: con la scusa che egli presenziava sempre meno frequentemente alle sedute del Consiglio ducale, la mattina del 23 ottobre 1457 si presentarono tre nobili del Consiglio dei X e toltogli il corno ducale e spezzatogli l’anello gli intimarono di abdicare e lasciare il Palazzo Ducale entro otto giorni, pena la confisca di tutti i beni. Il vecchio doge, affranto, non ebbe scelta, si ritirò nella sua casa a S. Barnaba (Dorsoduro) dove morì il 1° novembre, lo stesso giorno che si eleggeva il nuovo doge, Pasquale Malipiero.

Tra le famiglie fedeli al vecchio doge serpeggiò un forte malcontento: data l’età, il suo stato di salute e i problemi familiari, quella grande umiliazione doveva essergli risparmiata, anche perché la decisione del Consiglio dei X non era stata sottoposta al M.C. Per tacitare gli animi, il Consiglio dei X impose i funerali di Stato, la dogaressa, Marina Nani li rifiutò, giudicando il loro comportamento ipocrita, ma i Dieci all’umiliazione aggiunsero la prepotenza: la salma, vestita con tutti i paramenti e le insegne dogali, venne esposta per tre giorni nella Sala dei Signori di Notte e poi portata in processione per le calli fino alla Chiesa dei Frari per la sepoltura, seguita dal neo doge che per rispetto vestiva ancora gli abiti senatoriali. Ma il comportamento tenuto dal Consiglio dei X nei confronti del vecchio doge non passò tra l’indifferenza generale; infatti, il 25 ottobre 1458 il M.C. promulgò leggi che ne limitavano i poteri, vietando espressamente l’interferenza e l’ingerenza su questioni riguardanti il doge e la sua Promissione. Il Consiglio dei X fu anche ammonito con pubblico rimprovero nel quale gli venne ricordato che l‘eccelso consiglio è stato creato, non per provocare scandali, ma per impedire che si verifichino.

La vicenda di Francesco Foscari e del figlio Jacopo fece nascere il mito romantico dei due Foscari e tra l’altro ispirò un’opera musicale in tre atti a Giuseppe Verdi, I due Foscari, su libretto del tipografo-poeta muranese Francesco Maria Piave (1810-76), che aveva come fonte letteraria The Two Foscari (1822) del poeta inglese G.G. Byron.

 

 

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Prima pubblicazione: Giovedì, 04 Aprile 2013 — Ultimo aggiornamento: Venerdì, 14 Giugno 2013

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