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Storia delle elezioni dogali. Dall’arengo al balotin

Istituita nel 697 la carica di doge, salvo una interruzione (737-742), si mantenne  ininterrottamente fino alla fine della Repubblica (1797); vediamo come nacque e come nel tempo cambiarono le modalità di elezione del capo della Repubblica di Venezia.

Prima dei dogi

Nel VII secolo le isole maggiori della laguna erano governate da tribuni eletti dall’Arengo o Concione generale, una assemblea popolare in cui risiedeva la sovranità del giovane Stato lagunare. I tribuni dovevano però rendere conto del loro operato al  magister militum che esercitava il potere civile e militare per conto dell’esarca di Ravenna nel suo ruolo di rappresentante dell’imperatore d’Oriente sotto la cui sfera politica Venezia ancora si trovava.

Sul finire del secolo, con l’aumento della popolazione e la necessità di migliorare il sistema difensivo contro le incursioni dei pirati e le scorrerie dei Longobardi, il governo locale affidò la difesa di tutto l’insediamento lagunare ad un capo unico eletto a vita e scelto, sembra, con il benestare dello stesso imperatore d’Oriente.

A questo governatore civile fu attribuito il titolo di dux, parola latina che significa “comandante” dalla quale ebbe origine la parola doge. Il doge inizialmente si affiancava un co-reggente, molto spesso un figlio o un fratello.

I primi dogi

L’organizzazione del nascente dogado prese così nuova forma: ogni isola rimase affidata ad un tribuno minore che doveva rispondere al tribuno maggiore, al quale spettava la giurisdizione su un arcipelago ben definito di isole; sopra ai tribuni, però, c’era il doge.

Il primo fu, nel 697, Paoluccio Anafesto: «Ai tempi dell’imperatore Anastasio e di Liutprando re dei Longobardi – scrive nell’XI secolo il diacono Giovanni, autore di una delle cronache più antiche di Venezia – tutti i Venetici, riuniti con il patriarca e i vescovi, con generale consiglio determinarono che d’allora in poi fosse più onorevole essere governati da dogi anziché da tribuni; e avendo a lungo trattato su chi fra loro innalzare a tale dignità, finalmente trovarono un uomo espertissimo ed illustre, di nome Paulicio, che elessero console».

All’elezione parteciparono le dodici famiglie, dette “apostoliche”, dei Badoer, Barozzi, Contarini, Dandolo, Falier, Gradenigo, Memmo, Michiel, Morosini, Polani, Sanudo e Tiepolo. Forse erano presenti  anche i Bembo, i Bragadin, i Corner e i Giustinian, le quattro famiglie dette “evangeliste”, con poche altre nucleo costitutivo della più esclusiva e antica aristocrazia europea. 

La vita dei dogi, all’inizio, fu tutt’altro che facile. Le famiglie dei tribuni mal sopportavano infatti di essere state esautorate e non infrequentemente ordivano congiure per rovesciare il potere di chi governava. Come accadde nel 737 ad Orso Ipato (727-737) terzo doge di Venezia. Durante i cinque anni successivi si elessero solamente magistri militum che ricoprivano la carica per un solo anno ed erano eletti con i voti della ristretta cerchia delle famiglie degli ex tribuni. La situazione non piaceva però al popolo che, nel 742, in seguito ad una ennesima sommossa, ottenne nuovamente un unico capo, il doge. 

Nel 1156 Vitale II Michiel (1156-1172) fu l’ultimo doge ad essere eletto dall’assemblea popolare poiché alla sua morte entrò in vigore un nuovo sistema elettorale a suffragio ristretto.  

Nel 1172, dopo un’attenta valutazione, il Consiglio dei Savi e i maggiorenti proposero di affidare l’elezione del doge a un comitato di undici membri. L’assemblea dell’ “universo popolo’ l’avrebbe ratificata per acclamazione.

Questa riforma elettorale toglieva alla carica dogale ogni attributo regalistico. Il doge diventava sostanzialmente un duca in titolo, con funzioni che lo ponevano a livello di un monarca pur non avendo, in realtà, alcun potere decisionale.

Era dunque una figura  ben diversa da quelle che detenevano il potere in Oriente e in Occidente. Il suo grande prestigio era dovuto soprattutto al fatto di rappresentare la Repubblica nella sua continuità, nella sua tradizione aristocratica, nelle sue leggi, nella sua intransigenza morale e nella sua forza. Della Repubblica era il primo e più fedele servitore. Era l’immagine vivente di ciò che contava davvero: lo Stato. Il primo doge ad essere eletto con questo sistema fu, il 29 settembre 1172, Sebastiano Ziani (1172 -1178). 

Risale ai tempi di Marino Morosini (1249-1253) una ulteriore novità in termini elettorali: Morosini infatti fu il primo ad essere nominato da un collegio elevato da 40 a 41 membri per evitare che il numero degli elettori potesse risultare pari.

Il nuovo sistema di elezione

Nel 1268, alla morte di Renier Zen (1253-1268) fu approvato un nuovo e complesso sistema per l’elezione del doge, un meccanismo che rimase in vigore, senza sostanziali cambiamenti, fino alla caduta della Repubblica.

All’inizio delle operazioni preliminari al conclave, il consigliere più giovane si recava nella chiesa di San Marco e nominava “ballottino” il primo bambino tra gli otto e i dieci anni nel quale si imbatteva (la nomina fruttava automaticamente il grado di Notaio Ducale e il diritto di essere mantenuto agli studi). Il balotin del dose, come veniva familiarmente chiamato, aveva il compito di estrarre le ballotte, cioè le palle che si usavano per le votazioni. Contenute in un cappello di panno, erano tante quanti i membri del Maggior Consiglio. In trenta di esse veniva inserito un bigliettino con la scritta elector. In seguito vennero impiegate trenta palle d’oro mentre tutte le altre erano d’argento.

Il ballottino veniva bendato, estraeva le palle e le consegnava, una alla volta, ai membri del Maggior Consiglio che gli sfilavano davanti. I trenta a cui era stata consegnata una palla d’oro (trovar la bala d’oro ancor oggi a Venezia significa aver fortuna) non dovevano essere legati tra loro da vincoli di parentela nel qual caso venivano sostituiti.

A questo punto i non prescelti abbandonavano la sala e fra i trenta ne venivano sorteggiati nove. Questi nominavano quaranta membri che venivano ridotti per sorteggio a dodici e i dodici ne eleggevano venticinque che, sempre per sorteggio, erano ridotti a nove. I nove erano incaricati di scegliere quarantacinque elettori che un’ulteriore estrazione riduceva a undici. Gli undici sorteggiati eleggevano i quarantuno elettori del doge, ciascuno dei quali doveva ottenere almeno nove voti.

L’Eccellentissimo Quarantaun si riuniva in conclave a Palazzo Ducale e procedeva alla nomina del doge per la quale era necessario ottenere almeno venticinque voti e che doveva poi essere approvata dall’assemblea popolare.

La complicata procedura - l’elezione dei Quarantuno era il risultato di ben nove scrutini alternati a sorteggio - era stata adottata allo scopo di evitare qualsiasi forma di clientelismo. Il primo doge ad essere eletto con questo sistema fu Lorenzo Tiepolo (1268-1273) e la formula con la quale fu presentato al popolo (Questo xe missier lo Doxe, se ve piaxe) sancì la perdita d’autorità dell’assemblea popolare.

Il complicato ingranaggio fu celebrato anche dalla poesia popolare. Ecco come:

Trenta elegge il conseglio.
Di quei nove hanno il meglio;
questi eleggon quaranta;
ma chi di lor si vanta
son dodici che fanno
venticinque: ma stanno
di questi solo nove
che fan con le lor prove
quarantacinque a ponto
de’ quali undici in conto,
eleggon quarantuno,
che chiusi tutti in uno,
con venticinque almeno
voti, fanno il sereno
Principe che corregge
statuti, ordini e legge.

(dz)

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Pubblicato: Venerdì, 24 Maggio 2013 — Aggiornato: Sabato, 19 Agosto 2017

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