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Leonardo Donà delle Rose fu il 90° doge della Serenissima (1605-1612).

Apparteneva al ramo Donà delle Rose e alla cerchia degli uomini nuovi, detti giovani, che si erano affacciati al governo della città per ridar vita al matrimonio con il mare che aveva reso grande Venezia, sviluppando il commercio con il Levante in ogni modo possibile e rimanendo nello stesso tempo in una posizione strettamente difensiva per terra.

Fu in ogni senso uno dei più grandi uomini politici della Repubblica.

Aveva 70 anni (era nato il 12 febbraio 1536), aveva studiato filosofia, viaggiato molto, era stato bailo a Costantinopoli,  procuratore di S. Marco de citra dal 26 luglio 1591, e come tale, in un’ambasceria a Roma, aveva avuto un battibecco assurto a leggenda con il cardinale Camillo Borghese, il futuro papa Paolo V (1605-1621): «Se fossi papa scomunicherei i Veneziani» gli fece il cardinale, al che il procuratore Donà rispose: «Se fossi doge riderei della scomunica».

Appena eletto, il nuovo doge, memore di questo aneddoto e posto di fronte alla reale minaccia di interdetto del papa anche lui fresco di elezione, fece nominare dal Senato (28 gennaio 1606) il frate servita Paolo Sarpi («il più profondo ed ampio erudito del mondo») teologo e consultore canonista della Repubblica, innescando uno scontro epocale: per la prima volta fu dato un contributo fondamentale nella maniera più chiara e convincente alle ragioni della separazione tra i poteri dello Stato e quelli della Chiesa. Tale posizione può essere riassunta in questa lapidaria definizione di Paolo Sarpi: «la vera religione cristiana cammina per le vie del cielo; non può incontrarsi, né urtare con il governo politico che cammina per le vie del mondo».

Intransigente e serio, il nuovo doge non volle banchetti per la sua elezione e nemmeno feste e non gettò denaro al popolo, che si vendicò con lancio di palle di neve di cui qualcuna arrivò fino a lui.

Fu sepolto a S. Giorgio Maggiore. La causa della morte fu dovuta ad un attacco apoplettico causato da una alterata discussione con il fratello Nicolò per via del palazzo alle Fondamente Nove disegnato da Paolo Sarpi e i cui lavori erano stati avviati pochi mesi prima.

Con la morte del doge lo stato d’animo della città cambiò. Sarpi e i suoi amici furono relegati ai margini della vita pubblica e la Repubblica inaugurò una stagione di più pronta acquiescenza alle rivendicazioni papali.

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Pubblicato: Venerdì, 05 Aprile 2013 — Aggiornato: Giovedì, 24 Agosto 2017

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