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Agostino Barbarigo fu il 74° doge della Serenissima (1486-1501).

Era nato nel 1419 e aveva 67 anni, fratello minore del precedente doge Marco.

Vedovo di Isabetta Soranzo, che gli aveva dato 5 figli (4 femmine e un maschio), era ambizioso e vantava una buona carriera militare e politica: era stato tra l’altro podestà di Verona (1478) e di Padova (1482), dove gli morì l’unico figlio maschio, Francesco; da allora si fece crescere la barba bianca con la quale è ritratto a Villa Barbarigo a Valsanzibio (frazione di Galzignano Terme, presso Padova).

Fu capitano generale nella guerra di Ferrara o del sale (1482-1484) e procuratore di S. Marco de supra (25 novembre 1485).

Fu descritto come doge di gran presenza ed eloquenza, «Homo de degna statura, de admiranda prexentia et non veduta la talle a li tempi nostri», sapientissimo, eloquente, di molta memoria e di carattere fermo. Come doge voleva il baciamano e la genuflessione di quanti lo avvicinavano. Prima di entrare a Palazzo Ducale (19 marzo 1492), restaurato dopo l’incendio del 1483, pretese il suo stemma araldico su tutti gli stipiti e i caminetti.

Durante il suo dogado si verificarono eventi di grande respiro. Nel 1489 fece convincere Caterina Corner a cedere l’Isola di Cipro alla Repubblica per compensare le perdite di Corone e Modone, definite per la loro importanza strategica gli occhi della Repubblica. Nel 1495 il successo della lega antifrancese alla battaglia di Fornovo portò all’occupazione, a titolo di pegno da parte della Repubblica, dei porti pugliesi di Brindisi, Otranto, Gallipoli, Monopoli e Trani. Nel 1499 rovesciando le alleanze si unì al re di Francia e con il trattato di Blois riuscì a ottenere Cremona e la Ghiaradadda.

L’elezione di Agostino Barbarigo fece esplodere in M.C. l’antagonismo tra le case vecchie (i longhi) e le case nuove (i curti), a cui apparteneva Agostino: la sua elezione fu infatti la prima deroga dopo la riforma Flabanico del 1032, che vietava la scelta di un co-reggente o il succedersi di due membri della stessa famiglia. Gli appartenenti alle case vecchie protestarono vivacemente anche perché non riuscivano a eleggere uno dei loro dopo Michele Morosini (1382).

Gli storici e i cronisti veneziani hanno tratteggiato a tinte cupe il suo ricordo: il suo giro nel pozzetto per distribuire monete al popolo era stato funesto, nella calca 5 bambini rimasero schiacciati; dopo 10 anni di regno, scrisse il Priuli, a cadauno era venuto in fastidio ... et moriva cum cativa fama, maxime de avaritia. Fu incolpato di avere tollerato e promosso favoritismi e, dopo la morte, venne accusato di contrabbando, corruzione, mancato pagamento di debiti, oltre che di aver praticato attività speculative anche nel commercio al minuto, approfittando della sua preminente posizione.

Fu sepolto assieme al fratello che lo aveva preceduto. Poi si nominò subito una nuova magistratura, quella degli Inquisitori sul Doge Defunto e s’insediò una commissione per far luce sulle denunce contro di lui ricevute dal Consiglio dei X: l’inchiesta, fatta dai Correttori della Promissione Ducale e dagli Inquisitori sul Doge Defunto, durò due anni (si chiuse il 16 settembre 1503). I risultati della commissione furono secretati, ma i Correttori della Promissione Ducale ricevettero l’incarico di metere tale freno al doxe ch’el no fazi onnipotente come misser Augustin Barbarigo e si ribadì che il doge e i suoi familiari non potevano accettare doni. Si scoprì poi che l’inchiesta non appurò trame ai danni della Repubblica, ma accertò invece che il doge era entrato in possesso illegalmente di somme, sotto forma di doni, che gli eredi dovettero restituire.

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Pubblicato: Venerdì, 05 Aprile 2013 — Aggiornato: Mercoledì, 19 Giugno 2013

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