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Uomo d’affari nel tabacco, astuto e senza scrupoli, che per la sua intraprendenza e le manovre al limite della legalità, fu poco apprezzato dai nobili veneziani.

La figura di Manfrin non è solo legata all’ambito imprenditoriale ma anche alla sua immagine culturale che lo portò, alla fine del Settecento, ad essere uno dei pochi ad investire in belle arti.

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Girolamo Manfrin nacque a Zara nel 1742 da umile famiglia della quale non si conoscono le origini ma comparve nei documenti ufficiali a partire dalla fine degli anni Sessanta del Settecento.

Considerando la reputazione che lo precedeva, il conte Manfrin doveva essere un mercante astuto ed un imprenditore senza scrupoli, dalla dubbia onestà e capace di arrivare al potere impiegando anche mezzi illeciti. Alcuni aristocratici denigratori, in una satira velenosa, dissero di lui: “in mezzo al fango, e dalla merda nato”.

Nel 1769 riuscì a vincere la gara d’appalto per il monopolio dei tabacchi della Serenissima Repubblica ottenendo in esclusiva lo sfruttamento delle piantagioni in Dalmazia. Questa posizione gli fece acquisire un’immensa fortuna promuovendolo a ricchissimo mercante e uomo d’affari. L'appalto probabilmente riuscì a vincerlo con mezzi per lo più disonorevoli, a prezzo di un odio generale nei suoi confronti, venendo anche accusato da alcuni suoi oppositori, di essere “iracondo, incivile, avaro, ingrato, sospettoso, infedele”.

In quello stesso anno, a causa della sua tendenza alla corruzione e per le sue illecite manovre finanziarie, venne condotto in carcere e vi rimase per più di un anno. Il Consiglio dei Dieci lo assolse nel 1770 ma, sempre a causa di strategie finanziarie illecite venne nuovamente arrestato e nel 1771 una sentenza lo mise al bando per tutta la vita da Venezia, confinandolo a Zara. Solo dopo circa sei anni, il Tribunale Supremo revocò il provvedimento e Manfrin poté tornare in città con anche il permesso di girare armato al fine di scoraggiare possibili attentati alla sua vita.

Il rientro nella città lagunare gli permise di partecipare ad ulteriori bandi di gara nel settore del tabacco e le sue lotte contro il contrabbando rafforzarono il suo monopolio privato e incrementarono gli introiti statali. Durante il partito del tabacco, Manfrin contribuì a ridurre le importazioni di tabacchi nella Serenissima e si impegnò a costruire la nuova manifattura a Venezia presso il rio delle Burchielle sostituendo il vecchio fondaco di P. Garzoni a San Samuele, vicino al traghetto di San Tomà.

Negli anni Ottanta del Settecento, si adoperò anche per crearsi un’immagine non solo di uomo d’affari spregiudicato ma anche di uomo di cultura. Nel 1783, in provincia di Treviso, fece costruire una villa con un ampio giardino in stile inglese e cinque anni dopo acquistò a Venezia Palazzo Priuli vicino al Ponte delle Guglie.

Nella residenza veneziana Manfrin vi realizzò una vera e propria galleria d’arte, composta di 800 pezzi relativi alla storia naturale, 800 volumi catalogati nelle materie di arte, architettura, archeologia e scienze naturali, 450 dipinti di scuola veneta, tra gli altri anche la famosa Tempesta di Giorgione, e sculture di arte veneziane. Si occupò anche di imprese editoriali, realizzando un’edizione dei Capricci di G. B. Tiepolo e finanziando Li ritratti delli più celebri pittori della scuola veneziana dedicati al nobile sig. G. M. (Venezia), parzialmente basato su Le maraviglie dell'arte overo Le vite, di C. Ridolfi, del 1648.

La sua arrampicata sociale culminò nel 1801, quando papa Pio VII gli conferì il titolo di marchese per la sua “sincera fede e devozione” potendolo trasmettere anche ai suoi discendenti. Sempre nel 1801 il marchese Manfrin morì nel suo palazzo di Cannaregio per apoplessia fulminante e venne sepolto, in una tomba senza lapide, a San Marcuola. La sua figura rimase nella memoria dei veneziani per l’espressione “tabacar Manfrin co' tuti i so vasi” per indicare una persona che fuma molto, l’equivalente dell’attuale “fumare come un turco”.

(gm)

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