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“Vita inimitabile”: questa la definizione che lo stesso D’Annunzio diede della propria esistenza vissuta nel pieno lusso, ricca di amori folgoranti e infedeli e la partecipazione alla seconda guerra mondiale come aviatore.

E con Venezia? Fu amore a prima vista.

Gabriele D’Annunzio nacque a Pescara nel 1863. Visse una infanzia felice, in una famiglia affollata e benestante fino alle difficoltà economiche causate dalla noncurante leggerezza del padre nel contrarre debiti, peculiarità, peraltro, che ereditò anche il figlio in età matura. Già dal liceo, il prestigioso istituto Cicognini di Prato, D’Annunzio sfoggiò un carattere ingegnoso, temerario e spigliato. Ma anche — soprattutto — romantico.

Lo dimostrò il primo incontro con Venezia, filtrato attraverso la lente melodrammatica della letteratura di Goethe e di Schiller. Fu tra i banchi di scuola, sulla pagina bianca di un tema assegnatogli dal professore di lettere, che il giovane studente descrisse Venezia. Ancora prima di averla vista, D’Annunzio la immaginò. E fu un incontro intimo e particolareggiato come la realtà. In quel primo sguardo erano già presenti gli elementi che, anni dopo, costituiranno il nerbo de Il Fuoco: il mistero, l’inquietudine e la decadenza.

Era l’anno 1878 e D’Annunzio aveva quindici anni.

Il primo vero incontro con Venezia avvenne nel 1887 quando la città lagunare volle attrarre a sé gli italiani per commemorare il ventennio della liberazione e D’Annunzio fu tra quelli, con un ingresso trionfale sul ponte di una nave da guerra battezzata Barbarigo, il nome di un eroe veneziano. Fu la prima ufficiale conoscenza del poeta con la città dei Dogi. E fu amore a prima vista. Come poteva essere diversamente d’altronde? Come poteva D’Annunzio non rimanere estasiato dalla visione del bacino di San Marco? Ogni guizzo d’acqua e baluginio di luce che si infrangeva ed evaporava sulla superficie marina, ogni contrasto sconcertante tra l’opulenza e il disfacimento decrepito dei palazzi lo inebriò.

Quello fu l’inizio di un sodalizio reciproco, fatto di fama per la città, attraverso le orazioni e le parole del poeta.

In una corrispondenza con il sindaco di Venezia nella dedica parlò di sé come «il più devoto dei tuoi veneziani» e in altre circostanze disse: «Credo che nessuno ama e sa perché si debba amare Venezia come lo so io. Si ricordi che fino alla morte non lo dimenticherò mai. So come amare Venezia, non come un cencivendolo ma come un uomo che la ama profondamente». Dunque, amore.

Le opere di D'annunzio ispirate a Venezia

Dopo il primo incontro con Venezia a D’Annunzio venne l’idea delle Odi navali. Pubblicate nel 1893 (e in seconda edizione, accresciuta, insieme al Poema paradisiaco) le Odi riprendono il tema dei problemi della marina — che d'Annunzio aveva già affrontato nelle prose dell'Armata d'Italia — sotto l'influsso della lettura degli scritti di Nietzsche, nei quali il poeta trova una perfetta concordanza con il vitalismo superumano di cui era già istintivamente pervasa la sua prima poesia.

D’Annunzio tornò a Venezia nel 1895 e l’anno successivo per la durata di un biennio intraprenderà le sue prime fatiche teatrali, grazie soprattutto all’incontro con Eleonora Duse, musa e poi amante. Nelle giornate senza impegni del poeta e dell’attrice, nacquero le idee di un teatro greco sulle sponde del Lago Albano, progetto mai realizzato: nacquero Sogno di un mattino di primavera e Sogno di un tramonto d’autunno.

Ma la fatica letteraria maggiore fu Il Fuoco (pubblicato nel 1900) in cui Venezia fu raffigurata e celebrata indirettamente ma in modo definitivo. Un romanzo fondante, con molti riferimenti autobiografici e descrizioni dei soggiorni dannunziani, un caposaldo per chiunque volesse avvicinarsi alla città in cui lo scrittore non solo descrisse la flora e la fauna, ma anche i monumenti, rappresentati nei minimi dettagli. Per questo Il Fuoco può essere considerato a buon diritto il più autentico romanzo veneziano di D’Annunzio.

Ci fu poi un’altra opera ispirata a Venezia, la Nave, che venne rappresentata a Roma e, dopo il successo ottenuto, sorse l’idea di rappresentarla al teatro La Fenice. Ancora una volta D’Annunzio si rivelò profeta degli accadimenti postumi: la sua opera parlava di lotta contro l’invasore, Bisanzio, e di lì a poco Venezia dovette affrontare davvero un nemico, insieme al resto d’Italia.

D'annunzio e la guerra

Durante gli anni della guerra D’Annunzio scelse la città lagunare come residenza perché Venezia, a dispetto di quello che poteva sembrare, era «città di vita». Accantonata la melanconica decadenza, dunque, era giunto il momento di riportare in auge l’altra faccia della città, quella vitalistica ed energica, quella della tradizione imperiale e della grandezza. D’Annunzio ci riuscì. Venezia ispirò al poeta tutta la sua poesia di guerra (tra cui il Notturno e la Licenza Della Leda senza Cigno), poesia non propriamente languida e romantica ma animata da un fervore scintillante e violento, da una passione profonda.

Lo spirito di D’Annunzio era tutto pervaso dalla devozione verso il suo nuovo ideale e in questo la storia di Venezia gli fu congeniale: in essa si rispecchiò, in essa ravvide la sua stessa strenua resistenza contro il nemico. Ciò che contava era la battaglia in sé e Venezia smise di essere per lui solo uno splendido involucro diventando, da materia, sostanza, fonte e anima che alimentava il suo ardore.

Dall’autunno del 1915, per circa tre anni visse in affitto nella Casetta Rossa sul Canal Grande di fronte all'attuale Peggy Gugenheim, in una posizione strategica per raggiungere il campo di volo da cui partivano le missioni aeree. A seguito dell’incidente aereo del 16 gennaio 1916 fu costretto a fare un ammaraggio di emergenza e in quell’occasione si ferì all'occhio destro che lo portò ad una condizione di totale cecità; durante questa situazione critica, scrisse il Notturno.

D’Annunzio elaborò i luoghi della sua esperienza e della vita di guerra a Venezia ma lo scenario questa volta era tutto rivolto all’interno e furono pochissime le impressioni dell’autore sulla città lagunare. D'Annunzio scrisse l’opera utilizzando circa diecimila strisce di carta su ciascuna delle quali vergò una sola riga di testo. Il materiale così redatto fu poi messo in ordine dalla figlia Renata, la quale lo assisteva al capezzale. Ma la particolarità maggiore del Notturno consiste nella sua carica riflessiva e meditativa, che supera, perlomeno per un breve tempo, la tensione superomistica del poeta, tutto intriso dall'esperienza del dolore e col pensiero rivolto agli amici.

Durante la stesura del Notturno e organizzò anche alcune imprese belliche come le incursioni su Cattaro e su Pola e il celeberrimo volo su Vienna. Dopo la convalescenza tornò al fronte e poi, a guerra finita, si fece portavoce del malcontento generale brandendo lo slogan della «vittoria mutilata». Poi ci furono Fiume, l’entusiasmo e la delusione, il fascismo e il ritiro nella villa di Cargnacco a Gardone Riviera, poi ribattezzata Il Vittoriale, dove morì nel 1938, all’età di 75 anni. 

(zb)

Prima pubblicazione: Sabato, 06 Maggio 2017 — Ultimo aggiornamento: Sabato, 06 Maggio 2017

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