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Uno dei luoghi di cultura più brillanti e autorevoli del territorio veneziano.

La sua maestosità, facilmente identificabile su campo Santo Stefano, accoglie nell'atrio un'esposizione permanente di busti di importanti uomini della politica, delle armi, della navigazione, delle scienze, nelle lettere e delle arti, nati o vissuti lungamente nelle Province Venete. 

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Magnifica residenza risalente alla metà del Cinquecento frutto della ristrutturazione, a più riprese, di vari edifici preesistenti appartenenti alla famiglia Mocenigo. I lavori vennero avviati per volere dei figli di Girolamo Loredan (secondogenito del celebre doge Leonardo) che acquisirono l'area a partire dal 1536. 

L’edificio risulta essere costituito architettonicamente in maniera diversa dai soliti palazzi veneziani, a partire dalla sua struttura allungata in senso trasversale ma anche dall’essere in “isola”, cioè le acquisizioni di terreni e costruzioni successive all’anno di inizio dei lavori, furono finalizzate all’espansione della residenza e al mantenimento del carattere isolano del luogo.

Antonio Abbondi detto lo Scarpagnino fu l'architetto che si occupò della ristrutturazione rinascimentale del palazzo recuperando, ove possibile, i resti della residenza passata. Della costruzione originaria, permangono oggi testimonianze costruttive lungo il muro verso il rio e nell'androne la vera da pozzo gotica del XV sec., oltre alle arcate in pietra d'Istria poggianti su capitelli tardo-gotici.

A piano terra, nell'atrio che oggi ospita il "Panteon Veneto", sono visibili due archi ai lati e tre arcate minori al centro, due scaloni laterali, che proseguono in due rampe confluenti in una scala monumentale. Guardando la scala interna monumentale, sono evidenti le analogie con la Scala dei Giganti di Palazzo Ducale risultato di una eccezionale operazione di ristrutturazione che ha visto un rovesciamento dell’orientamento del porticato, la fusione di due scaloni in un’unica rampa e la realizzazione di transenne traforate volte a donare leggerezza all’opera. 

Il piano nobile localizzato nell’ala nord della residenza, con fronte marmoreo esterno opera di Giovanni Girolamo Grapiglia, è costituito da una serie di sale di rappresentanza. Una di queste, la “sala delle adunanze”, è composta da un grande portale a colonne libere, anch’esso opera del Grapiglia, con una testa di Mercurio in chiave d’arco, opera di Girolamo Campagna, che ripartisce in maniera equilibrata la parete; all’interno, sono presenti pannelli lignei ornati d’oro su fondo nero, di Luigi XVI

L’elezione a doge di Francesco Loredan nel 1752 rappresentò un momento di particolare importanza per la famiglia che decise di investire le nuove risorse nella ristrutturazione di una serie di ambienti e portare alla realizzazione di un affresco allegorico a soffitto destinato a ricordare il grande evento elettivo (le opere furono attribuite a Giuseppe Angeli mentre le quadrature a Francesco Zanchi). Risultano presenti anche opere del ticinese Giuseppe Ferrari, sia in forma di decorazioni a stucco che di decorazione del boudoir (specchi alternati a grandi vasi ornamentali sui quali giocano putti e animali). Le tele di Jacopo Palma il Giovane e Antonio Vassilacchi detto l’Aliense, oggi visibili sul soffitto di una stanza del piano ammezzato, furono realizzate nel 1600.

Quando il doge Francesco venne a mancare, la proprietà passò al fratello Giovanni Loredan prima e all’ultima erede diretta, la nipote Caterina, poi. Dopo poco, per motivi finanziari, dovette vendere il palazzo, tra il 1802 e il 1805, all’immobiliarista Giacomo Berti, il quale poi lo cedette al governo austriaco. Poi, divenne la residenza del governatore francese generale Louis Baraguay d’Illiers che commissionò un affresco con soggetto napoleonico al pittore neoclassico Giovanni Carlo Bevilacqua, recentemente riemerso durante gli ultimi lavori di restauro al piano ammezzato. I passaggi non finirono qui: subentrarono nuovamente gli austriaci, poi a metà dell’Ottocento l’Ufficio Provinciale delle Pubbliche Costruzioni, la I.R. Delegazione e il Comando dei Carabinieri Reali (1878). A partire dal 1888 il palazzo fu destinato, su concessione perpetua dello Stato, a diventare la sede dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, che vi si trasferì nel 1891.

Di particolare bellezza il Panteon Veneto, collocato nell’atrio del palazzo, che costituisce una collezione di busti e medaglioni marmorei rappresentanti “uomini insigni nella politica, nelle armi, nella navigazione, nelle scienze, nelle lettere e nelle arti, nati o vissuti lungamente nelle Province Venete” fin dai tempi antichi. Questa esposizione risale al 1847 su volere di 43 donatori che commissionarono 26 artisti e le sculture vennero esposte a Palazzo Ducale in occasione del IX Congresso degli Scienziati italiani per poi essere trasferita a palazzo Loredan nel 1995. 

La collezione, sin dalle origini, vedeva la presenza di un’epigrafe, oggi conservata dall’Istituto Veneto, che spiegava la filosofia alla base del Panteon:

«A mostrare 
non dimentica delle glorie passate 
l’età nostra 
e a promuovere le future».

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