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Questo luogo rappresenta un caposaldo storico dell'arte veneziana, soprattutto per la maestria nell'uso degli stucchi che raccolgono e proteggono dipinti di importanti artisti dell'epoca.

E grazie ai recenti interventi di restauro, si possono oggi ammirare dei veri e propri capolavori che abbelliscono intere pareti del palazzo.

Il Palazzetto Bru Zane venne costruito nel 1695 su volontà di Marino Zane a pochi metri dalla residenza di famiglia, Palazzo Zane; questa casa dominicale fu ristrutturata da Baldassare Longhena nel 1665 su decisione di Domenico Zane.

Marino Zane, nipote di Domenico e appassionato d’arte e di cultura, nonché amministratore del Teatro San Moisé, fece erigere il palazzetto da Antonio Gaspari come “casino-biblioteca”, col fine di realizzare un luogo intimo e raccolto distinto dai saloni di rappresentanza dell’abitazione di famiglia; questo permise di assecondare le ultime volontà dello zio, cioè la conservazione e valorizzazione dei quadri e dei libri di famiglia.

Questa costruzione venne eretta in fondo al giardino dove esistevano già delle pertinenze degli Zane e venne predisposto l’affaccio sul canale di San Giacomo dell’Orio, con tre diversi ingressi: un’entrata d’acqua, una da terra in una corte sul campiello del Forner e una dal giardino; i lavori iniziarono nel 1695 e terminarono nel 1697. Al termine dei lavori, la costruzione si presentava a forma di “L” con uno stabile quadrangolare e un corridoio lungo e stretto che accoglieva la biblioteca; la sala maggiore è strutturata secondo il tipico assetto del “portego” veneziano, composto da un’ala centrale di grandi dimensioni, da cui partono le altre stanze adibite a casino.

Nel 1708 la famiglia volle far incidere i due edifici, casa dominicale e palazzetto, al vedutista Luca Carlevarijs e tale opera fu prontamente acquistata da Marino Zane subito dopo la sua realizzazione; dall’incisione, si nota come le due strutture fossero architettonicamente molto diverse, a distinguere la loro diversa destinazione d’uso. Dopo la morte di Marino nel 1709 il figlio Vettor assunse la conduzione della famiglia e, attraverso l’amministratore di casa Domenico Sartori, avviò un accordo per mettere mano nuovamente alla facciata del casino con l’intento di uniformarla a quella della biblioteca; venne incaricato dell’opera Domenico Rossi.

Dopo la morte di Vettor (1715), causa delle vicissitudini testamentarie, il Palazzetto non passò alla moglie Elena Michiel, ma nel 1716 fu attribuito a Maria Zane Venier la quale, dopo pochi anni, morì e la residenza divenne definitivamente parte del patrimonio Venier di san Vio. Maria Contarini Venier fu l’ultima discendente indiretta degli Zane e quando avvenne la cessione dell’immobile, qualche anno dopo il 1800, il casino fu separato dal palazzo che rappresentò la sede dell’Istituto Tecnico Livio Sanudo.

Successivamente, la proprietà passò ai marchesi Taliani (l’edificio adibito a biblioteca diventò un agglomerato di appartamenti), poi all’arciduca Domenico di Asburgo Lorena e infine, nel 2006, venne acquistato dalla Fondation Bru di Cologny che puntò a realizzare un vero e proprio centro di ricerca e produzione culturale.

Nel 2007 l’edificio subì una serie di lavori di restauro finalizzati a riportarlo a splendere come un tempo secondo la vocazione originaria di luogo deputato alla musica e all’arte, seguendo tre linee guida fondamentali: identità, integrazione e reversibilità; particolare attenzione è stata dedicata all’acustica e all’esigenza di aprire l’edificio al pubblico e agli artisti per concerti, conferenze, registrazioni, studio. Tra le attività svolte: scelta di un mobilio moderno facilmente adattabile a varie e diverse situazioni, adeguamento e consolidamento strutturale, ristrutturazione delle opere d’arte spesso effettuando una rimozione degli strati di intonaco di epoca recente.

Nel 2008 è stata istituita la Fondazione Palazzetto Bru Zane – Centre de musique romantique française - il cui obiettivo è di favorire la diffusione internazionale di concerti e sostenere la registrazione discografica. E' stata realizzata una sala prove con pannelli mobili per l’assorbimento del suono e una sala concerti con una capienza di 99 posti a sedere.

Per quanto riguarda gli interni del casino e della biblioteca, essi vennero fatti decorare dai più noti artisti del tempo, uno su tutti Sebastiano Ricci che realizzò i due affreschi principali: “Il Tempo che rapisce la Verità”, nella scalinata d’ingresso, ed “Ercole tra la Gloria e la Virtù” sul soffitto a volta della sala principale; oltre a queste due opere, sempre del Ricci, troviamo dei medaglioni monocromatici ai quattro lati del soffitto raffiguranti i quattro elementi: "Mercurio e Diana" (terra), "Anfitrite e Nettuno" (acqua), "Giunone e Pan" (aria), "Ercole e Giove" (fuoco). Questo ciclo può essere considerato la prima testimonianza documentata a Venezia delle doti indiscusse e straordinarie del Ricci per l’affresco. Tra le personalità che decorarono questo luogo, ricordiamo anche il quadraturista bolognese Ferdinando Fochi (si occupò di dipingere, con motivi trompe-l’oeil, alcune stanze e la tromba delle scale), l’artista ticinese specializzato in cornici di stucco Abondio Stazio e il suo allievo Andrea Pelli, Andrea Brustolon, definito il “Michelangelo del legno”, al quale viene attribuito, anche se non esiste nessun atto ufficiale che lo certifichi, la balaustra in legno del salone principale e Giuseppe Torretti scultore trevigiano.

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Prima pubblicazione: Sabato, 16 Marzo 2013 — Ultimo aggiornamento: Mercoledì, 12 Agosto 2015

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