Venipedia®

Uno dei luoghi di cultura settecenteschi che passarono alla storia per l'importanza delle opere esposte e per la rilevanza dei suoi visitatori.

Girolamo Manfrin fu uno dei pochi che, a fine Settecento, volle investire e credere nell'arte, quale motivo di orgoglio veneziano da trasmettere alle nuove generazioni.

Dimmi di più

In prossimità della caduta della Serenissima Repubblica, il conte Girolamo Manfrin, imprenditore nel settore dei tabacchi, acquisì nel 1787 un palazzo a Cannaregio dalla famiglia Venier, oggi noto come Palazzo Priuli Manfrin.

In questo edificio il Manfrin custodì ed espose alcuni dei più significativi quadri della pittura veneziana, affermandosi come uno dei più importanti collezionisti d’arte di Venezia della fine del XVIII secolo. Così scrisse Francis Haskell del conte in “Mecenati e pittori : studio sui rapporti tra arte e società italiana nell'età barocca" (Firenze, 1966): “quasi con un senso di agonia e di ansia (…) preferendo guardare al passato anziché al presente o all’avvenire per fornire alle generazioni successive un’idea di ciò che era stata Venezia nei giorni della sua indipendenza”.

Il piano nobile dell’edificio venne così trasformato in una galleria d’arte, una vera e propria pinacoteca in cui erano esposti quadri ed opere tra le più importanti che la città all’epoca possedesse, diventando in breve tempo una delle maggiori attrattive turistiche della città, che “godeva il primato su tutte le gallerie private di Venezia” e venne visitata da illustri personaggi tra cui Antonio Canova durante il suo soggiorno nel 1795.

La galleria rimase accessibile per circa un secolo: dalla fine del Settecento all’ultimo decennio dell’Ottocento. A metà del XIX secolo era aperta al pubblico il lunedì e il giovedì dalle 10 del mattino fino alle 3 del pomeriggio. Il primo direttore fu Giambattista Mengardi, realizzatore anche del ciclo di decorazioni al primo piano dell’edificio, che collaborò a stretto contatto con Pietro Edwards, curatore della pinacoteca. La loro funzione era quella di assistere il proprietario nella scelta e nella disposizione delle opere della collezione. In una lettera indirizzata a Pietro Edwards, il conte Manfrin gli conferiva l’incarico, avvalendosi della collaborazione del Mengardi, di ricercare sul mercato i quadri e le opere che avrebbero poi dovuto far parte della sua galleria. Per l’acquisto potevano non badare a spese, purché fossero opere famose e di reale merito, eseguite da artisti con indubbia fama ed esperienza.

Immaginare ciò che un turista dell’ Ottocento passeggiando tra le varie stanze di questo palazzo poteva ammirare, è possibile grazie alle guide dell’epoca che ci permettono di visitare in modo virtuale e suggestivo le sale della galleria: “L’amico dell’arte e della storia qui troverà opere di egregi pennelli, che non così leggeri si veggono altrove, e vi scorgerà alcun quadro che con sua epigrafe gli farà conoscere nuovi nomi ed epoche che ignorava”. Tra le sale “… si raccolgevano reliquie dell' antica pittura italiana di Cimabue, Giotto e Mantegna, primi anelli della catena, continuata da Antonello da Messina, dai Vivarini, e vedute del Canaletto, e opere dei Bellini, del Tiziano, di Giorgione, del Reni, di fra’ Sebastiano dal Piombo, di Rubens, del Morillo e del Padovanino. (…) Ogni sala era fornita di una specie di disegno portatile, che serviva di guida, senza anche aver uopo di ricorrere ai custodi. L'ultima sala conteneva curiosità di storia naturale, nielli, smalti di tarsia, una biblioteca ed un albo”.

Pietro Edwards compilò un elenco delle opere presenti nella galleria descrivendo in maniera dettagliata oltre 247 dipinti specificandone l’autore, il soggetto, lo stato di conservazione e in qualche caso anche la disposizione all’interno della galleria. Fra le moltissime opere presenti, una in particolare può essere elevata a simbolo della galleria, al fine di evidenziarne l’importanza ed il prestigio: il dipinto in questione è La Tempesta del Giorgione. Il dipinto divenne di proprietà del Manfrin alla fine del ‘700 assieme alla Vecchia, altro dipinto sempre dell’artista di Castelfranco. 

Il conte Manfrin oltre che essere collezionista d’arte, fu anche committente di opere ed era solito organizzare delle gare tra i pittori per quadri raffiguranti temi erotici da lui stesso suggeriti: Giuseppe e la moglie di Putifarre, Betsebea al bagno, Le figlie di Lot, Susanna e i Vecchioni.

Girolamo Manfrin morì inaspettatamente nel 1801, non lasciando testamenti; la pinacoteca venne ereditata dal figlio Pietro che continuò a gestire e custodire il museo del padre cercando anche di arricchire ulteriormente il palazzo con oggetti preziosi, mobilio di pregio, specchi e soprammobili di lusso. Nel 1817 Lord Byron visitò la galleria e fu particolarmente colpito dalla figura femminile nel quadro La famiglia del Giorgione cioè la Tempesta dal Novecento. La galleria restava una meta fondamentale per chi visitava Venezia nell’Ottocento, non a caso Leopoldo Cicognara la definì come l’unica in città in grado di reggere il confronto con quelle “principesche” delle famiglie di Firenze e Roma.

Pietro Manfrin morì il 28 agosto 1833 lasciando in eredità il palazzo e tutti i beni custoditi all’interno alla sorella Giulia Angela Giovanna Manfrin sposata con Giovanni Battista Plattis, la quale provò a vendere in blocco la collezione di quadri. Nel 1849 ereditano il palazzo e l’annessa pinacoteca il marchese Antonio Maria Plattis e la sorella Bortolina Plattis. Due anni dopo i nipoti del conte Manfrin tentarono di alienare in blocco la collezione, ma senza successo probabilmente per il costo eccessivo richiesto. Bortolina Plattis nel 1850 cercò di vendere la raccolta delle opere conservate nel palazzo alla National Gallery di Londra, e poi nel 1851 la offriva allo Stato Italiano. Nel dicembre del 1851 Antonio Maria Plattis era disposto a cedere anche solo una quota, non inferiore comunque a centotrenta quadri.

La galleria nel frattempo continuava ad essere ammirata da viaggiatori, studiosi ed artisti, anche illustri come Édouard Manet e il fratello Eugène, che verso la fine del 1853 fecero una gita a Venezia.

Nell’estate del 1856 Bortolina, sposata con Francesco di Sardagna, ed Antonio Plattis decisero di vendere singoli pezzi della quadreria, e probabilmente è per questo motivo che venne redatto un catalogo a stampa in cui vengono enumerate 455 opere specificandone l’autore, le misure e la materia, se tela, tavola, lastra di pietra, rame o ottone, ma privo delle stime monetari. In questa vendita la pinacoteca venne privata di oltre un quarto delle sue opere venendo drasticamente ridimensionata. Unica presenza pubblica e istituzionale tra i numerosi compratori privati fu quella delle Gallerie dell’Accademia che grazie alla sovvenzione del governo austriaco vide arricchite le proprie sale di ventuno quadri della pinacoteca Manfrin attribuiti a Nicolò di Pietro, Mantegna, Antonello da Messina, Holbein, Perugino, Tiziano, Savoldo, Moretto, Canaletto, Rembrandt.

Dopo la notevole alienazione di opere del 1856, i fratelli Plattis “non avendo necessità di denaro immediato, potevano permettersi di modificare l’impianto espositivo, cristallizzato da decenni, tanto che nel 1863 Bortolina Plattis trasferì una porzione dei quadri nel suo appartamento, collocato sopra la galleria”. Nel maggio 1870, Antonio Maria Plattis, che si era trasferito da tempo a Padova, decise di mettere all’asta i dipinti a lui spettanti, in virtù di una decisione con la sorella siglata nel 1861, che furono battuti in parte in un’asta a Londra nel 1868 e in parte a Parigi da Drouot.

Nel 1872 la galleria continuava ad esistere ed, anche se privata di moltissime opere, rimaneva comunque una prestigiosa collezione. In quest’anno l’abate Giuseppe Nicoletti, vicedirettore del Museo Correr, nel suo catalogo “Pinacoteca Manfrin a Venezia”, elencò le 215 opere, tra tele e tavole, rimaste nella galleria. Il suo intento era quello di smentire le voci secondo cui nella galleria Manfrin non ci fosse più nulla di importante e che valesse la pena di andare a visitare. Egli elencò le opere indicandone l’autore con una breve biografia, una descrizione del quadro e le sue dimensioni. Tra i dipinti che egli annotava come più meritevoli di interesse vi è un Lorenzo Lotto (Madonna con bambino e santi Giuseppe, Caterina, Rocco e Sebastiano); Giorgione (La famiglia del Giorgione la denominazione precedente de la Tempesta); Giotto (Madonna con bambino in gloria con angeli in adorazione); Tiziano (Cristo deposto dalla croce); ed infine un gruppo scultoreo in terracotta rappresentante la Vergine col Bambino attribuito a Michelangelo.

La galleria Manfrin, scrigno di tesori d’arte e vanto di Venezia nell’Ottocento, cessò di esistere definitivamente nel 1897, a quasi un secolo di distanza dalla sua probabile fondazione, quando ciò che restava dell’illustre pinacoteca venne battuto in un’asta pubblica tenutasi a Milano presso la Galleria Sambon.

(gm)

Leggi anche