Venipedia: molto più di un'enciclopedia di Venezia. – La miglior guida di Venezia.

Tempo di lettura: 6 minuti

Da luogo di meditazione e di pace venne trasformata in isola del dolore, prima come ospedale militare e poi come manicomio, è oggi rinata quale isola di cultura e di pensiero, oltre che memoria storica del passato ospedaliero.

E' l'unica isola della laguna ad esser stata recuperata da un ente locale.

Le origini e i primi insediamenti

Si presume che i primissimi insediamenti in Isola risalgano alla fine dell’anno 600, momento in cui un gruppo di monaci Benedettini, cacciati dai Franchi dal loro primo monastero distrutto di Santo Stefano d'Altino, si rifugiarono a San Servolo e vi fondarono un convento.

Nell'anno 819, i Dogi Angelo e Giustiniano Partecipazio concessero ad un gruppo di religiosi di costruire la Chiesa di Sant'Ilario, posta ai confini delle Lagune Venete verso il territorio Padovano. Nella cronaca del tempo, risulta che la chiesa venne riedificata nel 929 e nel 998 il contiguo monastero ospitò un ospite illustre, l'Imperatore Ottone III che, in incognito, si incontrò con il Doge Pietro Orseolo II.

All’inizio del XII secolo, giunsero in Isola le Monache Benedettine fuggite dall'imminente rovina della Città di Malamocco; quindi a San Servolo, per un periodo, furono presenti due monasteri benedettini: uno occupato dalle Monache del Vescovo e Martire San Basso e l’altro gestito dai Regolari, sotto il titolo de' santi Cornelio e Cipriano.

Per mano della famiglia Calbana, il monastero femminile venne ristrutturato e ampliato e continuò ad ospitare le religiose per almeno 500 anni, durante i quali fabbricarono il Campanile, che una lapida testimonia esser stato terminato il 15 Settembre 1456. I monaci si allontanarono dall'Isola nel 1100 circa per giungere nell’Isola di Murano. 

Nel 1470 la Chiesa venne consacrata dopo interventi di ristrutturazione che interessarono anche il chiostro; nel 1615, causa uno spostamento delle Monache Benedettine nel Convento di Santa Maria dell’Umiltà, l’isola risulta esser quasi disabitata, ad eccezione degli ortolani e di un Cappellano, che aveva in custodia e gestione la Chiesa. Temporaneamente, il luogo venne utilizzato per depositi pubblici e privati di granaglie mentre nel 1630 fu adibita ad ospedale per appestati. 

Dal 1647, l’isola si ripopolò di suore di tre distinte Regole di Professioni: Benedettine, Francescane e Domenicane che, per salvaguardare le loro vite dai Turchi, vennero trasferite a San Servolo e vissero grazie alla carità pubblica e dei singoli privati. 

Gli ospedali

Durante la guerra di Candia, la Repubblica si pose un ulteriore problema: come gestire i problemi di salute causati dalle battaglie. Decisero di aprire un ospedale dedicato all’assistenza dei “miserevoli militari” afflitti per “le battaglie, le lunghe marce e l’avidità degli uffiziali” e come luogo di ricovero venne scelta l’Isola di San Servolo. Nel 1700 le monache vennero rapidamente spostate e venne istituito l’ospedale “delle milizie”, dove vennero scelti per l’assistenza, dal 1715, i Frati Ospitalieri di S. Giovanni di Dio, poi Fate Bene Fratelli. 

Solo 10 anni dopo, in questo luogo di cura venne ricoverato Messer Stefani “come pazzo”. Fu una novità di notevole importanza in quanto, fino a questo momento, gli uomini considerati pazzi venivano messi in isolamento in ”fusta”, una nave senza albero calata in laguna dove i galeotti imparavano a remare nella miseria e nella malattia. Il Consiglio dei Dieci accettò quindi la proposta di ricoverare un folle benestante nell’ospedale militare di S. Servolo, dietro pagamento: inizio così il diverso trattamento tra i malati mentali paganti e gli altri. La difficile convivenza tra i folli e i militari diventò sempre più complicata finché, nel 1809, l’ospedale militare venne trasferito in città nel convento dei Santi Giovanni e Paolo. San Servolo iniziò quindi ad ospitare solo i malati mentali, ora non più solo i benestanti ma anche i più poveri, che venivano sovvenzionati dallo Stato, e non più solo quelli veneziani ma i pazienti provenienti da tutte le province venete, oltre al Tirolo e la Dalmazia. Già nel 1802, il governo Austriaco classificò i malati in tre classi: maniaci, imbecilli e dementi.

Dal 1815, si cominciò a sviluppare anche l’ipotesi di curabilità e guarigione dei malati mentali ma molti, anche coloro a cui si riscontravano dei miglioramenti, non potevano essere dimessi a causa delle miserevoli condizioni familiari. La povertà, in aggiunta alla scarsa ed errata alimentazione, procurò un aumento esponenziale delle malattie, non solamente quelle fisiche ma anche mentali, spesso tramandata da generazione in generazione, aggravate spesso da un alto tasso di alcolismo. La malattia cominciò ad essere studiata con un approccio anatomico-clinico, non a caso a San Servolo, accanto alle catene e ai manicotti di contenzione, si trovano anche strumenti antropometrici utilizzati, tra le altre cose, per la misurazione del diametro del cranio.

L’avvento del Ventesimo secolo portò ad un brulicare di lamentele e denunce di maltrattamenti nei confronti del paziente, cominciando a considerare più efficace l’uso di farmaci spacifici piuttosto che cercare di disciplinare, in maniera forzata, gli istinti e i comportamenti delle persone in cura. Lo scandalo a San Servolo comportò un allontanato del personale del Fatebenefratelli che venne sostituito dalla nuova direzione medica degli ospedali di S. Servolo e S. Clemente (dove erano rinchiuse le donne con problemi mentali).

Lo studio finalizzato alla cura delle patologie psichiatriche continuò, vennero applicate nuove metodologie che aiutassero il paziente a riavvicinarsi alla vita normale e altre che cercassero di curare il malato con un approccio puramente medico - scientifico, alcune delle quali piuttosto violente e dolorose (si pensi all’uso dell’elettroshock senza anestesia). Dal 1940, si cominciò ad applicare un approccio psicoterapeutico che rivalutasse il rapporto tra medico e curante, considerando il malato non più oggetto di cura ma di custodia. Queste nuove considerazioni hanno portato alla stesura e all’approvazione della legge n. 180/1978, nota anche come legge del medico veneziano Franco Basaglia, attraverso la quale vennero chiusi definitivamente gli ospedali psichiatrici.

L'isola oggi

Il 15 agosto 1978 fu una data importante per i veneziani, in quanto hanno potuto riappropriarsi di un’isola bellissima, prima sfruttata solo per usi medici e psicoterapeutici.

L’isola di San Servolo, di proprietà della Provincia di Venezia, è stata riqualificata e ristrutturata sfruttando la Legge Speciale per Venezia ed è stata istituita la Fondazione San Servolo IRSESC- Istituto per le Ricerche e Studi sull’Emarginazione Sociale e Culturale, con il compito primario di salvaguardare e catalogare l’enorme patrimonio archivistico risalente ai manicomi veneziani.

Oggi operano nell’Isola la Venice International University (VIU), l’Accademia di Belle Arti di Venezia, la Fondazione Franca e Franco Basaglia e la San Servolo Servizi, incaricata di gestire i servizi inerenti l'isola. Sono quest'ultimi che organizzano le visite guidate ai punti più caratteristici del luogo: il Museo del Manicomio nel quale sono visibili reperti appartenuti all’ospedale psichiatrico (Immagini storiche dell'ospedale), il parco caratterizzato dalla presenza di alcuni alberi molto antichi e provenienti da diverse parti del mondo, la chiesa titolata a San Servilio, la spezieria nella quale venivano prodotti e forniti i medicinali alle milizie (approfondimento dedicato all'antica farmacia) e infine la biblioteca nella quale sono contenuti volumi di argomenti medico e psichiatrico. 

La nuova destinzione d'uso dell'isola, quale centro di produzione culturale, consente di ospitare convegni, seminari, eventi pubblici ma anche privati, a cui si aggiunge anche un'attività ricettiva. 

Altri luoghi da scoprire

Prima pubblicazione: Giovedì, 24 Luglio 2014 — Ultimo aggiornamento: Mercoledì, 25 Maggio 2016

Missiva — La newsletter di Venipedia

Ricevi comodamente gli aggiornamenti, le anticipazioni e le novità di Venipedia nella tua casella postale.