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L'usura era certamente il fenomeno che maggiormente colpiva la curiosità degli osservatori esterni: l'ebreo prestatore di denaro, chiuso nel proprio banco, costretto all’usura quale unica via d'accesso o di accoglienza nelle città. In particolare, come già detto, nel Concilio Lateranense del 1215 si stabilì l’esclusione da ogni corporazione ed attività degli ebrei, costretti dunque a sopravvivere di prestito su pegno e usura, attività condannate dal cristianesimo ma anche dall’ebraismo. 

“Non possiamo possedere né campi, né vigneti, né altre proprietà, - faceva già dire a un ebreo del XII secolo, in un suo Dialogo, Pietro Abelardo - perché non c'è chi possa proteggerci da aggressioni palesi o subdole. E così per vivere ci rimane soltanto il guadagno che otteniamo prestando denaro agli altri popoli, il che ci rende loro ancora più odiosi”.

Sul prestito ebraico si scatenarono ostilità e pregiudizio. 

“È ben vero - ripeteva agli inizi del Seicento il rabbino di Venezia Leon Modena - che [...] si sono molto abbassati d'animo (gli ebrei) [...] e s'hanno fatto lecito il pigliar usura [...] perché non hanno in che intramettersi per vivere”. 

In quegli stessi anni, ribadiva, con maggior puntualità, l'altro noto rabbino veneziano Simone Luzzatto, riferendosi agli ebrei veneziani: “Fu instituito e imposto a gl'Hebrei che con l'apertura de tre Banchi dovessero soccorrere a' bisogni e urgenze de poveri meschini”. 

Il Sanudo riteneva gli ebrei necessari come i panificatori, perché non fu mai istituito, a Venezia, un Monte di Pietà: non contava, ribadiva il Grimani, stessero a Mestre o in ghetto, purché si lasciasse che “i zudei presti a usura”. Un’imposizione, dunque, non una scelta, come ancora nell’Ottocento, riconosceva Carlo Cattaneo: “I nostri avi condannavano l’Ebreo a vivere di usura e poi lo maledicevano come usurajo”.

(uf)

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L'insegna storica del Banco Rosso.

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