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Sveliamo per voi, dopo aver partecipato alla vernice, i retroscena della Collezione Salce, di cui "La Belle Epoque" è la prima di tre interessanti esposizioni.

È tarda mattinata. Il sole picchia sugli edifici che rimbalzano le loro sagome sull’asfalto. Per fortuna ci sono loro a fare un po’ d’ombra, e i portici. I bei portici di Treviso che in estate diventano ripari indispensabili contro afa e caldo. È ancora primavera ma giugno è alle porte e già si respira un’aria diversa in città.

La giornata, comunque, è perfetta per l’appuntamento nella piccola chiesetta di San Gaetano in via Carlo Alberto, non lontano dal convento di Santa Caterina. L’edificio oggi apre le porte in una veste diversa: dal 27 maggio al 24 settembre 2017 il sagrato della chiesetta ospita la mostra temporanea Illustri persuasioni. Capolavori pubblicitari dalla Collezione Salce dedicata ai cartelloni pubblicitari della Belle Epoque, a cui seguiranno altre due collezioni di arti grafiche intitolate Tra le due guerre e Dal secondo dopoguerra al 1962.

In questo spazio sacro inizia il viaggio in un tempo cronologicamente vicino ma ideologicamente lontano, lontanissimo dal nostro. È il lembo di tempo risicato alla fine dell’Ottocento e all’inizio del Novecento, una parentesi di felicità strappata dalla grande depressione prima e dalle guerre mondiali poi.

È la Belle Epoque, un momento – nella storia dell’umanità – di fugace ma totale felicità. Forse l’istante di massima felicità che la società abbia conosciuto. Nessun secolo ha ingerito contraddizioni e mutamenti tanto sconvolgenti quanto il Novecento, secolo di speranze e di illusioni. Quando è iniziato, il Novecento era come una nave carica di promesse pronta a puntare in mare aperto. Quando è finito, ha lasciato nelle persone il gusto amaro del tradimento.

Nella mostra vengono rivissuti gli anni in cui era ancora possibile credere: credere nel progresso, nella scienza, nell’educazione, nel benessere. Credere in un mondo felice. Nell’ultimo ventennio dell’Ottocento e fino al 1914 l’Europa fremeva per le meraviglie della tecnica.

Era stata inventata l’illuminazione elettrica, la radio, l’automobile, il cinema, la macchina per scrivere, il telefono e dalle fabbriche uscivano ininterrottamente cibo, scarpe, orologi, mobili e utensili domestici di cui si poteva fare una grande scorpacciata senza essere rimproverati. Le basi della società dei consumatori, di cui noi siamo eredi, erano state gettate e le persone iniziavano ad accarezzare l’idea che senza guerre, senza epidemie e con una quantità di prodotti e tecnologie prima impensabile la felicità fosse davvero alla porta.

E non era forse ragionevole essere così ottimisti? Lo era. Come al giorno d’oggi, dopo le brutture delle guerre mondiali, le stragi e gli attentati, è ragionevole essere cauti, se non talvolta proprio pessimisti, sulle sorti della razza umana. Ma ciò che importa è che qualcuno – anzi, una intera società – alle soglie di una nuova epoca ha davvero creduto possibile il miracolo, ha davvero avuto fiducia.

E – qui entra in gioco la nostra mostra – ha voluto gridare questa fiducia pazza e gioiosa attraverso l’arte. I cartelloni pubblicitari esposti nella mostra ne sono un esempio lampante. Le immagini sono un arcobaleno di colori brillanti e vivaci da cui ci si lascia volentieri sedurre.

Merito anche della disposizione dei prodotti, affissi su pannelli e stipati l’uno a fianco all’altro in appena tre stanze di medie dimensioni, che schiaffano il visitatore con una ventata di joie de vivre. Le locandine pubblicizzano prodotti all’avanguardia, spaziando dalle ferrovie ai cabaret, dalla moda allo champagne.

Questi cartelloni da strada che pullulavano nelle capitali europee sono uno specchio fedele del sentimento di un periodo felice e non risparmiano niente. Per questo la mostra è potenzialmente fruibile da chiunque: golosi, fashion blogger, ciclisti, ferrovieri, ingegneri, artisti. In questi cartelloni c’è tutta la vita, in tutte le sue sfaccettature. E sono tutte bellissime. «Non si poteva non avere fiducia nell’avvenire» ebbe a dire il grande Dudovich, i cui lavori sono esposti nel museo insieme a quelli di altri grandi del calibro di Mataloni, Hohenstein, Metlicovitz, Mucha e Cappiello.

Un consiglio: visitate questo luogo, non soltanto per conoscere un pezzo di storia ma per respirare un po’ di quella felicità semplice e genuina andata perduta, quella felicità che nasceva da solide certezze e che oggi noi, che non abbiamo più certezze, non possiamo capire.

Ma che forse, possiamo ancora apprezzare.

(zb)

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Prima pubblicazione: Venerdì, 26 Maggio 2017 — Ultimo aggiornamento: Venerdì, 26 Maggio 2017

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