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Il 30 dicembre 1847 Niccolò Tommaseo legge il suo celebre discorso manifestando pubblicamente il suo reclamo a favore della libertà di stampa, contemplata dalle leggi austriache del 1815 ma mai applicate in territorio veneziano, insieme all'assunzione di responsabilità di quelle cause che ne favorirono, a suo parere, la censura.

Per comprendere l'importanza e le motivazioni di quanto Tommaseo lesse nell'Ateneo Veneto ottocentesco in quella che oggi è la stanza che porta il suo nome, bisogna fare qualche piccolo passo indietro per una breve panoramica sulla situazione legata alla stampa e al sistema scolastico dell'epoca.

Nella Venezia austriaca l'instaurazione di un sistema scolastico avanzato — rispetto alla situazione generale dell'istruzione in Italia nell'800 — rappresentava un apparente beneficio nella lotta all'analfabetismo ma, nel concreto, da una parte subìva una forte influenza del clero (l'insegnamento nelle nuove scuole fu affidato principalmente a livello parrocchiale), dall'altra spingeva i cittadini veneti verso una forma di patriottismo nei confronti del governo in carica.

L'influenza dal controllo dell'istruzione a quello della letteratura fu breve: ben presto venne impedita la proliferazione di letteratura considerata "sovversiva" proibendo le letture di autori censurati quali Lucrezio, Dante, Boccaccio, Alfieri, Hugo e Goethecreando così un clima teso che portava sempre più in luce i timori di sovversione dell'apparato politico e le paure di moralità della Chiesa. Anche gli interventi da parte della polizia austriaca per garantire la sicurezza e la neutralizzazione di eventuali forme di cospirazioni furono sempre maggiori.

Alcuni esempi di censura: nel 1846 venne vietata la pubblicazione nella Gazzetta Privilegiata di Venezia, l'unico quotidiano veneziano, di una storia a puntate sulla vita di Napoleone mentre nel 1833 alla Fenice, nello spettacolo di Guglielmo Tell di Rossini il tiranno Gessler venne intitolato "amministratore" invece che "governatore", com'era nel testo originale. Tre anni dopo, l'intera opera venne proibita perchè considerata eversiva contro la Casa d'Asburgo.

Questo clima di forte pressione e controllo quotidiano arrivò ad infastidire anche la borghesia e quella parte di cittadini veneti che erano ben lontani dal pensiero di atti sovversivi e rivoltosi, diventando sempre più palpabile l'irritazione degli intellettuali veneziani e italiani che vivevano come insostenibile la mancanza di libertà di stampa, la condanna della letteratura classica italiana, il costante controllo perpetrato nelle università e nei luoghi culturali come l'Ateneo Veneto, l'impossibilità di discutere di politica in pubblico. Ispirandosi all'attività di Richard Cobden e della sua campagna sul libero scambio, Cattaneo a Milano e Manin a Venezia ne derivarono l'idea di una "lotta legale" per l'espressione politica.

A partire dal 1839 Niccolò Tommaseo si avvicinò a Venezia, partecipando emotivamente ed attivamente al clima politico arroventato della città lagunare culminando proprio il 30 dicembre 1847 con la lettura del Dello stato presente delle lettere in Italia. Racconta Pietro Canal — il redattore del verbale, Segretario per le Lettere — che l'adunanza fu talmente numerosa da dover spostare l'intero pubblico dalla sala "dell'albergo grande" — destinata nell'Ottocento alle pubbliche riunioni — verso una sala più capiente, ovvero l'attuale Sala di Lettura).

Signori.
Nel cominciare a dire dinnanzi ad uomini di sapere maturo e di lodata facondia, dovrebb'essere ancora maggiore di quel ch'è la mia trepidazione, se non conoscessi e per fama e per prova l'indulgenza di molti, o signori, tra voi [...]

Nella sua parte introduttiva Tommaseo dimostra fin da subito un equilibrio e un senso di responsabilità verso lo stato delle cose, iniziando proprio dal ricercare le possibili cause — Cause, dico, poiché specialmente delle interiori infermità la causa non è mai una; e quasi sempre l'ammalato ha in parte da incolpare sè stesso. — e dal considerare i "propri" errori commessi:

[...] Io non vo' cer­tamente affermare, e nessuno l'oserebbe, che la censura sia di per sè ispiratrice di grandi pensieri, dettatrice di parole eleganti, e che basti a preservare la società umana da tutti quanti i pericoli. Ma dico che dalle leggi non vengono né tutti né i maggiori mali, né i beni del mondo [...] Onde può dirsi con ve­rità, che l'esecuzione fa le leggi, e che i sudditi, purché vogliano, a lungo andare governano i governanti. Recherò volentieri ad esempio la legge austriaca di censura, da­ta nel 1815 per dimostrare come i liberali elementi che sono in essa non abbiano fin qui dato frutto, e come iÌ non fatto insino a qui, sia da farsi e al più presto. Mi sia perdonato s'io dirò cose troppo manifeste, che sono nel pensiero e nel privato linguaggio di tutti i savii ed onesti; le quali altri avrebbe certamente potuto pro­nunziare con maggiore facondia e maggiore autorità della mia.

Dico dunque che alla più sana parte della legge censorita noi (parlo de' più tra gli scriventi) non abbiamo saputo obbedire.

E, dopo aver letto gli elementi principali che la legge del 1815 contiene, Tommaseo spiega maggiormente dove, a suo parere, l'errore principale è stato commesso:

I censori (e non lo dico già con rancore, chè di più d'uno tra i prossimamente da me conosciuti io non potrei far menzione senza parola di grati­tudine) i censori moltiplicarono ne' dubbii. Vienna si trovò aggra­vata dalle faccende dei suoi tanti governi di lingua diversa, d'abitu­dini diverse, di culti diversi, di sentire diverso, di destini diversi. Per la qual cosa divenne impossibile giudicare prontamente gli scrit­ti italiani che andavano alla capitale dell'Austria, per esser letti da gente che non ha ancora imparato, e non imparerà mai la lingua d'Italia in modo da non s'ingannare così nella severità come nell'in­dulgenza.
Se tali inconvenienti non sono tolti finora, come dovevasi, è colpa nostra.

Seguendo poi con un elenco di cose che andrebbero chieste con determinazione, partendo dalla necessità che i censori diano motivazione dell'eventuale censura affinché gli stessi autori sappiano e, in caso, possano spiegare o difendere il loro scritto, che la censura teatrale non sia eseguita dalla polizia, che in caso di approvazione di scritti non si creino ulteriori blocchi di censura in fase di stampa e che la stampa al di fuori dei confini statali non sia di per sè soggetta a pene, o che alle gazzette (gli attuali quotidiani) sia data libertà di poter documentare fatti e avvenimenti, o documenti pubblici, quando questi siano scritti senza opinioni personali ma in modo imparziale.

Ed è dopo questa lunga introduzione che Tommaseo si avvia alla parte conclusiva e più vibrante del discorso, chiedendo un atto di coraggio:

Io vi presento, signori, con la mano sinistra la legge, con la de­stra l'istanza che ne è necessario complemento. L'onore della na­zione richiede un atto, più atti di coraggio civile, da' quali l'opinio­ne pubblica venga in modo chiaro e concorde manifestata. Atti tali saranno sorgente d'inesauribili benefizi. Il tempo stringe: perderlo nel sogguardarsi biecamente, sarebbe rovina e vergogna non meno a' governanti che a' sudditi. I momenti sono gravi: e i governanti lo sanno. Invece di spaventarsi o sdegnarsi di questo o di simili atti, dopo la prima sorpresa, ci stimeranno, ce ne saranno riconoscenti; riconoscenti, dico, perchè non chieggiamo assai più, non chieggia­mo in modo più forte, perchè ci armiam della legge.

Non solo, è cosciente anche dell'importanza di farlo immediatamente, senza attendere oltre e senza avere paura di rompere il silenzio, ma con responsabilità verso coloro i quali potrebbero essere mossi da rancori:

Il silenzio in tal frangente sarebbe peggiore minaccia. Abbiamo taciuto abbastan­za. Sia ragionata, sia temperata la significazione della vostra volontà, ma sia schietta e a fronte alta. Se passioni di rancore o di cupidigia sobbollono in qualche anima irritata nel primo fervere delle cose, sappiamo stornarne l'impeto con l'esempio dell'ordine e del corag­gio. E qui c'è vero coraggio, perchè qui, più che in altra parte d'Ita­lia, è pericolo alzar la voce. E per questo io alzo la voce; e abban­dono per poco la mia solitudine diletta, e fo forza all'indole e agli abiti miei; e vi prego, o Veneziani, d'accogliere la mia parola frater­na con quell'affetto che me la esprime dall'anima.

Tommaseo conclude quindi con la lettura di un'istanza in cui si chiedeva appunto l'applicazione della legge del 1815 anche a Venezia, garantendo quella libertà di stampa tanto necessaria quanto ormai desiderata, che fu poi indirizzata al Barone di Kübech — Ministro di Polizia a Vienna — il 4 gennaio successivo, con la piena approvazione da parte dei presenti.

Lo stesso 30 dicembre l'Ateneo Veneto venne redarguito dalle autorità austriache per essere diventata una pubblica palestra di osservazioni incompetenti e declamatorie contro la pubblica amministrazione.

Il 12 gennaio 1848, un'adunata ristretta del Consiglio di Ateneo, in risposta alle intimidazioni del Governatore austriaco, scrive:

Perocchè pubblica palestra è quella, in cui non hanno voce che i soli soci, nè patente a tutti è l'ingresso: nè qui si sono mai fatte osservazioni incompetenti e declamatorie ma s'è discusso materie pertinenti a scienza, come la intende il paragrafo 18 del Regolamento di Censura il quale dice: "Opere nelle quali si procede ad esaminare l'amministrazione dello Stato in generale e nè suoi singoli rami, a scoprire de' difetti od errori, a proporre miglioramenti, od indicare de' mezzi onde ottenere de' vantaggi, o svellere degli avvenimenti passati, ecc. non deggiono essere, senz'altro plausibile motivo punibili, se anche le massime ed idee dell'Autore non fossero quelle del governo".

Nella notte tra il 17 e il 18 gennaio 1848 Niccolò Tommaseo e Daniele Manin vennero accusati di cospirazione contro il sistema e per questo arrestati dalla polizia austriaca.

Il resto, come si suol dire, è storia — che si può approfondire nelle relative schede di Tommaseo e Manin.

(sf), (mt)

Bibliografia / sitografia:

  • "Daniele Manin e la rivoluzione veneziana del 1848-49" di Ginsborg (pp. 21-22 + 81-83)
  • Estratto da «ATENEO VENETO», Anno XII N.S., Volume 12 – N. 2, Luglio-Dicembre 1974 (estratti del discorso di Niccolò Tommaseo)
  • Tommaseo Niccolò — Venipedia® Enciclopedia
  • Manin Daniele — Venipedia® Enciclopedia
  • Ateneo Veneto di Scienze, Lettere ed Arti — Venipedia® Enciclopedia

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Pubblicato: Sabato, 30 Dicembre 2017 — Aggiornato: Venerdì, 05 Gennaio 2018

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