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Insieme alla festa del Redentore, è considerata la festa dei veneziani in quanto rappresenta un appuntamento fisso e immancabile per molti abitanti della città lagunare: ogni 21 novembre si perpetua, recandosi alla Basilica di Santa Maria della Salute, il secolare ringraziamento alla Vergine Maria per la fine della pestilenza che per la seconda volta si abbattè sulla città, nel 1630-31.

Un fiume di persone percorre ogni anno il ponte votivo in omaggio alla Madonna.

La Madonna della Salute ha un’origine di lutti e sofferenze, rimasta ancora oggi una festa devozionale per i Veneziani.

Agli inizi del 1600 l’Italia attraversava un periodo turbolento, sia per i continui rimpasti nella successione dei vari governi, sia per la presenza di truppe straniere come Francesi, Spagnoli e Tedeschi che vi scorazzavano per conquistare nuovi territori o difendere qualche comodo alleato italiano. Nell’ottobre del 1629 erano scese in Lombardia delle bande armate tedesche, e casi di peste erano stati segnalati nei pressi di Lecco, propagandosi poi fino a Milano dove il morbo scoppiò in tutta la città ed oltre, fino a raggiungere Bergamo, che faceva parte del territorio veneziano. Nel frattempo il Ducato di Mantova era in piena guerra di successione, tra il Principe di Guastalla appoggiato dagli Spagnoli e la casa legittima, i Nevers, ramo dei Gonzaga, che i Francesi non riuscivano a difendere. La Serenissima difendeva con i suoi uomini la casa legittima, anche per liberare i territori italiani dagli Spagnoli; scesero in campo anche le truppe tedesche che, momentaneamente alleate agli Spagnoli, occuparono Mantova, provocando la guerra. Assieme alla guerra portarono però, come già in Lombardia, il terribile morbo della peste che contagiò anche i soldati veneziani che li combattevano. Anche se il comando delle forze venete, viste le numerose vittime della peste tra i Tedeschi, aveva deciso di abbandonare il campo e di avviare le trattative, il morbo arrivò lo stesso a Venezia. Nel giugno del 1630 oltre ai soldati ritornati a casa arrivò nella città anche l’ambasciatore del Ducato di Mantova. Dato che proveniva da una zona infetta fu messo in quarantena in un’isola, al Lazzaretto Vecchio, e poi trasferito nell’isola di San Clemente. Ben presto l’ambasciatore morì con tutto il suo seguito; sembra che contemporaneamente morisse di peste nella sua casa anche l’unica persona che avesse avuto dei contatti con l’ambasciatore: un falegname che ogni giorno si recava nell’isola per fare dei lavori e alla sera ritornava a in città, portando con sé il morbo. La peste cominciò così a propagarsi a macchia d’olio, prima dal rione di San Vio, poi velocissima in tutta la città, aiutata anche dall’ignoranza di mercanti che rivendevano gli indumenti dei morti e dalla poca conoscenza di norme igieniche.

Gli allora centocinquantamila abitanti di Venezia vennero presi dal panico; i lazzaretti erano stracolmi e non potevano più assolvere al loro scopo, mancava persino la manodopera per trasportare gli infetti nei luoghi a loro assegnati, le calli e i campi erano deserti ed il silenzio era rotto soltanto dai lamenti dei moribondi nelle case. Negli angoli delle strade si vedevano i cadaveri dei morti da contagio portati fuori dalle loro abitazioni dai parenti disperati e che nessuno veniva a prendere, ovunque gravava un odore acre ed appestati vagavano per la città in cerca di soccorso. Non mancavano i fenomeni di sciacallaggio: loschi individui giravano per le case ormai deserte o piene di cadaveri, in quelle sigillate per via del morbo o addirittura entravano nelle case dei moribondi per rubare ogni cosa facendosi beffa di loro. Il governo emanò delle sanzioni severissime nei loro confronti, punendoli immediatamente sul posto, impiccandoli nei campi adiacenti o fucilandoli a colpi di moschetto.

I Provveditori alla Sanità, già operanti durante la grossa epidemia di peste del 1575, emanarono molte disposizioni per la salute pubblica, come bonificare le case insane dove vivevano più famiglie, dividere i malati tra i vari ospedali e lazzaretti, mandare le persone sane a lavorare in campagna, creare un’assistenza per i bisognosi. A nulla valsero però tutte le disposizioni del governo, e la peste non accennava a calmarsi; come già nel 1575 ci si rivolse al cielo. Il patriarca Giovanni Tiepolo ordinò che dal 23 al 30 settembre 1630 si tenessero delle preghiere pubbliche in tutta la città, specialmente nella cattedrale di San Pietro di Castello, sede patriarcale. A queste preghiere si unì il doge Nicolò Contarini e tutto il Senato; il 22 ottobre si deliberò che per quindici sabati si dovesse svolgere una processione in onore della Madonna attorno alla Piazza San Marco, portando un’immagine detta “Maria Nocopeja”. La peste però continuava a mietere vittime, favorita a volte anche da queste preghiere pubbliche e processioni, dove si ammassava un grande numero di partecipanti che diffondevano il contagio tra di loro: solo nel mese di novembre si ebbero 11.966 vittime. Intanto si continuava a pregare la Madonna ed il Senato deliberò che, dato che nel 1576 si fece voto di edificare un tempio al Redentore e la peste finì, “…si debba dal Serenissimo Principe per nome pubblico far voto solenne a S. D. M. di erigere in questa Città e dedicar una Chiesa alla Vergine Santissima, intitolandola Santa Maria della Salute, …”. Inoltre il Senato deliberava che ogni anno, nel giorno ufficiale della fine del contagio, i dogi dovessero andare solennemente a visitare questa chiesa, a memoria della gratitudine verso la Madonna.  Furono stanziati i primi cinquantamila ducati d’oro per la costruzione della chiesa, da erigersi vicino alla “punta della Dogana”, in luogo del Seminario e di case già esistenti.

Nel gennaio del 1532 si cominciò a smantellare le mura delle vecchie case, praticamente in concomitanza con il descrescere della pestilenza, e venne chiesta allo scultore Gian Lorenzo Bernini la disponibilità per scolpire l’immagine della Madonna; la cerimonia della posa della prima pietra si effettuò il primo aprile costruendo, per l’occasione, un ponte di barche che attraversava il Canal Grande verso la costruenda chiesa. In quel giorno un’imponente processione preceduta dall’immagine della Nicopeja si mosse da San Marco verso il luogo stabilito con tutte le autorità ed il popolo, escluse le donne che in quel periodo non potevano uscire dai propri rioni. Assieme alla prima pietra furono poste una medaglia d’oro, dieci d’argento e dodici di rame. Il 6 settembre 1631 si iniziò a gettare le fondazioni secondo il progetto di costruzione di Baldassarre Longhena, prescelto dal Senato tra gli undici presentati. La grande costruzione a base rotonda costò alla Repubblica quattrocentomila ducati (quasi quattordici quintali d’oro) e furono impiegati un milione di pali soltanto per le palafitte.

 La pestilenza finalmente scomparve e il 28 novembre fu decretato giorno ufficiale della liberazione dal morbo. In quel giorno di festa tutta San Marco ed il centro era addobbato con arazzi, tappeti e sete e vi si svolgevano solenni cerimonie; i veneziani, felici della fine di quell’oscuro periodo, volentieri rendevano grazie alla Madonna che ritenevano li avesse salvati. Con quasi cinquantamila vittime solo in Venezia, un terzo della popolazione, la peste aveva messo in ginocchio anche tutto il territorio della Repubblica, con circa settecentomila morti in due anni.

Il Tempio venne consacrato il 9 novembre 1687 e la data della festa fu spostata per sempre al 21 novembre. In questo giorno la popolazione, qualsiasi sia il clima che spesso è inclemente in novembre, si reca tuttora in pellegrinaggio nei pressi della chiesa attraverso il ponte di barche costruito per l’occasione sul Canal Grande. Davanti alla chiesa e nei campi vicini si svolge la Fiera e non mancano le bancherelle dei venditori di candele, di frìtole, di dolciumi in genere, di palloncini e giocattoli per bambini, in un misto di sacro e profano. 

(mv) (as)

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Prima pubblicazione: Giovedì, 24 Gennaio 2013 — Ultimo aggiornamento: Mercoledì, 11 Febbraio 2015

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